A tavola con Natalia Aspesi
Natalia Aspesi: amare l’essenziale anche in cucina


Natalia Aspesi, scrittrice e giornalista, ama circondarsi di cose e persone. Preferisce il cibo “vero”, senza tanti fronzoli, perché altrimenti distraggono dall’esperienza che si sta vivendo

È proprio vero che andando avanti con gli anni si acuiscono gli aspetti del proprio carattere: se sei lamentoso diventi insopportabile, se sei mite fai una gran tenerezza, se sei ricattatorio guai a cadere nella tua trappola, e se sei un tipetto come Natalia Aspesi diventi sempre più arguto e senza peli sulla lingua! Ironica con gli altri e con se stessa, l’abbiamo intervistata a un corso di aggiornamento per giornalisti dove, guardando con aria sorniona dalla tavola dei relatori, ci dice: “Ma che siete venuti a fare? Non capisco proprio!”. Insomma, come perdersi le considerazioni su cibo e dintorni di questa disincantata signora del giornalismo italiano?

Come è la tua cucina?

La cucina è la stanza che amo di più, luminosa, grande, con una parete tutta occupata da una fotografia di Bruse Weber, che ritrae la più giovane delle sorelle Midford, Deborah, duchessa di Devoshire, in abito da gran sera nel suo castello, dove allevava galline di razza pregiata. Sul pavimento, lungo la fotografia, c’è una serie di galline buffe di ceramica, regalo di amici. In cucina ho tutto quello che mi serve, non quello che per me è superfluo, come l’abbattitore o il forno a microonde. Mangio di tutto, per me è un piacere sia mangiare sia cucinare, anche se quando ho più di sei invitati chiamo una brava cuoca o mi rivolgo, soprattutto d’estate, a un geniale salumiere che fa ottimi piatti pronti: quando sono sola, passo dal toast, che adoro ma ritengo peccaminoso, a un piatto di spaghetti, o anche solo a uno yogurt con cetriolo e menta. Però curo sempre la tavola.

Gli chef di grido sono perlopiù maschi, mentre a cucinare in casa sono soprattutto donne. Perché secondo te?

Il mio compagno, che purtroppo è mancato qualche anno fa, cucinava benissimo, così come il marito di mia nipote, un bravo dentista che è il solo cuoco di casa; forse le donne non sono interessate molto alla carriera di chef perché far da mangiare è per loro un lavoro domestico, sia che lavorino sia che siano casalinghe. Per gli uomini è meno scontato e lo trasformano in una professione: del resto nella storia sono entrati quasi esclusivamente uomini, come Vattel, lo chef del Grand Condé, che si suicidò perché per i festeggiamenti dedicati a Luigi XIV non era arrivato il pesce. Da un po’ di tempo mi pare che l’eccesso di trasmissioni con cuochi famosi stia rendendo il cucinare un mestiere noioso, ormai anche come spettacolo. I meno peggio sono quelli che danno ricette, anche se ormai non sanno più cosa inventare, e noi torniamo felici alla meravigliosa tradizione italiana casalinga e regionale. Trovo davvero orribili le gare di cucina, anche tra bambini, umilianti sia per i giudici sia per i concorrenti, basate sull’assurdità, la fretta. Contemporaneamente, Milano ormai è invasa da ristoranti, bistrot, bar che fanno cucina. In molti di questi si mangia veramente male, pasticci insensati, che hanno superato ovviamente sia la cucina fusion che la nouvelle cuisine. Io evito con cura i locali stellati e non solo per il prezzo. Preferisco di gran lunga un bell’uovo sodo a casa mia!

Cene di gala, party di lavoro: osservi dei cambiamenti negli ultimi decenni?

Non ho mai accettato i cosiddetti pranzi di lavoro, perché o mangio, e voglio la quiete, o lavoro e non voglio distrarmi. Il solo invito a un “ricevimento di gala” mi fa fuggire, perché mi sembrano eventi inutili e assurdi, ti trovi a fianco sconosciuti con cui non sai di che parlare, devi indossare abiti eleganti stando sempre seduta e rendendoti quindi invisibile. Mi sembrano anche ridicole le cene cosiddette esclusive, a cui sono invitate almeno un migliaio di persone, cioè anche gli esclusi.

Il galateo è cambiato?

Le buone maniere e l’educazione sono sempre attuali, anche se oggi mi sembrano poco rispettate.

Un ricordo d’infanzia legato al cibo?

Intanto la fame costante durante la guerra e l’orribile pane umido di carrube. Per fortuna avevo una mamma meravigliosa che ha reso serena la nostra infanzia, ma quando non c’era nulla non si mangiava. Fuori dalle restrizioni della guerra, la mamma cucinava un piatto buonissimo che si chiamava “budino di burro”. Non l’ho mai più mangiato perché mia mamma non me ne ha mai dato la ricetta.

Parliamo di abitudini e stili alimentari, dei vegetariani, del biologico

Ci sono troppe smanie dietetiche. Solo pesce crudo, senza glutine, niente pasta. Credo siano manie legate alla ricerca di estetica e di un benessere che ci sarebbe comunque. Però capisco i vegetariani. Io non lo sono, ma mangio carne solo se la trovo sulla tavola di chi mi invita. Ne acquisto pochissima, soprattutto perché non mi piace, a una bistecca preferisco una mela. Il cibo biologico mi affascina ma ci credo poco; il mio compagno e io avevamo un piccolo orto coltivato biologicamente che ci dava verdure bellissime, per esempio dei pomodori giganti, intatti, buoni. Eravamo molto orgogliosi, poi abbiamo scoperto che poco lontano c’era una fabbrica di prodotti chimici per l’agricoltura, e i suoi miasmi arrivavano fino a noi, abbellendo ma anche avvelenando i nostri poveri ortaggi. La fabbrica l’hanno chiusa e noi abbiamo chiuso l’orto. Sono contraria agli Ogm perché impediscono ai contadini di sperimentare e usare le loro sementi e li obbligano a comprare ogni anno quelle prodotte dalle aziende.

Una tua speranza o una considerazione sul futuro del cibo

Credo che il futuro dell’Italia sia anche legato alla sua agricoltura e alle cucine regionali. Nessuno al mondo ha prodotti buoni come i nostri.

 

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