E’ possibile stabilire il giusto prezzo di un prodotto agricolo?

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Sì se, oltre ai costi strettamente produttivi, si tiene conto anche di altri costi che normalmente non compaiono nella formazione dei prezzi come, per esempio, quelli sociali e ambientali. Sulla base di questa convinzione EcorNaturaSì, la catena di distribuzione specializzata nel bio, ha lanciato con la collaborazione di Legambiente, una campagna per la trasparenza sui prezzi pagati agli agricoltori

Secondo il Contratto quadro area nord Italia pomodoro industriale – Accordo 2018, sul campo, un chilo di pomodori da passata viene pagato 8 centesimi di euro, se proviene da agricoltura che fa uso di chimica di sintesi. Federbio dice che «Nel biologico certificato per lo stesso prodotto vengono riconosciuti 13 centesimi». Nel canale di distribuzione specializzato nel bio EcorNaturaSì vengono pagati 33 centesimi, arrivando a moltiplicare per quattro il prezzo riconosciuto all’agricoltore convenzionale.

Esordisce così l'articolo di "Greenreport" che presenta la campagna per la trasparenza dei prezzi dei prodotti agricoli promossa da EcorNaturaSi.

Grandi differenze che si riscontrano anche - continua l'articolo - per l’altro componente della dieta mediterranea, la pasta: secondo il Listino settimanale prezzi all’ingrosso sulla piazza di Bologna, il prezzo del grano duro va dai 20 centesimi pagati a chi coltiva i campi convenzionali ai 39 per il bio certificato e ai 47 centesimi per il biologico specializzato di EcorNaturaSì.

«Con il prezzo che viene riconosciuto all’agricoltura convenzionale è difficile pensare che si possa ripagare adeguatamente un’attività di cura dei suoli e dell’ambiente nonché il costo del lavoro. Il prezzo non è giusto per gli agricoltori e neanche per i consumatori i quali pagano meno nell’immediato, ma rischiano di perdere in termini di qualità del cibo, dell’ambiente e della salute». Per questo, EcorNaturaSì, in collaborazione con Legambiente, ha dunque lanciato una campagna «per la trasparenza dei prezzi che vengono corrisposti agli agricoltori, primo passo per avviare un nuovo sistema di giustizia sociale e ambientale che dovrà coinvolgere la nostra società nel suo insieme».

Una campagna presentata oggi e Fabio Brescacìn, presidente di EcorNaturaSì, ha sottolineato che «Riconoscere agli agricoltori un giusto prezzo per i loro prodotti. È questo il primo passo da compiere perché l’agricoltura cessi di essere un’attività inquinante e distruttiva del pianeta e una causa di sfruttamento dei braccianti nei campi. Consumatori e distributori insieme possono fare molto per invertire questo trend negativo e possono fornire un’alternativa valida a un sistema di produzione e consumo del cibo insostenibile per la terra, per gli agricoltori e per l’ambiente. Sappiamo che si tratta di un discorso complesso ma è ora di lanciare un sasso nello stagno. Il nostro impegno come EcorNaturaSi è di fornire ai nostri clienti un prodotto di qualità, che offra garanzie in termini di giustizia sociale e di sostenibilità ambientale. Un percorso impegnativo anche in termini economici che però ci permette di avere aziende dove si cura la fertilità della terra, la biodiversità, le proprietà nutritive dei cibi, il paesaggio, il benessere di chi lavora».

I prezzi pagati all’agricoltore convenzionale possono comportare la scelta di scorciatoie insostenibili dal punto di vista ambientale e sociale: utilizzo di prodotti chimici di sintesi al posto di lavoro umano per la protezione dagli insetti e dalle erbe infestanti, sfruttamento della mano d’opera italiana e straniera. Nell’ultimo Rapporto del Club di Roma si legge che “oggi l’agricoltura si rivela il business più costoso e con margini di profitto drammaticamente negativi se le spese esterne si aggiungono al mero costo di produzione”. In altre parole, l’allevamento di bestiame e la coltivazione di grano, veri e propri pilastri del settore, non sarebbero redditizi se calcolassimo il costo dello sfruttamento dell’ambiente.

A prezzi insostenibili corrisponde un’insostenibilità ambientale. I risultati di queste scelte che vengono da lontano sono ormai drammaticamente evidenti. La sola attività agricola è responsabile dell’11% delle emissioni di gas serra. Il deflusso dei fertilizzanti altera i cicli di azoto e fosforo, generando zone morte nei corsi d’acqua; i pesticidi e gli erbicidi uccidono un’infinità di animali e piante non bersaglio e mettono a rischio la salute umana, minacciata dalla grande quantità di prodotti chimici rilasciati nell’acqua, nell’aria e nello stesso cibo che mangiamo. In Italia ogni anno l’agricoltura convenzionale usa 148.651.423 chili di pesticidi di sintesi e 5.443.730.700 di fertilizzanti, equivalenti in media a 527 chili per ogni ettaro di suolo agricolo. Vuol dire che per ogni chilo di prodotti che arrivano sulle nostre tavole sono impiegati teoricamente più di 50 grammi fra pesticidi e fertilizzanti.

L’agricoltura a basso costo alimenta inoltre lo sfruttamento dei braccianti agricoli che in Italia possono arrivare a percepire un solo euro per ogni ora di lavoro svolta nei campi. Condizioni di lavoro disumane, paga misera per produrre cibo che arriva sulle tavole di tutti. Cibo che in parte verrà sprecato. Infatti, nel nostro Paese finiscono nella pattumiera 2,2 milioni di tonnellate di alimenti, pari a 8,5 miliardi di euro. Se da una parte ci sono agricoltori che per produrre sempre più e, contemporaneamente, ridurre i costi di produzione sono spinti a fare uso massiccio di pesticidi di sintesi e a mantenere in stato di sfruttamento i braccianti, dall’altra c’è una grande quota di popolazione che, evidentemente, compra più di quello di cui ha bisogno.

Chi può riconoscere il giusto prezzo agli agricoltori è prima di tutto il commerciante, ma la sua azione non potrà essere realmente efficace e duratura nel tempo, se non sarà sostenuta da una comunità di consumatori che condividano e sostengano questo processo con la loro scelta consapevole.

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, conclude: «L’agricoltura può dare un contributo fondamentale nella tutela degli ecosistemi e nel contrasto dei cambiamenti climatici. Ma dove non c’è rispetto del lavoro e della legalità, è assai difficile che ci sia rispetto dell’ambiente e della salute dei cittadini. Per questo da sempre sosteniamo la promozione di modelli produttivi più sostenibili, più giusti ed equi, promuovendo, come facciamo oggi, buone pratiche per contrastare il lavoro nero, valorizzare il lavoro nelle campagne e ostacolare le possibilità di contraffazione e adulterazione delle materie prime nelle filiere di distribuzione. Per noi la sicurezza alimentare è proprio questo: essere capaci da un lato di garantire cibo a prezzi e quantità non influenzabili dalla speculazione e dall’altro di immettere sul mercato alimenti sani per i consumatori, prodotti nel rispetto dell’ambiente, del lavoro, del benessere animale».

 

 

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