AManiNude


E’ il nome di una giovanissima cooperativa agricola che nasce da una lunga esperienza nel campo dell’associazionismo sociale, in Toscana, nel Casentinese. Il progetto è, da impresa, continuare a dare lavoro a persone svantaggiate, giovani inclusi. Ne parliamo con Francesco Baroni, uno dei soci fondatori

Una giovanissima cooperativa agricola che nasce da una lunga esperienza nel campo dell’associazionismo sociale. Si potrebbe definire così “AManiNude” che in queste settimane ha portato sul mercato il suo primo raccolto di miele. I suoi soci fondatori, infatti, si sono formati nella cornice del Ceis, Centro di solidarietà, dell’Associazione I Care  e della “Cooperativa Sociale I Care ancora”. Il tutto con sede ad Arezzo, come in Provincia di Arezzo, a Capolona, nel Basso Casentinese ha sede la nuova Cooperativa agricola. Ne parliamo con Francesco Baroni, uno dei soci fondatori, che innanzi tutto ci spiega la scelta del nome.

Il nome che abbiamo scelto allude al fatto che gli apicultori più esperti, come per esempio Federigo Maggi, che si è preso cura della nostra formazione, possono lavorare a mani nude e questo rende i loro interventi sugli alveari più delicati e meno invasivi per le api. Per noi che siamo alle prime armi e abbiamo bisogno delle protezioni, a mani nude significa abbandonare le “protezioni” che spesso rendono più difficile il contatto con le persone che ci stanno intorno, è una dichiarazione programmatica dell’intenzione di relazionarci nel modo più aperto possibile con il mondo che ci circonda.

Come siete arrivati a decidere di fondare una Cooperativa agricola?

Un aspetto fortemente presente nelle nostre esperienze precedenti è stata la formazione. In particolare la “Cooperativa Sociale I care ancora” ha come ragione sociale coinvolgere persone con difficoltà di inserimento lavorativo di vario tipo (ex tossicodipendenti, ex detenuti, ecc.) e lavora per dar loro una formazione che faciliti il loro ingresso nel mondo del lavoro. Alcuni questo inserimento lo trovano nella Cooperativa stessa che attualmente ha sei dipendenti. Nel 2007 abbiamo partecipato a un progetto di “orticoltura terapia” con una finalità di riabilitazione fisica ma anche di una formazione spendibile in un lavoro futuro. Nel corso di questa esperienza abbiamo conosciuto alcuni agricoltori e imprenditori agricoli che ci hanno sostenuto e hanno condiviso i nostri obiettivi. Da lì è nata l’idea della Cooperativa agricola.

Ma qual è la differenza con la situazione precedente?

Anche se questa nuova esperienza nasce di fatto per gemmazione dalla Cooperativa Sociale, abbiamo avviato un percorso almeno in parte diverso, tanto è vero che la presidente, Francesca Vezzosi, sta facendo una formazione per diventare imprenditrice agricola. Questo significa che questa cooperativa dovrà funzionare bene anche dal punto di vista economico. Ma non dimenticheremo la nostra origine, perciò, anche se non esiste per noi l’obbligo di assumere solo persone svantaggiate, continueremo a preferire queste realtà. Tanto più che è chiaro che fra le persone svantaggiate vanno ormai considerati anche i giovani. La diversità consiste nel fatto che nelle esperienze precedenti, anche se era presente il discorso del lavoro e della formazione, l’aspetto prevalente restava quello del sostegno a persone svantaggiate a seguire dei percorsi di reinserimento sociale che spesso avevano anche aspetti terapeutici. Al centro della nostra attività, invece, ora ci sarà la creazione di posti di lavoro e la formazione per entrare nel mercato del lavoro, perché creare occupazione è una cosa che di per sé ha un forte valore sociale.

Quali sono le vostre attività produttive?

L’apicoltura è la prima attività che abbiamo avviato e quest’anno abbiamo realizzato la prima produzione da mettere in vendita. Il progetto però include anche l’orticoltura e la trasformazione degli ortaggi che produrremo. Tutte queste attività sono svolte seguendo il Regolamento europeo per l’agricoltura biologica. Per l’orticoltura, i terreni che abbiamo affittato sono nella fase di riconversione che durerà tre anni. Il miele, invece, abbiamo potuto certificarlo da subito come biologico perché le famiglie di api e le arnie provengono dalla “Apicoltura Casentinese” http://www.apicolturacasentinese.com
che pratica da sempre l’apicoltura biologica e che ci ha molto aiutato nell’avviare la nostra attività.

In che modo?

Intanto, come ho detto, fornendoci, sessanta famiglie di api e le arnie, ma anche vestiario e smielatori, in più facendoci prezzi e condizioni di pagamento di favore. Non meno importante, per noi che diamo tanto peso alla formazione, il fatto che ci ha messo in contatto con Federigo Maggi, uno dei più bravi formatori di apicoltori, ma anche nell’impostare lo start up di una nuova azienda.

Perché avete scelto di seguire il metodo biologico?

Perché garantisce un maggiore rispetto per le api, per l’ambiente e per i consumatori. Ma anche perché è un valore aggiunto per i nostri prodotti. Noi vogliamo che il nostro miele e i nostri ortaggi siano apprezzati per la loro qualità e non perché sono prodotti da una cooperativa che fa un lavoro socialmente utile e apprezzabile. L’uso del metodo biologico rappresenta una qualità in più che si può tradurre anche in migliori risultati economici.

E il rapporto “senza protezione” con la realtà locale cui allude il vostro nome?

Siamo veramente agli inizi e molte cose non sono ancora ben definite. Comunque, in primo luogo, anche da impresa, continueremo a muoverci nella rete delle associazioni che operano nel sociale nella nostra zona. Questa rete la utilizzeremo anche per far circolare i nostri prodotti. Appena avremo delle quantità adeguate ci porremo anche il problema di entrare in rapporto con i Gas. Poi senz’altro creeremo occasioni d’incontro con le persone interessate a saperne di più sulle api, ma anche con chi vuole avere una formazione specifica in questo campo.

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