Quanto è nocivo l’olio di palma?


Negli ultimi anni l’uso dell’olio di palma è aumentato molto. Gli ambientalisti lo hanno messo all’indice per le conseguenze sociali, climatiche e ambientali e non mancano le critiche dei nutrizionisti. Così, anche i consumatori cercano di evitarlo. Facciamo il punto con esperti del settore

La musica di sottofondo è rilassante, la voce femminile calma e suadente. Ma il messaggio inquieta. Nel suo breve filmato pubblicato su youtube, Greenpeace, la nota associazione ambientalista, mette il dito sulla piaga: “probabilmente utilizzi ogni giorno l’olio di palma senza saperlo, può trovarsi nello shampoo, nei detersivi, nel dentifricio, nel cioccolato… La sua richiesta continua a salire. Il prezzo da pagare è alto. L’allargamento delle coltivazioni di palme sta provocando la distruzione delle foreste tropicali, per esempio in Indonesia. Sparisce lo spazio per molte specie viventi vegetali e animali. Uno spazio vitale anche per la popolazione indonesiana”, continua il messaggio di Greenpeace, “uno spazio vitale per tutti noi, perché la foresta contribuisce a ridurre l’anidride carbonica e rallenta i mutamenti climatici.
Occorre avviare un processo di produzione sostenibile, tu hai il potere di farlo, aiutaci a proteggere il paradiso”, conclude il messaggio di Greenpeace.
Al supermercato un prodotto su due contiene olio di palma”, ribadisce il Wwf, altra associazione ambientalista, che, nelle pagine del suo sito, promuove strategie e soluzioni per un cambiamento rivolgendosi sia ai consumatori, sia a investitori e produttori. Sostenere il rinnovamento globale delle procedure di produzione dell’olio di palma è uno degli obiettivi prioritari del Wwf che, dal 2004 fa parte di RSPO, acronimo di Round Table on Soustainable Palm Oil (Tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile), un’organizzazione che ha creato una rete per supportare e certificare la produzione di olio di palma sostenibile in tutti i comparti dell’industria coinvolti nel processo e attribuisce un marchio che attesta la sostenibilità. Oggi partecipano a questa associazione molte delle maggiori imprese alimentari mondiali, ma anche aziende familiari del settore cosmetico, rivenditori, banche e organizzazioni senza fine di lucro impegnate in ambito sociale ed ecologico.

Le ragioni del suo successo

Secondo i dati del Wwf, sono diciassette milioni gli ettari occupati dalla coltivazione di palme nel mondo. Ma perché l’olio di palma è così diffuso? Il grasso che si può ricavare dalla polpa e dai semi dei suoi frutti offre molti vantaggi. È solido fino a 35 °C e trattiene le piccole particelle degli oli insaturi, per esempio di noci e nocciole, fungendo, così, da emulsionante. Quindi aiuta a conferire una consistenza cremosa senza bisogno di aggiungere additivi. Resiste al calore e contribuisce a dare una gradevole croccantezza ai prodotti da forno. Utilizzarlo ha consentito di sostituire la margarina, sotto accusa per il contenuto di grassi idrogenati, con il loro indesiderabile apporto di acidi grassi trans, sostanze che possono, in grande quantità, provocare problemi all’apparato cardio circolatorio. Inoltre, si conserva a lungo. Il suo odore neutro si adatta alla produzione di cosmetici. Infine, rispetto ad altri grassi, è economico. Una caratteristica, quest’ultima, legata alla grande resa delle palme che, fra le diverse specie vegetali, fornisce il maggior raccolto di olio possibile. “Questa peculiarità è positiva”, spiega in un recente studio sul tema l’organizzazione evangelica no profit - fondata in Germania 50 anni fa e operante in più di 90 paesi - Brot für die Welt (Pane per il mondo). “Le coltivazioni ad elevata produttività possono aiutare a soddisfare le esigenze di una popolazione in continua
crescita. I problemi sono legati alle modalità di coltivazione e all’aumento della richiesta”, proseguono gli esperti di Brot für die Welt. “Negli ultimi 30 anni la produzione è cresciuta di 10 volte e copre il 39% della produzione mondiale di olio”. Boicottare i consumi? In realtà non è così semplice. “Sostituirlo con l’olio di soia, per esempio, rischia di farci cadere dalla padella alla brace”, afferma Ilka Petersen, esperta del Wwf, in un’intervista sulla rivista tedesca Bioboom. “Avremmo bisogno di superfici fino a sei volte maggiori, senza contare il problema della soia geneticamente modificata”.

