La celiachia si può prevenire? Ecco cosa sappiamo fino a oggi


Si può prevenire la celiachia? Da tempo la ricerca scientifica sta provando a capirlo con esiti diversi, imboccando nuove strade per poi abbandonarle. Tuttavia, anche se si è ancora lontani dalla soluzione, oggi abbiamo qualche informazione in più e sono state smentite pratiche che solo pochissimi anni fa venivano consigliate alle neomamme celiache o con casi di celiachia in famiglia, allo scopo di ridurre il rischio di intolleranza al glutine nei loro piccoli. Pratiche che riguardano l’allattamento e l’introduzione del glutine nella dieta del bambino.

Tante cause da conoscere meglio

Per capire la complessità della celiachia, che in Italia colpisce una persona ogni cento, si può partire dalla definizione che ne dà l’Associazione italiana celiachia (Aic): “La malattia celiaca (o celiachia) è una infiammazione cronica dell'intestino tenue, scatenata dall'ingestione di glutine in soggetti geneticamente predisposti.”  In altre parole, come tutte le malattie autoimmuni,  la celiachia è il risultato dell’interazione tra fattori genetici predisponenti - che non sono modificabili - e fattori ambientali.  E se il glutine è l’agente ambientale necessario per scatenare la malattia, ne esistono anche altri che giocano un ruolo nella complessa interazione che regola l’equilibrio tra la tolleranza e la  risposta immunitaria che si scatena quando si è celiaci. Uno sui quali gli studiosi si sono soffermati di più riguarda il momento giusto per inserire il glutine nella dieta del neonato.

Glutine e svezzamento

Nei decenni scorsi, i pediatri ritenevano che l’introduzione del glutine nella dieta dei bambini che possono essere a rischio -  perché hanno un familiare di primo grado celiaco - dovesse essere ritardata almeno ai sei mesi di vita per non aumentare il rischio di sviluppare l'intolleranza. Tuttavia, negli anni Novanta del secolo scorso, a seguito di una “epidemia” di celiachia precoce in Svezia che focalizzò l’attività di ricerca anche sulla prevenzione, alcuni lavori mostrarono che l’introduzione di una piccola quantità di glutine durante l’allattamento materno tra i 4 e i 6 mesi di età riduceva il rischio di malattia. Nacque così la tesi della “finestra di tolleranza”, secondo la quale vi sarebbe stata una finestra temporale, tra i 4 e i 7 mesi di vita, durante la quale l’introduzione del glutine poteva facilitare l’induzione di tolleranza al glutine evitando, quindi, la comparsa di celiachia.

Un’indicazione che però a partire dal 2014 è stata rivista grazie a due grandi trial clinici che parlano italiano: lo studio CELIPREV e lo studio PREVENT CD, pubblicati nel 2014 sul New England Journal of Medicine. Il trial CELIPREV ha effettuato un intervento nutrizionale su una ampia coorte di famiglie italiane a rischio genetico di malattia celiaca, i cui neonati sono stati seguiti dalla nascita per 10 anni.  I bambini sono stati assegnati in maniera casuale in due gruppi: nel primo hanno assunto alimenti con glutine a partire dai sei mesi di età, nel secondo gruppo a partire dai  dodici mesi. Ebbene i risultati non hanno mostrato differenze tra i due gruppi nel rischio di ammalarsi: l'80% dei casi si è manifestato comunque entro i primi tre anni di vita. Mentre il fattore principale per la comparsa di celiachia è risultata la predisposizione genetica. I bambini con due copie del gene responsabile HLA-DQ2 (se non si possiede non si può diventare celiaci) hanno il doppio della probabilità di sviluppare l'intolleranza rispetto a quelli che ne hanno un copia sola. E solo per questi bimbi ad alto rischio, che per cause genetiche diventeranno quasi certamente celiaci, l’introduzione del glutine a 12 mesi aiuta a rimandare di qualche mese la comparsa della malattia. Un vantaggio comunque importante che permette di ridurre l’effetto negativo della malattia su un bimbo ancora piccolissimo e con gli organi immaturi.

Oltre al tempo valutata anche la dose di glutine

Questi risultati sono stati confermati anche dallo studio PREVENT-CD condotto in Europa sempre su neonati a rischio familiare di malattia celiaca. In questo lavoro l’obiettivo era stato valutare se fosse possibile indurre la tolleranza verso i cereali contenenti glutine (ad esempio grano, orzo, farro, segale)  introducendo microdosi di glutine  da 100 mg nella dieta dei bambini tra i 4 e i 6 mesi di vita. I risultati però non hanno confermato tale ipotesi.

A seguito di questi e altri studi che si sono succeduti e che sono arrivati alle stesse conclusioni,  le linee guida della Società Europea di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Pediatrica (ESPGHAN) che raccomandavano l’introduzione del glutine tra 4 e 7 mesi di età al fine di ridurre il rischio di malattia celiaca, non hanno più trovato supporto e sono state revisionate. Nelle attuali raccomandazioni si suggerisce di introdurre il glutine tra 4 e 12 mesi di vita e inoltre si sottolinea che nei bambini ad alto rischio genetico, l’introduzione precoce  si associa a uno sviluppo più precoce di autoimmunità celiaca e conseguente sviluppo della malattia celiaca. Riguardo invece alla quantità di glutine, l’ESPGHAN si limita a raccomandare di evitare di somministrare grandi quantità di glutine nelle prime settimane dello svezzamento.

Allattare con meno ansie

A lungo si è pensato che l’allattamento al seno esercitasse un ruolo protettivo, ma anche questa convinzione negli ultimi anni si è fortemente ridimensionata.   Sia un indagine epidemiologica norvegese  che i già citati studi CELIPREV e PREVENT- CD non hanno osservato alcuna azione di protezione dell’allattamento materno durante l’introduzione del glutine nella dieta del neonato. In altre parole, che sia materno o artificiale, il bimbo sviluppa la celiachia a prescindere dal latte che prende e per quanto a lungo lo prende, liberando così la mamma da inutili sensi di colpa se non riesce ad allattare alungo.  Tanto che la nuova posizione dell’ESPGHAN riporta che, pur essendoci molte buone ragioni per continuare a raccomandare il prolungato allattamento al seno dei neonati, questo non svolge alcun effetto protettivo nei confronti della malattia celiaca.

 

I cinque punti da ricordare

1 L’epoca di introduzione del glutine nella dieta del lattante non influenza significativamente il rischio di malattia celiaca.

2 Nei bambini ad alto rischio genetico per la malattia celiaca l’introduzione tardiva del glutine ritarda lo sviluppo dellamalattia.

3 L’allattamento materno non ha un effetto protettivo sullo sviluppo della malattia celiaca.

4 L’introduzione del glutine durante l’allattamento materno non ha un effetto protettivo sullo sviluppo della malattia  celiaca.

5 L’HLA DQ2 in omozigosi è significativamente associato ad un alto rischio di malattia celiaca.

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