Come smascherare il cibo spazzatura

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Tra vegani e intolleranti a tutto, l'industria alimentare continua a offrire lo stesso cibo industriale spazzatura di sempre. Leggete le etichette è l'unico modo per svelare l'inganno e preservare la salute

L’offerta alimentare di oggi è sempre più ricca di prodotti raffinati, dolcificati, zeppi di additivi e conservanti, impoveriti di ogni nutriente, ma spesso spacciati per naturali e salutari. Questi vengono chiamati, in gergo, “cibi spazzatura” (junk foods) e sono solitamente alimenti di scarsissima qualità che sono stati sottoposti a cottura o raffinazione oppure additivati di coloranti, conservanti, dolcificanti, aromatizzanti, addensanti per farli sembrare qualcosa che non sono, o non sono più. I loro nomi li conosciamo: zucchero bianco, farina 00, margarine e altri alimenti con grassi vegetali idrogenati, con dolcificanti artificiali (aspartame, acesulfame, saccarina, ciclammati) o con sciroppo di glucosio e di glucosio/fruttosio, bibite, dolciumi, caramelle e poi alcolici e superalcolici.

Il grande potere dei consumatori

Sebbene non si possa pensare di isolarci in una campana di vetro rifiutando tutto, dobbiamo tuttavia imparare a porre delle priorità e iniziare a scegliere più consapevolmente tra ciò che ci fa bene e ciò che invece può nuocerci. Operare scelte consapevoli non è solo un investimento sulla nostra salute futura. È anche un piccolo danno che procuriamo a chi ci pensa così sprovveduti e ignoranti da poterci vendere cibo spazzatura in eterno. È solo un danno irrisorio la singola confezione che lasciamo sullo scaffale, ma tante gocce fanno un fiume e tanti fiumi un mare. Il produttore, alla lunga, deve adeguarsi. Il coltello dalla parte del manico ce l’abbiamo noi e non il produttore o il rivenditore.

Non lasciatevi ingannare da…

Un diffuso “inganno” è aggiungere pochi grammi di crusca (la buccia del chicco) a spaghetti o fusilli ottenuti da semola raffinata, indicando sulla confezione “tipo” integrale, così da aggirare le indicazioni di legge. Noi non vogliamo consumare pasta “tipo” integrale. La vogliamo integrale. E per farla così non vi è altro modo che quello di utilizzare il chicco intero tal quale, con tutte le componenti preziose contenute nel germe, che il piccolo inganno ci sottrae. Spesso i miei pazienti mi dicono che hanno mangiato farina di kamut o riso basmati o pasta di mais o grano Senatore Cappelli, pensando così di aver fatto qualcosa di molto utile alla loro salute. E io chiedo: integrali? Dallo stupore capisco che non si sono posti nemmeno il problema. Qualunque varietà di grano, riso, mais può essere raffinata o integrale. Se non c’è scritto “integrale” possiamo star certi che è raffinata, e quindi impoverita di sue naturali proprietà.

Ho visto cose che voi umani…

Se pensiamo a com’è fatto un biscotto ordinario ci rendiamo conto subito di cosa significhi “cibo spazzatura”. La lista degli ingredienti segnala: farina 00, zucchero, grassi idrogenati, sale, aromi. Non c’è un solo alimento completo tra tutti quelli indicati. Poi li chiamano “la colazione ideale per i tuoi ragazzi”. E il giurì di autodisciplina pubblicitaria non ritiene di dover intervenire per pubblicità ingannevole, se si parla di cibo salutare in presenza di margarine o di grassi idrogenati, sostanze a fronte delle quali anche il famigerato olio di palma sembra un sano extravergine. Recentemente sono state toccate vette inaudite (tanto da dover citare l’androide del mitico film Blade Runner: “Ho visto cose che voi umani non potreste neanche immaginare…). Ho visto un cornetto “integrale”, zeppo di zucchero, che di integrale aveva davvero poco o nulla (la cui insultante pubblicità spiegava che finalmente c’era un prodotto “integrale” che non sapeva di cartone...). Ho visto delle fette biscottate “integrali” che univano solo crusca a farina 00. Ho trovato biscotti “salutari” in cui viene utilizzato l’amido cosiddetto resistente (come quello del pane raffermo, che ha indice glicemico più basso di quello normale), con tanto di curva glicemica esposta sulla confezione. Ho visto delle brioche “al miele” in cui il 70% della farcitura era uno sciroppo di lucosiofruttosio (e allora chiamatele brioche al glucosio-fruttosio!). Ma realizzare un prodotto, magari giustamente arricchito e insaporito con burro, uova, olio extravergine, noci, cacao e altro, che abbia però la componente di farina 100% integrale è così difficile? La cosa più comica è poi la totale incoerenza delle scritte sulle confezioni. Orrende miscele di zucchero, farina bianca, oli vegetali, aromi, additivi e conservanti, vengono spacciati per sani con diciture ridicole come “senza uova” o “senza olio di palma”, e accompagnati da scritte che più o meno recitano: “Proteggi la tua salute senza rinunciare al gusto!”, come se un mix di zucchero e farine bianche potesse proteggere qualcosa. Il tutto nel silenzio più totale degli organi di controllo.

15 giorni per uscire dalla dipendenza

In una situazione così degenerata, in cui l’attenzione dei media e del Governo è sviata da altri problemi di salute pubblica di entità molto più lieve (dalla “epidemia” di varicella agli orari di apertura dei medici di base), nessuno tra quelli che sono lautamente retribuiti per farlo si occupa di ridurre l’impatto disastroso del junk food su diabete, obesità, cancro e malattie cardiovascolari, che generano, solo in Italia, decine di migliaia di morti precoci ed evitabili ogni anno. Visto che a livello centrale, quali che ne siano le cause, la prevenzione non si fa, l’unica via oggi possibile è quella dell’autodifesa. Un primo importante successo si ha quando impariamo a non dolcificare, e a gustare il vero sapore degli alimenti invece di quello contraffatto dalla dolcificazione. Ma anche quando iniziamo a cucinare la maggior parte dei cibi di cui ci nutriamo, partendo da materie prime naturali e salutari, evitando i cibi industriali sempre troppo ricchi di sale e di zucchero. Uscire dalla dipendenza da junk food è facile (bastano 15 giorni totalmente puliti) ma non alla portata di tutti. Il tossicodipendente, ricordiamolo, non ammette mai la sua dipendenza: o si diventa consapevoli di ciò che si mette in bocca o la strada, per alcuni, può essere molto molto lunga. E il tempo non è detto che sia con noi così generoso.

 

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