Se la dieta mediterranea richiama subito alla mente pomodori maturi, olio extra vergine e paesaggi marini, esiste anche un modello alimentare pensato per i climi più freddi e dalle intriganti suggestioni invernali. È la Nordic Diet, che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione della ricerca scientifica per i suoi effetti sulla salute metabolica. Tanto per fare un paio di esempi, uno studio pubblicato su Clinical Nutrition aveva mostrato benefici indipendenti dalla perdita di peso (se ne parla qui) sul controllo della glicemia e dei grassi nel sangue. Un’altra ricerca, sempre sulla “dieta nordica”, apparsa sull’European Journal of Nutrition aveva invece messo in luce come un consumo abituale di cereali integrali, pilastro di questo modello, fosse associato a una maggiore longevità e a un invecchiamento in migliore salute (se ne parla qui).
Oggi, però, la conoscenza degli effetti di questa dieta ha fatto un importante passo in avanti. Un nuovo studio appena pubblicato su Nature Communications ha voluto mettere alla prova questo modello alimentare valutandone gli effetti su due condizioni sempre più diffuse nella popolazione come il diabete di tipo 2 e la steatosi epatica non alcolica.
La Nordic Diet in breve
Prima di parlare dello studio, val la pena di ricordare che, in un certo senso, la Nordic diet può essere considerata la controparte nord-europea della dieta mediterranea. Si basa su alimenti tipici dei Paesi scandinavi e dell’Europa del Nord e privilegia cereali integrali come segale, avena e orzo, frutta e verdura di stagione, in particolare cavoli, radici e bacche, legumi, frutta a guscio, pesce grasso e oli vegetali ricchi di grassi insaturi, come l’olio di colza. Prevede invece un consumo più limitato di carni rosse, prodotti ultra-processati, zuccheri aggiunti e grassi saturi. È uno stile alimentare ricco di fibre, con una buona qualità dei grassi e un carico glicemico complessivamente moderato, pensato per essere seguito nel lungo periodo.
Tre stili a confronto
Per capire quale modello alimentare fosse più efficace, i ricercatori dell’Università di Uppsala (Svezia) hanno reclutato per il loro studio clinico 150 persone con diabete di tipo 2 o prediabete, uomini e donne adulti, che sono state seguite per un anno intero. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a uno di tre diversi regimi alimentari.
Il primo gruppo ha seguito una dieta a basso contenuto di carboidrati e di alimenti di origine animale, con un’ampia presenza di grassi insaturi di origine vegetale, definita dai ricercatori “anti-lipogenica”, perché mirata a ridurre la produzione di grasso nel fegato. In pratica, meno zuccheri e più grassi “buoni”, provenienti da oli vegetali come quello di girasole, frutta a guscio e semi, insieme a verdure povere di carboidrati e legumi ricchi di proteine, con solo piccole quantità di latticini magri.
Il secondo gruppo ha seguito una “dieta nordica” sana, considerata dagli stessi autori una variante nordica della dieta mediterranea. Era caratterizzata da un basso contenuto di grassi saturi e da un apporto elevato di fibre, grazie a cereali integrali, frutta e verdura. In tavola comparivano soprattutto avena e segale sotto varie forme, pane di segale e croccante, olio di colza, frutta come mele, pere e frutti di bosco, ortaggi tipici come cavoli e piselli, oltre a pesce grasso come salmone e sgombro e latticini magri fermentati.
Il terzo gruppo fungeva da controllo e non ha seguito uno stile dietetico preciso bensì le indicazioni ufficiali delle linee guida (Nordic Nutrition Recommendations), ovvero una dieta equilibrata basata su frutta, verdura, legumi, olio d’oliva e latticini a basso contenuto di grassi.
In tutti i gruppi veniva comunque consigliato di limitare carne rossa e lavorata, bevande zuccherate, dolci e snack con zuccheri aggiunti.
Risultati inattesi (anche per i ricercatori)
Tutte e tre le diete erano considerate potenzialmente utili, ma l’obiettivo dello studio era capire quale fosse la più efficace nel ridurre il grasso nel fegato e migliorare il controllo della glicemia. Ed è qui che i risultati hanno sorpreso gli stessi ricercatori, che si aspettavano delle performance migliori da parte della dieta anti-lipogenica. Sia quest’ultima che la dieta nordica hanno mostrato effetti simili nella riduzione del grasso epatico e del colesterolo LDL, quello comunemente definito cattivo. Tuttavia, nel lungo periodo la dieta nordica si è dimostrata più efficace nel migliorare il controllo della glicemia e ha avuto effetti più favorevoli anche su peso corporeo, infiammazione, profilo lipidico e segni di sofferenza del fegato.
“La Nordic diet ha dato i risultati migliori nei partecipanti con il diabete», spiega Ulf Risérus, coordinatore dello studio. “Abbiamo osservato una riduzione significativa del grasso epatico e un miglioramento del controllo della glicemia nel corso di un anno”.
Un dimagrimento naturale
Un altro dato interessante riguarda la sostenibilità nel tempo dei regimi alimentari. “Nonostante i partecipanti potessero mangiare liberamente gli alimenti consigliati, hanno comunque perso peso”, sottolinea Michael Fridén, primo autore dello studio. Un aspetto tutt’altro che secondario, se si considera che molte diete funzionano solo finché prevedono una restrizione calorica rigida, difficile da sostenere a lungo.
Infine, i ricercatori hanno stimato che la perdita di peso contribuisce per poco più della metà sulla riduzione del grasso epatico: “Ciò suggerisce che la dieta in sé giochi un ruolo diretto nel migliorare la salute del fegato, la glicemia, i lipidi e l’infiammazione”, conclude Risérus. Insomma, un risultato che secondo gli autori rafforza l’idea della dieta nordica come possibile strumento concreto per la gestione a lungo termine del diabete e delle sue complicanze.





