Alimentazione e longevità
Esiste la dieta per vivere cent’anni?

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Non passa giorno che non si senta dire che, portando in tavola quel tale alimento, di sicuro si camperà più a lungo. Ma esistono regole valide per tutti?

La longevità non dipende mai solo da uno o due specifici fattori, ma dal buon funzionamento sinergico di tutte le nostre potenzialità. Capirlo è un passo culturale importante, che però non tutti sono in grado di fare. Per comprendere meglio le modalità con cui il nostro corpo invecchia può essere utile rispolverare il concetto sempre valido di “invecchiamento parallelo”, per farci intendere che, se anche uno solo tra i nostri organi è in difficoltà, o precocemente invecchiato, c’è il rischio concreto che, in breve tempo, altri organi ad esso funzionalmente correlati possano invecchiare altrettanto precocemente. Si spiega così come il polmone annerito di un fumatore possa trascinare con sé l’invecchiamento della pelle, l’impigrimento dell’intestino, l’ingiallimento dei denti, l’alito pesante, sia per effetto diretto delle tossine presenti nel fumo sia per invecchiamento parallelo di organi e tessuti.

Tante teorie, nessuna certezza

In effetti le teorie sull’invecchiamento sono state molte, e ciascuna con qualche punto di verità. Nel 1942 si parlava di radicali liberi. Nel 1962 di DNA danneggiato. Nel ’78 l’interesse si incentra sulle membrane cellulari e nell’87 sulla glicazione (un fenomeno biologico tipico nei diabetici, in grado di interferire con molte funzioni). Infine, in tempi più recenti, si è cominciato a parlare di restrizione calorica. Tra tutte le varie teorie quest’ultima sembra davvero essere la più ingenua. Si basa, infatti, su pochi lavori scientifici gravati da molte imprecisioni, che darebbero per valido l’assunto secondo il quale basterebbe mangiare poco per vivere a lungo. L’affermazione è tanto semplicistica e superficiale da fare il paio con l’altra, che da anni combattiamo con forza, secondo cui basterebbe mangiare poco per dimagrire. Nulla di più falso, come capiremo tra breve.

“Lavori scientifici” da leggere con attenzione

Una prima serie di lavori, in verità un po’ datati, documenterebbe su topi un prolungamento dell’attesa di vita a fronte di una certa restrizione calorica. In questi lavori il punto chiave è legato alle quantità corrette di cibo previste da madre natura per quegli animali, e alle condizioni di laboratorio in cui gli esperimenti vengono condotti. L’appetito naturale del topo tende a essere comunque soddisfatto, in previsione di una vita in perenne movimento proprio alla ricerca di cibo. Ma se il topo è costretto in una gabbia, i suoi movimenti si riducono a zero e le quantità ritenute “normali” diventano senza dubbio eccessive. Come se un uomo sedentario che vive col sedere attaccato al suo divano mangiasse il cibo idoneo a sfamare un cacciatore-raccoglitore del paleolitico. Diventerebbe ben presto obeso. Ora, è chiaro che se a quest’uomo (o a quel topo sedentario) riduciamo le quantità di cibo, non possiamo che ottenere un beneficio in termini di salute e di aspettativa di vita. Ma non è in alcun modo dimostrato (anzi la scienza teorizza l’opposto sulla base dei più recenti studi sul rapporto tra leptina e assi ormonali) che, riducendo l’apporto di cibo a un individuo in perfetta forma, gli si allunghi la vita. Più recentemente sono stati svolti dei lavori su macachi che avrebbero dimostrato lo stesso concetto: riducendo le calorie, la vita dei macachi si allungava (Mattison, Nature 2012). Anche qui però un minimo di revisione critica spiegava il meccanismo: la dieta seguita dai macachi era assolutamente innaturale e insalubre. Riducendo la quantità di cibi malsani che venivano somministrati agli animali da esperimento, il beneficio era immediato e gli animali stavano un po’ meglio. Un po’ come se riducessimo la quantità di vodka e di wurstel a un individuo sotto sperimentazione, scoprendo che chi ne mangia di meno vive un po’ di più. Un tipo di ricerca scientifica, ci pare, priva di buon senso.

Alla ricerca dell’elisir di lunga vita

Il problema con l’antinvecchiamento è che ciascuno pensa di aver capito tutto perché ha letto qualcosina sui vegliardi di Okinawa piuttosto che della Georgia. Eppure la classifica dei più longevi al mondo riserva qualche sorpresa. Per esempio, in Italia, abbiamo in Sardegna dei piccoli paesi che contano decine di centenari, e fino all’anno scorso un’italiana del Verbano, Emma Morano, era la donna più anziana del mondo con 117 anni compiuti. Nonna Emma ha più volte dichiarato di aver consumato per più di 100 anni la bellezza di 3 uova al giorno, alla faccia di quei nutrizionisti che ancora ripetono, “non più di due uova a settimana”. Qualche anno fa era deceduto un contadino andino di 138 anni che aveva dichiarato di consumare da tempo un mix di quinoa, carne di serpente e foglie di coca. In sintesi: ogni volta che qualcuno vuole cercare di dimostrare l’effetto sulla longevità di un singolo ingrediente alimentare, ci allontaniamo dalla comprensione dei fatti. Vi sono in effetti dei vincoli inamovibili legati alla biologia umana (se non si mangiano adeguate quantità di carboidrati complessi, di proteine nobili, di fibra, di vitamine e minerali, nessun essere umano può restare in salute), ma come abbiamo visto la ricetta alimentare varia molto da Verbania alle Ande, dal Giappone alla Sardegna.

Sport, socialità, sorriso

Tutti questi anziani molto longevi, oltre, immaginiamo, ad avere una genetica fortunata, vivono in piccoli paesi o città, inseriti in un ambiente con un forte supporto sociale e con la possibilità di contatti umani sereni e privi di stress. A Milano o a New York non si trova neppure un centenario. Se lo troviamo lì è perché in passato ha vissuto altrove. Ma ancora più importante, per tutte queste persone, è stato il fatto di svolgere attività fisica in modo regolare, quotidiano, per molti anni della loro vita. Questo, che accomuna tutti i più che centenari, dovrebbe farci riflettere a lungo. Se vogliamo vivere tanto e bene sarà consigliabile mangiare sano ed equilibrato e instaurare rapporti sereni con chi ci sta vicino. Ma più di tutto sarà bene cominciare a muoverci. E a sorridere. Non s’è mai visto nessuno, imbronciato e teso, in grado di superare la soglia del secolo. Essere capaci di sorridere di se stessi e della vita vuol dire allontanare quei picchi di adrenalina e cortisolo che ci gonfiano i tessuti di liquidi, depositano grasso sui nostri fianchi, alzano la glicemia e rendono le nostre piastrine più tendenti alla coagulazione. Prima di qualunque dieta, forse, dobbiamo imparare a sorridere e a sdrammatizzare.

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