I numeri parlano chiaro: l'obesità infantile è una delle sfide più difficili della nostra epoca. E se negli USA circa un bambino su cinque è clinicamente obeso, in Italia la situazione non è rassicurante. Secondo dati recenti riportati dall’Istituto Superiore di Sanità il sovrappeso riguarda il 19% dei bambini di 8-9 anni, mentre l'obesità vera e propria colpisce uno su dieci. Un dato particolarmente allarmante riguarda la percezione: il 45% delle madri di bambini in sovrappeso o obesi ritiene che il proprio figlio sia normopeso o addirittura sottopeso.
Nonostante l'attenzione costante a cosa finisce nel piatto e il tempo dedicato allo sport, i dati globali sull'obesità continuano a mostrare un trend preoccupante, suggerendo che l'approccio classico - basato per lo più su cibo ed esercizio - potrebbe non essere sufficiente. Aiuta a fare un po’ di chiarezza uno studio della Yale University appena pubblicato sulla rivista Pediatrics, nel quale un team di esperti ha indagato su un elemento della vita familiare che raramente viene associato alla bilancia dei bambini, ma che sembra giocare un ruolo determinante nel loro sviluppo fisico.
Genitori stressati crescono
Con lo scopo di esplorare nuove strategie di prevenzione, un gruppo di ricercatori della Yale School of Medicine ha reclutato per un periodo di tre mesi 114 coppie composte da un genitore sovrappeso od obeso e un bambino tra i due e i cinque anni. (La scelta di coinvolgere genitori oversize ha reso i risultati dello studio ancora più significativi, perché ha dimostrato che agendo sulla gestione dello stress si può invertire una tendenza familiare consolidata.)
I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: mentre il primo ha ricevuto la tradizionale consulenza su nutrizione e attività fisica, il secondo ha seguito un programma innovativo denominato Parenting Mindfully for Health. In questo percorso, ideato dai ricercatori di Yale, la formazione alimentare è stata integrata con l'apprendimento di tecniche di mindfulness e strategie per gestire le proprie tensioni quotidiane.
I dati emersi dal lavoro della Yale University hanno confermato che lo stress dei genitori agisce come un motore silenzioso dietro le scelte alimentari della famiglia. Attraverso test di laboratorio che osservavano l'interazione tra genitore e figlio, i ricercatori hanno notato che livelli più bassi di stress hanno portato a un aumento di “genitorialità positiva" (calore, pazienza, ascolto). Quando invece lo stress non viene gestito, come osservato nel gruppo con l’approccio dietetico classico, si è verificata una diminuzione di queste interazioni positive e, di riflesso, una riduzione del consumo di cibi sani da parte dei bambini. Al contrario, i genitori che hanno imparato a gestire lo stress hanno visto i loro figli ridurre spontaneamente il consumo di alimenti poco sani.
Lo stress cala (e il peso non aumenta)
Il dato più significativo è emerso al controllo effettuato tre mesi dopo la fine del programma di 12 settimane. Nel gruppo che aveva ricevuto solo consigli su dieta e sport, il peso dei bambini è aumentato in modo significativo. Al contrario, nel gruppo dove i genitori avevano lavorato sulla gestione emotiva il peso dei figli è rimasto stabile. Inoltre, solo il programma basato sulla mindfulness è riuscito a ridurre concretamente i livelli di stress dichiarati dai genitori. Questo dimostra che la sola educazione alimentare, se non supportata da un equilibrio emotivo dei genitori, difficilmente riesce a produrre effetti protettivi duraturi contro il rischio di obesità.
Gli autori della ricerca descrivono la gestione dello stress come la terza gamba di uno sgabello: senza questa gli sforzi su dieta ed esercizio fisico rimangono instabili. Questo cambio di paradigma suggerisce che prendersi cura del proprio benessere psicologico non sia solo un sollievo per il genitore, ma una vera e propria strategia di prevenzione per i figli. Per i genitori, imparare a fermarsi e a respirare potrebbe essere importante quasi quanto scegliere il cibo giusto da mettere in tavola.





