No al glifosate nel Parco nazionale del Cilento


E’ la decisione presa dalla direzione del Parco campano che vieta l’uso del diserbante di cui, invece, l’Unione europea ha confermato la licenza d’uso per altri 5 anni, nonostante forti ragioni contrarie provenienti dal mondo scientifico e sostenute da una larga mobilitazione dei cittadini europei

In controtendenza rispetto alle decisioni europee, il collegio a capo del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni – si legge su “InfoCilento” -  si è espresso chiaramente rispetto all’utilizzo del diserbante: un ”no” inequivocabile, che non ammette repliche, per un’agricoltura libera dal glifosate.

La modifica delle condizioni d’impiego dell’erbicida, entrata in vigore il 22 agosto del 2016, ne vietava l’utilizzo nelle aree frequentate dalla popolazione – giardini, parchi, campi sportivi –  e nei momenti di pre – raccolta; tuttavia, queste limitazioni non sono sembrate sufficienti al Direttore del Parco, Tommaso Pellegrino, che, insieme ai suoi consiglieri, ha deciso di vietare l’utilizzo del glifosate.

Nel territorio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ricadono 28 Siti di Importanza Comunitari (SIC) e 8 Zone di Protezione Speciale (ZPS) che necessitano di essere tutelati dall’impiego di prodotti che, come è stato ampiamente dimostrato, hanno effetti negativi sulla fauna e sugli anfibi; inoltre, non esistono casi eccezionali in cui le pratiche meccaniche, fisiche o agronomiche alternative all’uso del glifosate non possano essere adottate.

Al contrario, la Commissione europea ha formalmente rinnovato la licenza del glifosato per cinque anni ed entro la primavera 2018 proporrà modifiche per rendere più trasparenti le decisioni sui pesticidi e per migliorare la qualità e l’indipendenza delle valutazioni scientifiche.

Gli interrogativi e gli studi, in merito al glifosate, continuano a dividere l’opinione pubblica e, soprattutto, quella scientifica.

Nel 2015, lo IARC – l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro – che fa parte dall’Oms, lo ha inserito nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene”.  Un tumore in particolare sarebbe quello cui, in alcune analisi epidemiologiche, il glifosate è stato associato: il linfoma non-Hodgkin. Il rischio varrebbe in particolar modo per chi è esposto al glifosate nell’attività lavorativa, vale a dire soprattutto gli agricoltori. Secondo gli esperti dello IARC, anche studi su animali e su cellule evidenzierebbero un’azione mutagenica, vale a dire che induce mutazioni, e quindi potenzialmente cancerogena. Il parere dello IARC ha fatto innalzare la percezione della pericolosità del glifosato, ed è l’argomento principale su cui fanno leva quanti vogliono il bando.

Ancora nel 2015, a novembre, l’EFSA ha invece pubblicato una nuova valutazione nella quale, in contrasto con la conclusione della IARC, affermava che «è improbabile che il glifosato sia genotossico (cioè che danneggi il DNA) o che rappresenti un rischio di indurre cancro per l’uomo».

A maggio 2016 e a marzo 2017 altre due agenzie internazionali (il gruppo FAO/OMS sui pesticidi e l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, l’ECHA) si sono espresse per la non cancerogenicità della sostanza. E lo stesso hanno fatto nel frattempo agenzie sanitarie di diversi altri paesi: Canada, Australia, Giappone, Nuova Zelanda. L’ECHA ha comunque ribadito la possibilità che il glifosate causi danni agli occhi e sia tossico per flora e fauna negli ambienti acquatici.

Posizioni discordanti, dunque, che non restituiscono una risposta certa; quel che è sicuro, è che il Parco, nel dubbio, ha preferito rinunciare.

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