L'editoriale del direttore
HAPPY HOUR
Intercetto una chat tra ventenni - che non chiamerò Gen Z perché la questione di divederci in insiemi e sottoinsiemi porta solo a un risultato: dividerci - e leggo discorsi che dal latte vaccino e conseguenti effetti da maledizione faraonica passano ad un certo punto a riflessioni più pro-
fonde. Raccontano di genitori, nonni e zii che hanno trascorso una vita intera a sgridarli perché gobbi davanti agli schermi dei cellulari; urla e ciabatte volanti per il telefono che brillava sotto le coperte di notte. Il punto, aggiungono, è che quei genitori, nonni e zii sono gli stessi che non riescono a smettere di scorrere le notizie dal mattino alla sera, appiccicati allo schermo. Ma la parte interessante è quello che dicono dopo: che loro, a differenza degli adulti, sanno cosa non devono vedere e cosa non devono sentire. I genitori no.
Ci penso su.
Viviamo in un’epoca di connessione senza precedenti storici. Sappiamo in tempo reale quello che succede in ogni angolo del pianeta. E dato che in ogni angolo del pianeta succede qualcosa di terrificante - ogni giorno, senza pausa, senza tregua - se dovessimo davvero assorbire tutto, non vivremmo più. Vivremmo di ansia. Il cervello umano non è costruito per un flusso incessante di dolore altrui: è un organo potente ma con i suoi limiti di capienza, come una pentola a pressione che prima o poi fischia.
Mia nonna mi raccontava che durante la guerra, anche durante i bombardamenti, si andava a ballare. Non per indifferenza. Per sopravvivenza. Perché ci devono essere spazi in cui la mente non è occupata dal male, isole dove il cervello recupera, respira, ride. Non è evasione: è igiene mentale. Quei ventenni nella chat lo sapevano d’istinto. Anche noi dovremmo custodire le nostre ore felici - il nostro happy hour, letteralmente. Cucinare è uno di quegli spazi. Non è un’attività di serie B rispetto al resto della vita: è una delle poche cose che ci chiede di essere presenti, adesso, con le mani in pasta, le verdure affettate sul tagliere, le griglie che si scaldano. Preparare una cena per gli altri e vederli sorridere di fronte a un tiramisù alle ciliegie è, senza dubbio, un’ora felice. Questo mese parliamo di felicità. Non quella grande, quella che non sappiamo bene dove abiti e se esista davvero. Parliamo di quella piccola, che sa di basilico pestato, che dura il tempo di una cena e vale ogni cosa.
Buon happy hour.
Chiara Fumagalli
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