Rimedi per la ritenzione
Ritenzione idrica, guarire si può

Ritenzione idrica
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La ritenzione idrica è un fenomeno molto diffuso, in particolare tra le donne, che rileva uno stato infiammatorio dell’organismo dovuto a un’errata alimentazione ma anche allo stress, ecco come intervenire in modo efficace e duraturo

Una scienza medica efficace dovrebbe interpretare i disagi dell’organismo come tentativo, magari disfunzionale, per correggere qualcosa che non va. La via per la guarigione di una situazione cronica di ritenzione idrica non passa dalla soppressione farmacologica del sintomo, magari con diuretici, ma dalla comprensione delle reali cause scatenanti del problema. In campo allergologico si deve già a Margaret Profet, biologa americana, nel lontano 1991, l’interpretazione delle allergie come estremo tentativo di difesa, nel quale la tosse, la diarrea, una dermatite o un accumulo di acqua extracellulare non sono altro che modalità di difesa nei confronti di tossine accumulate delle quali non riusciamo a liberarci. Le considerazioni della Profet, dunque, ci mostrano un sistema immunitario amico, alleato, non un nemico da sopprimere. E sulla stessa linea si innesta il Danger model (modello del pericolo) dell’immunologa Polly Matzinger (Science 2002) il quale indica che le cellule del sistema immunitario non sono deputate solo a riconoscere sostanze estranee, ma anche a creare tolleranza verso quei composti che ci possono fare bene. Dove è stato registrato come pericoloso un alimento, il sistema immunitario reagirà in modo alterato (per esempio con i classici sintomi di ritenzione) se non avrà avuto il tempo necessario o il modo di creare tolleranza. E la risposta del sistema immunitario potrà provocare accumulo di liquidi che - se non si fanno le cose giuste - potrebbero non andarsene troppo facilmente.

Spegnere l’incendio infiammatorio

Una food sensitivity rappresenta una reazione alterata del sistema immunitario in risposta all’assunzione ripetuta di uno o più allergeni alimentari normalmente innocui, con produzione di sintomi del tutto sovrapponibili a quelli di una risposta allergica immediata, tra i quali un ruolo di spicco è dato dalla ritenzione idrica. Immaginiamo una ridente cittadina, dalle strade pulite, che produce una giusta quantità di rifiuti. Ogni giorno passano gli addetti della nettezza urbana e rimuovono la spazzatura. Le strade restano così sempre pulite. Perché ogni tanto la spazzatura si accumula? Vi possono essere due cause: o il sistema di rimozione non funziona più tanto bene, o la quantità di rifiuti accumulata eccede la capacità di smaltimento del sistema. In entrambi i casi si accumula “spazzatura” e l’organismo deve escogitare dei metodi alternativi per liberarsene in qualche modo. Uno dei metodi potrebbe, per esempio, essere quello di passare nelle strade con degli idranti per spazzare via, insieme all’acqua, tutti i rifiuti. Questo metodo “straordinario” utilizzato per rimuovere l’accumulo di spazzatura genera dei sintomi non necessariamente gradevoli, il cui scopo è sostanzialmente quello di eliminare l’ingorgo che si è creato. L’incendio infiammatorio, in pratica, viene spento attraverso un accumulo innaturale (ma difensivo) messo in atto dall’organismo per diluire le citochine prodotte, sostanze infiammatorie, e ridurne i danni. Le risposte all’accumulo sono dunque risposte di espulsione, di eliminazione. L’idrante che spazza via i rifiuti può non essere altro che un forte accumulo di acqua di ritenzione. È importante riconoscere in tutti questi sintomi dei tentativi di eliminazione e non una patologia a sé stante, perché se si trattano questi sintomi con farmaci soppressivi (ad esempio con un diuretico) tutto ciò che si otterrà sarà una cronicizzazione del problema e, potenzialmente, un approfondimento dei sintomi.

