Quando si parla di grasso corporeo o, meglio di eccesso di adipe, è facile che si pensi subito alla conformazione “a mela” tipica degli uomini (qui un podcast dedicato all’argomento), con l’addome pronunciato, oppure alla forma “a pera”, più femminile (qui un post per saperne di più), dove sono i fianchi ad allargarsi (ma dopo la menopausa le forme possono cambiare). E in effetti a seconda della posizione dei depositi di grasso si verificano degli effetti diversi sulla salute. Come è noto, quello addominale - la cosiddetta pancia - aumenta il rischio di svariate patologie, da quelle cardiache alle malattie metaboliche come il diabete di tipo 2.
Esistono però delle situazioni in cui il grasso, anche se non modifica le forme del corpo, depositandosi in alcune aree specifiche può provocare dei danni in organi apparentemente lontani. Ed è quanto sostengono gli autori di una nuova ricerca che ha mostrato come la distribuzione del tessuto adiposo possa avere un ruolo diretto sull’invecchiamento del cervello e la qualità delle prestazioni cognitive.
Depositi “nascosti”
Lo studio è stato appena pubblicato su Radiology, rivista ufficiale della Radiological Society of North America, è stato condotto da un gruppo di ricercatori della Xuzhou Medical University, in Cina, e si basa sui dati di quasi 26.000 persone presenti nella banca dati britannica UK Biobank, che integra dati clinici, misurazioni corporee, stile di vita e risonanze magnetiche di una vasta popolazione adulta.
Grazie alle risonanze magnetiche di tutti i soggetti, i ricercatori non si sono limitati a valutare il peso o l’indice di massa corporea, ma hanno misurato in modo preciso il grasso presente nei diversi organi e compartimenti corporei mettendolo in relazione con gli altri dati raccolti. Questo approccio ha permesso di individuare due profili di accumulo adiposo associati a un invecchiamento cerebrale più rapido, a una riduzione della sostanza grigia cerebrale e a un peggioramento delle funzioni cognitive.
I due profili più a rischio
Il primo è caratterizzato da un accumulo elevato di grasso nel pancreas. Va subito detto che si tratta di un dato poco considerato nella pratica clinica, dove l’attenzione è spesso rivolta alla steatosi epatica (il cosiddetto fegato grasso). In questo caso, però, il grasso pancreatico risulta intorno al 30%, circa sei volte maggiore rispetto alle persone magre, e anche in quelle che non presentavano una steatosi epatica significativa. E proprio l’eccesso di grasso nel pancreas è stato collegato in modo netto a cambiamenti nella struttura del cervello e a un rischio neurologico più elevato.
Il caso dello “skinny fat”
Il secondo profilo riguarda persone che a prima vista non sembrerebbero obese. Il loro indice di massa corporea non è particolarmente alto ma la percentuale di massa grassa è alta rispetto alla massa muscolare. È la condizione spesso definita “skinny fat” (che in Italia si può tradurre con l’espressione comune “falso magro”), in cui il grasso si distribuisce in gran parte del corpo e tende ad accumularsi soprattutto a livello addominale.
Anche in questo caso, lo studio ha evidenziato un’associazione chiara con un declino cognitivo più marcato e con segni d’invecchiamento cerebrale accelerato. Il dato interessante è che questi effetti si osservano indipendentemente dal sesso e senza accumuli evidenti di grasso nel pancreas o nel fegato. Studi precedenti avevano già dimostrato che l’obesità, in particolare il grasso viscerale, veniva associata a una salute cerebrale peggiore ma questa ricerca aggiunge preziose informazioni sui fattori di rischio per i problemi neurologici.
Obesità e demenza
Infine, sempre a proposito di salute del cervello ed eccesso di peso, è da segnalare un secondo studio, pubblicato su The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, condotto da ricercatori delle Università di Copenaghen e di Bristol. Lo studio, basato su dati genetici di ampie popolazioni europee, ha mostrato che un indice di massa corporea elevato non è solo associato alla demenza, ma può contribuire direttamente al suo sviluppo. Gran parte di questo effetto sembra passare dall’aumento della pressione arteriosa e dal conseguente danno ai vasi sanguigni del cervello, un meccanismo che nel tempo può compromettere le funzioni cognitive e aumentare il rischio di demenza, in particolare quella di origine vascolare.





