Agricoltura biologica o agricoltura integrata?


Vi proponiamo gli ultimi due, e in qualche modo conclusivi, interventi di Federbio e “dei 300” che hanno firmato la lettera di critica radicale al DDL sull’agricoltura biologica inviata a tutti i deputati. I link agli interventi precedenti e le proposte per dare un seguito a questo confronto

La discussione attorno al DDL sull’agricoltura biologica è iniziata subito dopo l’approvazione di un testo che unificava tre diverse proposte. Ed è rimbalzata su diversi mezzi di informazione, soprattutto sul web, diventando subito una discussione pro o contro l’agricoltura biologica in generale. In particolare Fresh Plaza ne ha dato conto nel modo più ampio ed è da lì che attingiamo per questi due interventi.

Dibattito sull'agricoltura biologica: le conclusioni del presidente FederBio

In materia di confronto sull'agricoltura biologica - si legge su Flesh Plaza - riportiamo qui di seguito le conclusioni da parte del presidente FederBio.

“Ringrazio FreshPlaza – scrive Paolo Carnemolla - per aver dato spazio a un dibattito che fino a ora non si è mai potuto tenere pubblicamente, visto che alcuni degli autori del documento contro la legge sull'agricoltura biologica - e anche la Senatrice Cattaneo, che ne condivide le tesi - hanno sempre declinato gli inviti.

Anche FederBio è una realtà con elevato livello di competenza nel settore di cui si occupa e di certo è l'unica del settore che si è distinta per la denuncia anche pubblica del "falso bio", essendo infatti l'unica parte civile fin qui ammessa nei Tribunali della Repubblica dove ci sono stati o ci sono procedimenti contro presunti frodatori.

E' grazie alle pressioni di FederBio se si è giunti finalmente a un sistema obbligatorio di tracciabilità per il riso biologico in capo a Ente Risi e molte altre sono le iniziative che la federazione ha avviato a tutela degli agricoltori biologici onesti e dei consumatori, come alcuni dei firmatari del documento sanno. Per questo difendiamo la legge sull'agricoltura biologica già approvata dalla Camera a larghissima maggioranza e difendiamo gli agricoltori biologici anche dagli attacchi strumentali, faziosi, disinformati e disinformanti di chi, come i firmatari del documento, dichiara apertamente di ritenere questa forma di agricoltura normata dall'UE un pericolo per l'umanità, oltre che per i cittadini italiani.

Come ho già scritto e come abbiamo sempre sostenuto sono gli agricoltori convenzionali le prime vittime di un sistema che non è stato fino ad ora in grado di riconoscere il giusto prezzo ai loro prodotti, caricandoli comunque di costi e burocrazia e spingendoli verso l'illegalità (lavoro nero, ad esempio), ma non è certo fermando il sostegno all'agricoltura biologica, che potrà derivare anche dalla legge già approvata dalla Camera, che si risolveranno i problemi ormai cronici di un modello agricolo insostenibile anzitutto per gli agricoltori e lavoratori agricoli. Anzi.

Questo dibattito è del resto un'ottima occasione per fare corretta informazione anche sull'agricoltura integrata "avanzata", ovvero quella che si colloca fra la "buona pratica obbligatoria" e l'agricoltura biologica certificata. Il tipo di controllo pubblico a cui è sottoposta è il medesimo a cui sono sottoposte anche le aziende biologiche, che a questo però sommano il controllo e la certificazione obbligatori da parte di organismi privati o pubblici (il D.lvo 20/2018 non fa distinzioni) accreditati da ACCREDIA e autorizzati dal MiPAAFT, così come accade anche per i prodotti tipici e i vini a denominazione controllata.

Dunque, se il sistema di certificazione del biologico funziona male la responsabilità primaria è degli enti con funzione pubblica e delle Autorità pubbliche, comprese le Regioni, che il sistema governano e vigilano. Di certo non è un sistema che si sostituisce ai controlli pubblici, compresi quelli dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, particolarmente attivi nel settore, e nemmeno è l'unico nell'agroalimentare e nella certificazione in generale che prevede il pagamento delle tariffe da parte degli operatori certificati. Non credo che gli autori del documento tutte le volte che salgono su di un ascensore buttino l'occhio sulla targhetta del controllo di conformità, è bene però sappiano che l'organismo di certificazione è pagato da chi gestisce l'impianto. Se il solo fatto che chi paga è quello che ha la responsabilità del prodotto o del servizio certificato allora i prodotti biologici dovrebbero essere l'ultima delle preoccupazioni.

