I custodi delle antiche varietà di mais che promuovono la biodiversità e contrastano i monopoli del seme


Al momento in Italia sono circa 160 e si dedicano al recupero delle sementi locali e alla loro coltivazione. In Friuli, per esempio, sono 10 e coltivano, tutti con il metodo del biologico certificato, una trentina di varietà locali. Una volta l’anno ci scambiamo i semi mettendo in atto una selezione partecipata

TORNANO i mais antichi. Tornano a riempire i campi, ricostruiscono paesaggi perduti, arricchiscono di biodiversità – racconta un articolo su Repubblica - un'agricoltura che da decenni ha ridotto a poche specie super selezionate il cereale addomesticato dai Maya 10mila anni fa. Dal Piemonte al Friuli, dall’Alto Adige all’Abruzzo i custodi delle antiche varietà si stanno organizzando. I contadini che si stanno riconvertendo al biologico e al recupero delle sementi locali crescono di anno in anno, si associano, tessono reti con tutta la filiera alimentare e fanno cultura, oltre che coltura.
Il mais è diventato una delle più importanti merci di scambio dell’agroindustria, fornisce una materia grezza che si presta a moltissimi usi alimentari, e non solo. Molti contadini non vogliono più lasciare questa ricchezza secolare a poche multinazionali e si oppongono agli ogm e agli ibridi industriali. Per rendersene conto basta leggere un frammento del Manifesto di Slow Mays, la rete dei produttori italiani di mais antichi, una delle articolazioni di Slow food: “Il mais è una pianta ad alto valore strategico e politico. È fatta di mais la carne che mangiamo, il latte, il formaggio, lo zucchero di merendine, salse e bevande. E' fatto di mais l’involucro dei cibi e i piattini compostabili su cui li mangiamo, è fatta di mais la borsa in cui li trasportiamo, è fatto col mais il biogas che bruciamo. Un pugno di multinazionali ha riempito il mondo di mais, tantissimo, di pochissime varietà, ibride e transgeniche. Un mais che mangia la terra, mangia il suolo, mangia il paesaggio, mangia l’acqua, mangia l’aria, mangia l’uomo”.

I custodi slow e bio sono circa 160 e sono diffusi in nove regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo. In Friuli sono dieci e hanno appena dato vita a un’associazione con il placet della Regione autonoma: “siamo ancora pochi ma abbiamo già molte richieste di adesione”, assicura Gianpaolo Chendi, il presidente, “ammettiamo solo il metodo biologico certificato, curiamo tutte le pannocchie manualmente e una volta l’anno ci scambiamo i semi mettendo in atto una selezione partecipata”. Rosso di Aquileia, socchievina, resiano, bianco perla friulano, pignoletto della val Cosa, dente di cavallo, cinquantino rosso di Codroipo, sono solo alcune delle antiche cultivar di mais a libera impollinazione, una trentina in tutto, coltivate dalla Bassa friulana alla pedemontana pordenonese, alla Carnia. “Sono 2-300 ettari. Una delle caratteristiche delle varietà antiche è l’adattamento secolare al nostro territorio: sono talmente integrate che hanno bisogno di pochissima acqua, a differenza degli ibridi industriali”, continua Chendi. Puntano sulla qualità e sul rispetto per l’ambiente i custodi friulani e, come in Piemonte e nelle Marche, hanno coinvolto le istituzioni scientifiche: l’Università di Udine ha caratterizzato geneticamente i semi; l’Agenzia per lo sviluppo rurale (Ersa) conserva nella propria banca del germoplasma queste sorgenti di agrobiodiversità e certifica l’alto valore nutrizionale delle farine. Non può essere altrimenti, anche perché la resa per ettaro dei mais antichi non è paragonabile a quella dell’agricoltura intensiva: “la granella che ricaviamo non va mai oltre i 35 quintali, contro i 150-180 degli ibridi. Ma il prezzo ci ripaga del nostro lavoro costante e appassionato: 80-90 euro al quintale contro i 10-12 euro”.

Perché la tutela di queste coltivazioni non rimanga una mera 'operazione nostalgia' l’obiettivo è coinvolgere tutta la filiera, dai titolari di mulini, rigorosamente con mole di pietra, ad aziende come panifici, pastifici, birrifici, dalle botteghe artigiane alle cooperative e ai consorzi. L’invito è rivolto anche ai ristoratori. La sfida è lanciata: il ritorno all’antico a volte apre prospettive su un futuro migliore.

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