Recuperare la tolleranza

Prima di tutto sfatiamo un mito: dalla ritenzione idrica si può guarire. Recuperare appieno la tolleranza immunologica verso il cibo e verso l’ambiente è possibile. Questo obiettivo deve essere raggiunto gradualmente, con una corretta impostazione dietetica che permetta all’organismo di riconoscere come amici gli alimenti che mangiamo tutti i giorni. Un neonato è per definizione allergico a tutti i cibi, con l’eccezione del latte materno. Con l’inizio dello svezzamento, un passo alla volta, in accordo con il Danger model della Matzinger, il bambino impara a tollerare ogni alimento e, alla fine di questo periodo di adattamento, è in grado di utilizzare tutti i cibi come fonte di energia per il suo sviluppo. Allo stesso modo anche l’adulto può rieducare il proprio sistema immunitario verso la tolleranza immunologica. Una volta identificate le eventuali sensitivities (anche solo con un adeguato colloquio medico o con l’aiuto di un diario alimentare) si imposterà uno schema che rispecchi in tutto e per tutto lo svezzamento infantile, alternando giorni di consumo e giorni di non consumo degli alimenti sospetti. L’impostazione di una dieta per il recupero della tolleranza immunologica deve sempre prevedere nella settimana dei giorni di reintroduzione, che chiameremo liberi. Ad esempio, nelle prime 2-3 settimane si possono prevedere come giorni liberi solo il mercoledì e la domenica. Passate queste prime settimane si procederà aumentando gradualmente il numero di queste giornate. Dopo un mese o due si passerà, per un periodo più lungo, a soli due-tre giorni di dieta la settimana. Questa fase è importante per stabilizzare i progressi fatti fino a quel momento. Serve però che nei giorni di reintroduzione (il cui scopo è quello di riabituare lentamente l’organismo al consumo di quegli alimenti) non vi sia un potente ritorno dei sintomi. Se ciò avviene significa che si è ecceduto con la “libertà”, e si è fatto un danno. In tal caso si dovranno ridurre le dosi fino a quasi scomparsa dei sintomi di ritenzione.

Attenzione al sale nascosto

La risposta immunitaria a una sensitivity (sensibilità verso particolari alimenti) non è la sola causa di ritenzione idrica. Ha grande importanza anche la quantità di sale assunta ogni giorno con il cibo. Sotto questo aspetto occorre ricordarsi che il sale che ci provoca la ritenzione non è quel pizzico che mettiamo sull’insalata, quanto piuttosto quello contenuto nei cibi conservati, nei formaggi, nei biscotti, nell’acqua della pasta. Siamo forme di vita uscite dall’acqua che hanno conservato una forte necessità di assunzione di sodio (indispensabile al funzionamento del sistema nervoso) in un mondo preistorico che di sodio ne offriva davvero poco. Per questo il nostro cervello lo cerca incessantemente. L’industria alimentare ce lo offre sotto mille forme, con il risultato che il consumo è davvero esagerato, e tutto quel sale provoca una forte ritenzione di tipo osmotico (che rappresenta la tendenza di ogni molecola di sale ad attrarre molecole d’acqua). Imparare a moderare o eliminare dalla propria dieta i cibi molto salati può significare riportare i reni alla loro naturale funzione depurativa e di eliminazione di tossine, tanto alterata in chi si alimenta in modo del tutto errato. Cuocere la pasta o il riso senza salare l’acqua di cottura può essere un primo passo importante per ridurre la propria ritenzione.

Meno stressati meno gonfi

Esiste, infine, un ultimo meccanismo che stimola la ritenzione, legato all’azione del cortisolo, l’ormone dello stress. Il recettore renale dell’aldosterone (un ormone surrenale che accentua il recupero di liquidi a livello renale, producendo ritenzione) viene stimolato anche dal cortisolo, purché ad alti dosaggi. Ciò significa che se una persona subisce alti livelli di stress, il recettore si attiverà e la ritenzione aumenterà. Affrontare la vita con un po’ più di serenità e di buonumore potrà farci sgonfiare tanto quanto una dieta a basso tenore di sale o una rotazione alimentare antiallergica. La componente ritentiva della nostra pancia, forse, potrà andarsene più facilmente grazie a un sorriso in più.

Diuretici: benefici o dannosi?

La ritenzione idrica è una patologia molto diffusa, in particolare tra le donne soprattutto per il loro particolare assetto ormonale. I rimedi per “sgonfiarsi” sono molti, ma non tutti efficaci e non tutti innocui. La medicina convenzionale fa uso abbondante di diuretici. Tra questi molto diffusa è l’idroclortiazide, una sostanza in grado di indurre una consistente perdita di liquidi. La furosemide, un cosiddetto “diuretico dell’ansa”, ha un’azione più forte rispetto all’idroclortiazide, e va usata con maggiore cautela. Un repentino abbassamento della pressione causato dalla forte perdita di liquidi può infatti generare svenimenti o cadute. Ma la domanda da porsi in riferimento ai diuretici è se abbia senso farne uso. Se, infatti, un individuo presenta ritenzione a causa di una food sensitivity, di un consumo eccessivo di sale o per una produzione eccessiva di cortisolo dovuta allo stress, l’utilizzo di un diuretico chimico potrà solo rimandare il problema di qualche ora o di qualche giorno, forzando un innaturale svuotamento idraulico non voluto (e non tollerato) dall’organismo. La ritenzione, nella misura in cui rappresenta un’esigenza dell’organismo, verrà ricreata pari pari non appena finito l’effetto farmacologico. La via per guarire dalla ritenzione non prevede scorciatoie. Serve intervenire con decisione sulle tre maggiori cause: sensitivities, sale, stress. Solo un’azione mirata potrà ottenere risultati stabili e duraturi.

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