L'agricoltura integrata avanzata che rispetta rigorosamente i disciplinari è un progresso di metodo e di mentalità fondamentale anche per poter sviluppare correttamente la conversione al biologico nelle realtà maggiormente vocate all'agricoltura e nei territori con le maggiori problematiche derivanti dall'impatto della chimica di sintesi sull'ambiente e sui cittadini. Tuttavia, a differenza del biologico, che non prevede alcun tipo di deroga rispetto ai principi attivi utilizzabili per la difesa e la fertilizzazione, l'agricoltura integrata avanzata in Italia vive da sempre di una rilevante quantità di deroghe per l'impiego anche di principi attivi già "sostituiti" dall'UE per la loro pericolosità e impatto.

E' noto che per questo "malcostume" nazionale, che mostra al pubblico disciplinari rigorosi, ma pratica "in privato" tutt'altro, l'UE ci ha già minacciati di procedura d'infrazione. Ed è questo il motivo per cui la GDO ha sviluppato propri standard anche per limitare quantità e numero di residui di principi attivi sugli alimenti, essendo evidente il fallimento dell'obiettivo "residuo zero" almeno sui grandi numeri. Proprio la necessità costante e crescente di queste deroghe (solo nominalmente straordinarie, quasi sempre di routine e già programmate), così come i problemi che si sono verificati, ad esempio nel 2018 sul pomodoro da industria ad agricoltura integrata in certi areali, dimostrano che quella che si pratica per la maggior parte in Italia non è una vera agricoltura "integrata", altrimenti bisognerebbe prendere atto che i disciplinari sono solo teoria inapplicabile.

E, del resto, se persino sulla quantità massima di rame impiegabile per ettaro l'agricoltura integrata "avanzata" è costretta a chiedere deroga per raddoppiare le quantità che sono ammesse in biologico (che non può derogare, potendo usare solo rame) evidentemente qualcosa non funziona, dato che al rame si possono mescolare i magici principi attivi sistemici frutto della chimica di sintesi. Quelli che non basta lavare o sbucciare la frutta o la verdura, come nel caso del rame, per ottenere alimenti a residuo zero.

La verità è che se non si adottano in maniera rigorosa i principi dell'agronomia e dell'agroecologia, nemmeno l'agricoltura integrata avanzata è possibile e quando l'agricoltore arriva al livello di capacità e consapevolezza necessario per non dover ricorrere a deroghe, appena può converte l'azienda al biologico, dove sa che se anche produrrà un po' meno potrà risparmiare, non regalando denari alle multinazionali della chimica e valorizzando adeguatamente le proprie produzioni sul mercato perché trova un crescente numero di consumatori che non vuole cocktail chimici di incerta salubrità nel suo piatto. Com'è noto, dopo decenni finalmente anche l'EFSA si è decisa a studiare il rischio connesso alla presenza contemporanea di più principi attivi sugli alimenti.

I 300 firmatati insistono nel sostenere che le rese produttive dell'agricoltura biologica sono drammaticamente inferiori a quelle del convenzionale, riproponendo dati che se anche fossero reali (1,5 t di frumento per ettaro) non rappresenterebbero in alcun modo la realtà dell'agricoltura biologica italiana, quando questa è praticata correttamente e su terreni convertiti al biologico da un numero congruo di anni. Se davvero ci sono fra i firmatari agricoltori biologici, siamo pronti a dar loro formazione e assistenza tecnica per fare molto meglio. Del resto, gli autori del documento non possono negare il fatto che la resa media "certificata" del frumento convenzionale in Italia è di poco superiore alla metà delle 6 tonnellate che loro citano come riferimento per l'agricoltura convenzionale, a conferma del fatto che i fattori che influenzano le rese sono molti e molto dipendenti dal contesto aziendale e "ambientale".

Di certo, tutte le colture che traggono particolare beneficio in termini quantitativi dalla concimazione azotata di sintesi e dall'irrigazione possono produrre maggiormente per unità di superficie con il metodo convenzionale (es. mais), ma questo vantaggio può ridursi significativamente, se non annullarsi, in determinate condizioni ambientali e climatiche, ovvero limitando alcuni fattori di produzione, come la disponibilità d'acqua, e in funzione della dotazione di sostanza organica del terreno. C'è una bella differenza fra il sostenere che l'agricoltura biologica rende il 70% in meno di quella convenzionale e testimoniare invece con dati rappresentativi che questa differenza esiste, ma è decisamente ridotta, come fa tra gli altri lo studio di Muller pubblicato nel 2017.

