“Le piccole aziende sono penalizzate ed escono dal sistema di controllo”


Tra il 2010 e il 2011 a livello nazionale sono uscite dal sistema di controllo del biologico 744 aziende agricole. E’ il risultato di un saldo negativo tra regioni in cui sono cresciute, e regioni in cui sono calate. La Puglia è una delle regioni in cui questo saldo è negativo. Ne parliamo con Angelo Cotugno, presidente del Consorzio fattorie di Puglia

Anche i dati più recenti resi noti dal Sinab lo dicono in maniera inequivocabile: il saldo fra aziende che entrano nel sistema di controllo dell’agricoltura biologica e quelle che invece ne escono continua a essere negativo. A livello nazionale fra il 2010 e il 2011 il calo complessivo è stato di -744 come risultato di regioni in cui le aziende sono cresciute e di altre in cui sono calate. Abbiamo già visto una regione nella quale le aziende sono calate, le Marche, e ora ne vediamo un’altra, la Puglia, dove sono 335 le aziende che sono uscite dal sistema di controllo fra il 2010 e il 2011. Ne parliamo con Angelo Cotugno, tecnico e imprenditore biologico, fondatore e presidente del Consorzio fattorie di Puglia che raggruppa i produttori biologici di alcune delle filiere dei prodotti tipici pugliesi, in primo luogo l’olio e la pasta. L’azienda capofila del Consorzio è “Puglissima”, a Cerignola (FG). http://www.puglissima.com/home.asp

Perché anche nella vostra Regione ci sono tante aziende che escono dal sistema bio?

Una delle ragioni di questo fenomeno è che la Regione Puglia tre anni fa ha modificato i parametri per l’accesso ai finanziamenti per gli agricoltori biologici previsti dal PSR. L’assegnazione qui avviene usando un’unità di misura detta “Oasi biologica”, vale a dire una porzione di territorio coltivato a biologico che può essere costituito anche da più aziende, purché siano contigue. Prima il minimo di estensione era un ettaro, ora l’”Oasi biologica” a colture arboree deve essere minimo di 15 ettari, mentre quella a seminativi deve essere minimo di 30 ettari. Ora, se si considera che nella nostra regione l’azienda media del coltivatore diretto va dai 5 ai 10 ettari, si capisce quale effetto ha avuto questo cambiamento: di fronte alla perdita del finanziamento europeo molti sono usciti. Anche perché è ben vero che si possono mettere insieme più aziende per fare un’”Oasi biologico”, ma bisogna avere la fortuna che siano confinanti, altrimenti non si può. Tutto questo ha creato una sperequazione grossa nei confronti dei piccoli e medi agricoltori a favore dei grossi e ha incentivato la loro uscita dal sistema. Perdendo anche gli investimenti che molti avevano fatto per la conversione.

Conosce aziende che hanno fatto questa scelta, per esempio nel vostro Consorzio?

C’era un’azienda di circa 100 ettari che apparteneva a una contessa e faceva biologico. Quando è morta, la proprietà è stata frammentata e le parcelle che non hanno raggiunto le misure stabilite dalla Regione non hanno più avuto diritto ai contributi e sono uscite dal sistema di controllo.

Un’aggregazione di filiera come il Consorzio aiuta anche aziende medio piccole ad arrivare bene sul mercato…

Come fa una piccola o media azienda da sola a commercializzare il suo prodotto a un prezzo remunerativo? E’ molto difficile. Per esempio coltivare un uliveto per vendere le olive è antieconomico, se invece vendo la bottiglia d’olio posso guadagnarci. Allora debbo creare delle filiere che includano la trasformazione e la commercializzazione. Per questo creare aggregazioni di aziende è essenziale. In Puglia però si fatica ad andare in questa direzione, fra gli agricoltori prevale ancora, infatti, un atteggiamento individualista. Fra i giovani però la mentalità sta cambiando, per questo sono ottimista.

Il costo della certificazione ha un peso nel determinare la scelta di uscire?

Per i piccoli sicuramente pesa. Più in generale, direi che è più la “goccia che fa traboccare il vaso”. Se perdo il contributo Ue, se faccio fatica a vendere bene il mio prodotto e ci aggiungo che debbo anche continuare a pagare la certificazione di tasca mia… a quel punto cosa mi trattiene dal tornare da dove sono venuto?

Che fine fanno le aziende che escono dal sistema di controllo, continuano a fare biologico senza certificazione o tornano al convenzionale?

Pochi continuano a fare biologico cercando vie di commercializzazione alternative come Gruppi d’acquisto, vendita diretta ecc. che però sono ancora poco diffusi da noi. La Puglia infatti, come tutto il sud, produce molto bio ma ne consuma poco. La gran parte delle aziende che escono torna al convenzionale. Abbiamo fatto tanta fatica a convincerli a convertirsi al biologico e ora, quelli che non trovano più conveniente continuare, tornano a usare gli stessi prodotti chimici che usavano prima e che gli rendono la vita molto più facile che fare biologico.

Come cercare di contrastare l’uscita delle aziende dal sistema di controllo biologico?

Sicuramente andrebbero ridiscusse le superfici delle “Oasi biologiche”. Perché  la vecchia dimensione di 1 ettaro per avere diritto al contributo era troppo poco, ma 15 ettari per le colture arboree e 30 per i seminativi sono troppi. Per aiutare tanti piccoli agricoltori a fare biologico bisognerebbe dimezzare entrambe le misure.
Molto, però, dipende anche da un mutamento di atteggiamento dei produttori che debbono superare una mentalità individualista e troppo legata al riscontro economico immediato. Come ho detto: è indispensabile creare aggregazioni di aziende che vadano dal campo al punto vendita. Così, l’agricoltura biologica può essere remunerativa, ma bisogna credere fortemente in quello che si fa e darsi il tempo per farlo.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome