“Rehoming” offre una seconda vita alle galline da batteria a “fine carriera”


Nel Regno Unito, il British Hens Welfare Trust ha trovato nuova casa, finora, a quasi 630 mila galline che altrimenti sarebbero finite al macello. Ha inoltre programmi per l’adozione delle ex galline da batteria nelle scuole, nelle prigioni e nelle case di cura

Milioni di galline ovaiole vivono una vita breve e miserabile all’interno di gabbie anguste e sovraffollate. Non vedono mai né cielo né erba, fino al momento in cui la loro produzione di uova cala e vengono inviate al macello. Nel Regno Unito, un progetto di rehoming - racconta un articolo di E-habitat - mira a salvarle, donando loro una nuova casa e una seconda vita. Nelle case e nei giardini dei sudditi di Sua Maestà.

La triste (e breve) vita delle galline di allevamento

Molti di noi sono convinti, sbagliando, che gli allevamenti in batteria di galline ovaiole non esistano più. A partire da gennaio 2012, infatti, è entrata in vigore una normativa europea che ha imposto agli allevamenti di sostituire le vecchie gabbie utilizzate per l’allevamento in batteria con gabbie cosiddette “arricchite”, conformi a nuove regole più attente al benessere animale.

Nelle intenzioni del legislatore, l’utilizzo delle nuove gabbie dovrebbe garantire alle galline di allevamento condizioni di vita meno traumatiche e prevenire fenomeni come cannibalismo e pazzia, causati dalla reclusione forzata in spazi eccessivamente piccoli e sovraffollati che non consentono alle galline di muoversi e razzolare liberamente.

Nelle gabbie attualmente in uso, le galline hanno a disposizione circa il 20% di spazio in più rispetto a prima, hanno una piccola area per razzolare e una per la nidificazione (corrispondente ad un nido ogni 20 galline). Nella pratica, questo si traduce in file di gabbie poste l’una sopra l’altra (fino a 7 piani), all’interno delle quali sono rinchiuse circa 90 galline che non hanno spazio a sufficienza nemmeno per aprire comodamente le ali.

Le gabbie sono tutto ciò che le galline vedono nel corso della propria breve vita, fino al momento in cui, intorno al diciottesimo mese d’età, smettono di produrre un uovo al giorno e vengono mandate al macello.

A questo punto le galline avrebbero ancora molto da vivere e molte altre uova da deporre, essendo la loro vita media di 6 anni circa. Tuttavia, una volta calata la produzione, tutte vengono macellate per poter iniziare un nuovo ciclo produttivo con altri animali, più giovani e produttivi.

Nel Regno Unito, le galline vengono salvate dal macello attraverso il rehoming

Salvare queste galline trovando loro un posto nel proprio giardino potrebbe essere un ottimo modo per donare una seconda vita ad animali destinati ad una fine triste e prematura, e ottenere in cambio delle buonissime uova a km 0.

Ne sono convinti nel Regno Unito, dove il fenomeno dell’adozione delle ex galline di batteria è sempre più diffuso. Qui alcuni siti web, come ad esempio quello del British Hen Welfare Trust, permettono ai sudditi di Sua Maestà di registrare il proprio interesse ad adottare una gallina proveniente da allevamenti intensivi. I volontari vengono poi ricontattati quando le galline sono pronte per essere adottate. L’adozione è gratuita, e agli adottanti viene chiesta soltanto una piccola donazione per sostenere il progetto.

Molto spesso le galline non hanno un bell’aspetto al momento dell’adozione. Presentano frequentemente molte penne mancanti, il becco danneggiato, o sono sottopeso. Sfortunatamente questo è normale, in quanto all’interno delle gabbie delle batterie c’è una forte competizione per lo spazio e il cibo, e gli esemplari non dominanti possono risentire di ciò pesantemente.

Bastano tuttavia poche settimane nella nuova casa per trasformare delle galline malmesse e impaurite in esploratrici impavide e felici. I nuovi proprietari dichiarano inoltre che le galline adottate sono ottimi animali da compagnia, con un costo di gestione inferiore a quello di cani e gatti. Provare per credere!

In Italia 39 milioni di galline ovaiole aspettano di essere salvate

Il British Hens Welfare Trust ha trovato nuova casa, finora, a quasi 630 mila galline che altrimenti sarebbero finite al macello. Ha inoltre programmi per l’adozione delle ex galline da batteria nelle scuole, nelle prigioni e nelle case di cura.

Una storia a lieto fine, che sarebbe bello replicare anche in Italia. In questo momento, infatti, approssimativamente l’80% della produzione nostrana di uova proviene da gabbie. Parliamo quindi di circa 39 milioni di galline ovaiole coinvolte in questo tipo di produzione, molte delle quali potrebbero iniziare una seconda vita a seguito di progetti di rehoming simili a quelli britannici.

Nel frattempo, ognuno di noi può già iniziare a fare la sua parte attraverso le scelte compiute a tavola. Ad esempio, consumando soltanto uova marchiate con codice 0 (“da agricoltura biologica”) o codice 1 (“da allevamento all’aperto”). Questa scelta permetterà di rendere quanto prima gli allevamenti intensivi soltanto un brutto ricordo del passato.

 

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