Per tagliare la testa al toro sulle conclusioni di questo lavoro, che ho citato nella precedente replica al documento dei 300 e che questi hanno tentato di "ribaltare", cito con virgolettato le dichiarazioni di Muller: "La domanda globale di cibo, misurata in termini di calorie e proteine, può essere soddisfatta senza un aumento dei gas serra a patto che riduciamo il consumo di cibo di origine animale e lo scarto alimentare. In questo quadro, è anche possibile nutrire il mondo con la sola agricoltura biologica". Ovvero il problema, già oggi, sono l'insostenibilità dell'allevamento industriale e l'iniqua distribuzione del cibo a scala globale, di certo non la crescita della conversione al biologico che potrebbe, invece, essere la soluzione.

Anyway, come direbbero gli anglosassoni, anche un altro prestigioso centro di ricerca sull'agricoltura biologica degli Stati Uniti, il Rodale Institute, è sceso in campo per confutare le tesi bizzarre sul presunto impatto negativo dell'agricoltura biologica sul clima, a conferma che quanto esposto fin qui non è una posizione "ideologica" di FederBio, ma il frutto di attività di una comunità scientifica qualificata e, soprattutto, specializzata.

Del resto, se l'Italia, che pure è tra i principali Paesi in Europa per incidenza della superficie coltivata a biologico (meglio di noi - per ora - fanno l'Austria, dove ben il 21.9% della SAU totale è biologica, l'Estonia con il 18.9%, la Svezia con il 18%), non ha ancora un centro di ricerca specializzato sul settore di livello internazionale, forse si spiega anche con il fatto che una parte dell'Accademia è ancora innamorata della "rivoluzione verde" (dichiarata sorpassata dalla FAO) e invaghita delle nuove tecnologie genetiche, dimenticando che siamo in UE e che il modello di sostenibilità e innovazione in agricoltura deciso dai cittadini e quindi dalla politica è un altro.

Non era mia intenzione offendere Cavigelli, ma semplicemente evidenziare che utilizzare dati rilevati fra il 1996 e il 2005 a sostegno delle proprie tesi non è testimonianza di conoscenza adeguata del settore biologico, piuttosto evidenza del fatto che l'Accademia agricola in Italia fino a ora ha di fatto ignorato (da qui il termine "ignoranza") l'agricoltura biologica su cui oggi pretende di avere certezze e conoscenza maggiori rispetto a chi vi lavora da decenni (gli istituti di ricerca svizzero e americano citati, ma anche il CREA in Italia).

Veniamo ora a qualche persino banale considerazione tecnica e sui numeri, a conferma della totale mistificazione che gli autori del documento hanno probabilmente nella loro testa a causa di scarsissima conoscenza della materia di cui scrivono. La zootecnia biologica è di tipo estensivo, con un preciso rapporto fra numero di capi allevati e superfici agricole che rende quasi impossibile per gli allevamenti biologici disporre di sostanza organica da vendere ad altre aziende biologiche, dovendo utilizzarla sui loro terreni e anche perché è impossibile raccogliere le deiezioni di animali al pascolo (gli mettiamo le mutande?).

Inoltre, anche quando disponibile la sostanza organica tal quale non si può certo trasportare a lunghe distanze e, come tutti sanno, la localizzazione degli allevamenti è in aree vocate e non necessariamente prossime ai territori dove c'è maggiore presenza di coltivazioni biologiche (Sud Italia). Ecco perché, a precise condizioni, dopo opportuno trattamento, è possibile impiegare in agricoltura biologica deiezioni da allevamenti convenzionali che hanno particolari caratteristiche, fatto molto apprezzato dagli allevatori convenzionali che devono smaltire le deiezioni correttamente.

Altro esempio di "spregiudicatezza" o ignoranza sui numeri del biologico è la contestazione che a un 15% di superficie agricola nazionale coltivata a biologico corrisponde "solo" il 4% circa dei consumi alimentari in Italia. E' noto che molto prodotto biologico viene esportato, in particolare quello fresco (ortofrutta) e a maggior valore aggiunto, anche perché non di rado sui mercati esteri si possono ottenere prezzi più soddisfacenti visto che la richiesta di prodotti biologici italiani in quei Paesi è in continua crescita.

Anche la questione dei fitofarmaci è emblematica del modo bizzarro con cui gli autori del documento tentano di invertire la realtà. I principi attivi ammessi in biologico sono elencati con chiarezza nella regolamentazione UE e solo il 15.5% della superficie coltivata in Italia è biologica, di cui una percentuale importante senza alcun impiego di fitofarmaci.

FederBio è a disposizione degli autori del documento per un confronto per tipologia di coltura, basato su numeri reali, fra la quantità e tipologia di fitofarmaci, diserbanti, concimi di sintesi, fumiganti e quant'altro impiegato in agricoltura convenzionale e biologica, rame compreso, affinché sia evidente da chi dipende realmente lo stato preoccupante di inquinamento delle acque, dei terreni e dell'ambiente in generale. Ovvero se per ridurre questo inquinamento è più efficace la conversione al biologico che l'agricoltura integrata "avanzata" con deroghe. In ogni caso in agricoltura biologica non sono ammessi principi attivi "sistemici", ovvero che possano trovarsi negli alimenti dopo che questi sono stati correttamente lavati o eventualmente sbucciati. Non mi pare una differenza di poco conto per i consumatori.

In conclusione, non possiamo che ribadire che l'agricoltura integrata avanzata è già oggi fortemente sostenuta e sussidiata, al pari di quella "conservativa" con utilizzo di glifosato e che non è certo cercando di impedire che anche in Italia, dopo 28 anni dal primo regolamento europeo sul biologico, venga approvata una legge che riconosce a questa agricoltura il ruolo e il sostegno che chiede anche l'UE che si risolveranno i problemi dell'agricoltura convenzionale".

Gli esperti replicano a FederBio: le leggi sul biologico non possono essere appannaggio di una parte sola

Prosegue su FreshPlaza il confronto tra le posizioni dei firmatari del documento critico sul Ddl in materia di agricoltura biologica e l'associazione di categoria FederBio.

A seguito delle conclusioni pubblicate ieri, 17 gennaio, da parte del presidente FederBio, offriamo oggi ai nostri lettori le conclusioni degli esperti, la cui posizione sul decreto legge rimane critica e lo rimane per una serie di ragioni che il Lettore potrà anch'egli valutare autonomamente (in coda a questo articolo, i link di rimando anche ai precedenti interventi sulla questione).

Le conclusioni, che riportiamo qui di seguito, richiamano anche l'esigenza di un intervento "a più mani" sulle decisioni del Parlamento italiano, vista la rilevanza che l'agricoltura riveste per il destino di qualsiasi Paese e dunque l'ineludibilità di un coinvolgimento plurale tra posizioni diverse.

Risposta a FederBio del 17 gennaio 2019
Gli esperti scrivono: "Vogliamo anzitutto ribadire che non è scomunicando l'avversario con accuse di ignoranza e tendenziosità che si affrontano le questioni. Viceversa, chiediamo rispetto per le competenze, le professionalità e soprattutto per l'opinione. Su questo, anche l'ultima lettera di Federbio, pur se all'apparenza più "morbida", ha alcuni elementi critici che dobbiamo stigmatizzare.

In particolare, ci riferiamo alla frase "dagli attacchi strumentali, faziosi, disinformati e disinformanti di chi, come i firmatari del documento, dichiara apertamente di ritenere questa forma di agricoltura normata dall'Ue un pericolo per l'umanità, oltre che per i cittadini italiani." Al riguardo riteniamo che la nostra polemica non sia con l'agricoltura biologica ma con FederBio, che una strana hubris ha spinto ad autoinvestirsi del ruolo di risolutore del problema alimentare globale.

Al riguardo, ribadiamo con forza l'idea che se per ipotesi la collettività decidesse di affidare al biologico tale soluzione, si tratterebbe di una decisione sciagurata e che costituirebbe un reale pericolo per l'umanità intera. Chi scrive non è invece contrario in modo preconcetto al "biologico/organico" quando questo fa fronte a reali richieste di un mercato correttamente informato.

L'enorme distanza fra le tesi dei "300" e quelle di FederBio
Sul piano del merito, il dibattito ci ha quantomeno consentito di misurare le distanze che separano i "300" (a tanti sono giunti i firmatari del documento indirizzato al Senato, NdR) da Federbio. I motivi della distanza sono a nostro avviso i seguenti:

  1. il problema della sostenibilità economica dell'attività agricola non si risolve certo per merito di un'entità statale che fissi un "prezzo giusto" come sostenuto nell'ultimo intervento di Federbio. Il prezzo giusto in economia non esiste e non si sa in base a quali criteri si possa ritenere tale. Quello che lo è per il produttore non lo è infatti per il consumatore. Il prezzo è dettato dal mercato e si forma nel punto in cui domanda e offerta coincidono, senza l'imposizione di alcuna autorità. La sostenibilità economica in qualsiasi settore produttivo si risolve con l'innovazione tecnologica (di processo e di prodotto) il che non può che accadere anche in agricoltura. Se non si innova si finisce inesorabilmente fuori mercato e cessa la sostenibilità economica. Poiché la competizione è ormai globale, saranno altri a risolvere il problema alimentare italiano, anche nel bio che risolverà (forse) solo il problema economico di una parte dei propri associati, ma che comunque dovrà fare i conti con i prezzi del mercato internazionale non protetto artificialmente.
  2. il problema della sostenibilità ambientale non si risolve certo con slogan tipo "usiamo solo prodotti naturali", ammesso che naturali si possano definire i derivati del rame o lo zolfo usati in biologico e che sono frutto dell'industria chimica. Ammesso e non concesso che si possa eliminare il rame lavando la frutta (il che per Federbio che crede nell'omeopatico dovrebbe essere comunque un'eresia) non si può certo lavare il terreno. Il problema si risolve invece adottando le migliori tecnologie in ambito genetico e delle tecniche colturali (agricoltura integrata)
  3. il problema della nutrizione delle piante coltivate, che per l'azoto oggi dipende per il 50% dall'ammoniaca sintetizzata a partire dall'azoto atmosferico, non si può certo risolvere solo con la sostanza organica di origine animale e le leguminose.
  4. il problema della salubrità per gli operatori agricoli e i consumatori non si risolve lavando la frutta (peraltro il 50% degli antiparassitari a livello italiano - bio incluso - sono usati in viticoltura e l'uva non si lava dopo la raccolta), ma utilizzando prodotti con quadri tossicologici non preoccupanti come quello del rame (ben più preoccupate di quello di Glyphosate, oggetto di ossessiva demonizzazione a fronte di tossicità acute e croniche bassissime e assenza totale di cancerogenicità attestata anche da recentissime indagini epidemiologiche).
  5. ll biologico fatto in modo serio (e cioè utilizzando solo e unicamente la sostanza organica aziendale) non potrà che essere una tecnologia di nicchia, nel senso che non ha la benché minima possibilità di risolvere il problema alimentare globale. Ciò tuttavia non esclude che possa dare soddisfazioni economiche di rilievo a chi lo pratica.
  6. il ruolo dei processi di innovazione nella genetica e nell'agricoltura integrata sono oggi a nostro avviso una straordinaria porta aperta verso il futuro. E' questa porta che FederBio vuole tenere sbarrata. Tale palese incapacità di capire i nostri tempi è la vera posta in gioco in termini di sicurezza alimentare, salubrità e sostenibilità e resta la più grave responsabilità sul piano storico di FederBio.

Il dibattito mostra peraltro che l'assenza di statistiche affidabili che caratterizza il nostro Paese e per molti versi anche l'Unione Europea (rese, import-export) renda impossibile giungere a conclusioni robuste. Quando FederBio dice che il biologico produce molto più di quanto noi diciamo non ha uno straccio di dato statistico affidabile alle spalle, così come quando dice che il biologico italiano esporta parecchio. E' proprio nella latitanza delle statistiche che si possono affermare le tesi più astruse.

Cosa fare di fronte a tutto ciò?
Con i nostri documenti indirizzati alla Camera e al Senato e disponibili su Agrarian sciences crediamo di aver offerto al pubblico tutti gli elementi per potersi fare un'opinione fondata sulla questione venuta a galla grazie anche al Ddl 988 in discussione al Parlamento.

Occorre altresì prendere atto che i "300" e Federbio non sono sulla stessa "lunghezza d'onda", il che rende di fatto impossibile un punto di incontro.

Riteniamo tuttavia opportuno avanzare una proposta molto concreta e pragmatica che metta alla prova la buona fede di entrambe le parti: modifichiamo di comune accordo il Ddl 988 prevedendo, con termini cogenti, l'istituzione di un progetto di ricerca pluriennale da affidare a un qualificato ente terzo (CREA, CNR, Università, con più siti territoriali) che confronti l'agricoltura biologica e quella integrata a livello di pieno campo e su prove parcellari idonee. Ciò andrebbe fatto per tutte le colture (erbacee e arboree), nonché per la zootecnia bovina, suina, ovi-caprina, avicola e per l'acquacoltura. Il tutto sotto l'egida di un comitato scientifico indipendente e selezionato in base a strettissimi vincoli di competenza".

LEGGI ANCHE I PRECEDENTI ARTICOLI DEL DIBATTITO:

Il biologico cresce nel mondo, ma quale?

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