Coltivazioni sostenibili sempre più richieste

“Una regolamentazione nella sua produzione è quindi molto importante e organizzazioni come RSPO rappresentano un passo importante”, sostiene nel suo rapporto Brot für die Welt. “Oggi l’olio certificato ‘sostenibile’, contraddistinto dal marchio RSPO copre il 15% della produzione. Ma il mercato non è ancora abbastanza sensibilizzato al tema e non sempre è disposto a sostenere i costi maggiori.” Un incentivo a incrementare la certificazione viene dall’Europa. Da quando, nel 2014, l’Unione europea ha reso obbligatorio dichiarare in etichetta la composizione dei grassi degli alimenti confezionati, aumentano i produttori che aderiscono ai disciplinari di sostenibilità dell’olio di palma. “C’è molto spazio per migliorare”, spiegano gli autori del rapporto di Brot für die Welt. “Occorre rendere più trasparenti e accessibili ai contadini le procedure che portano alle concessioni per le coltivazioni. È necessario rafforzare le misure di compenso ambientale che ripristinano aree naturali vicino alle piantagioni e sostengono lo sviluppo di altre produzioni agricole locali tradizionali. Non solo: servono sanzioni per chi trasgredisce il disciplinare e organismi di controllo indipendenti dalle industrie.

Quali garanzie nel bio?

Un modello può venire dalle imprese biologiche che usano olio di palma derivato da coltivazioni bio”, spiega Fabrizio Piva, amministratore delegato di Ccpb, organismo di certificazione e controllo dei prodotti agroalimentari biologici. “In questo caso, oltre a escludere olio proveniente da palmeti derivati dalla distruzione della foresta, come prevede anche il disciplinare RSPO, il ciclo di coltivazione comporta un minore impatto ambientale e una maggiore attenzione alla biodiversità”. “Del resto, il Regolamento europeo indica con chiarezza che la produzione biologica deve basarsi sull’interazione tra le migliori pratiche ambientali, un alto livello di biodiversità e la salvaguardia delle risorse naturali. Per produrre olio biologico quindi, non si disboscano foreste. Piuttosto si convertono a tecniche ecosostenibili terreni già trasformati in piantagioni di palma, con benefici per l’ambiente e per la salute dei consumatori e, soprattutto, degli agricoltori che lavorano nelle piantagioni”, affermano i responsabili dell’ufficio qualità di EcorNaturaSì, nota catena di  distribuzione del biologico. Alcune ditte, tra l’altro, seguono disciplinari aggiuntivi. Un esempio è la tedesca Rapunzel, pioniera del biologico, che ha stabilito un disciplinare interno per la produzione di olio di palma: 100% biologico e 100% fair. “Le regole del precorso produttivo aggiungono alla certificazione RSPO anche quelle di altri organismi indipendenti e prevedono, insieme al rispetto della foresta, la valorizzazione della biodiversità anche all’interno delle piantagioni di palma, la protezione della salute e dell’ambiente attraverso la formazione e il supporto costante agli operatori locali”, spiega Daniela Sottsass, responsabile delle pubbliche relazioni di Rapunzel.

Grassi alternativi nei prodotti bio e non

Ridurre l’impiego di olio di palma dove non è necessario è uno degli impegni di molte aziende nel settore alimentare biologico. Dadi e minestre, per esempio, contengono sempre più spesso olio di girasole o di karitè invece dell’olio di palma, mentre le creme dolci spalmabili prevedono, in alternativa, burro di cacao e olio di girasole. Anche i prodotti da forno stanno cambiando. Olio di oliva, di girasole e di mais prendono il posto di quello di palma, anche nei prodotti convenzionali. Molte grandi linee di distribuzione hanno messo in catalogo biscotti e crackers senza olio di palma, specificandone poi l’assenza sull’etichetta. Occorre sempre tener presente che l’esclusione dell’olio di palma non è l’unica garanzia di qualità, quello che conta è il profilo complessivo degli ingredienti, che va comunque controllato.

Che cosa contiene l’olio di palma?

L’olio di palma proviene dalla spremitura dei frutti di alcune varietà di palma preventivamente denocciolati. Quando non è raffinato ha un colore rosso grazie all’elevato contenuto di carotenoidi. È questa la forma più salutare usata dalle popolazioni dei paesi di origine. L’olio di palma fornisce, inoltre, squalene, vitamina A ed E. Al gruppo di quest’ultima vitamina appartengono i tocotrienoli e i tocoferoli, antiossidanti che avrebbero un effetto regolarizzatore sul colesterolo. Contiene il 48% di acidi grassi saturi, contro il 60-63% del burro, con una concentrazione elevata di acido palmitico, sostanza per anni sotto osservazione per le potenzialità aterogene (capacità di stimolare la formazione di placche aterosclerotiche), oggi ridimensionate dalle recenti ricerche scientifiche. Nel grasso di palma sono poi presenti acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi. I pareri scientifici sull’opportunità di usarlo sono contrastanti. Secondo molte autorità sanitarie internazionali il suo consumo dovrebbe essere moderato e contenuto nell’ambito del 7-10% delle calorie totali raccomandate per i grassi saturi. Chi consuma ogni giorno prodotti da forno e altri alimenti industriali contenenti olio di palma, tanto più se in aggiunta ai grassi saturi presenti nei cibi animali, rischia di sbilanciare questo apporto. Lo squilibrio è accentuato dall’abbinamento con zucchero e farine raffinate. Dal punto di vista preventivo è quindi preferibile diminuire l’impiego di questo grasso nei prodotti confezionati. Non paiono però necessari allarmismi se l’olio di palma è affiancato a ingredienti di alta qualità e a un menu equilibrato, e viene utilizzato con parsimonia.

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