di Pierpaolo Rastelli
Lupini, un legume antico
La pianta del Lupinus albus, nome scientifico del lupino bianco, è originaria del bacino del Mediterraneo e del Medio Oriente. L’uomo la sfrutta come cibo da circa 4000 anni: era conosciuta dalla civiltà egizia, ben diffusa ai tempi della Magna Grecia e d’uso quotidiano nell’Antica Roma. Il nome, più che derivare dal latino lupus, sembra far riferimento al termine greco lýpē, ossia sofferenza: i suoi semi, l’unica parte mangiabile dall’uomo, contengono la lupotossina, una sostanza amara e tossica che viene disattivata con l’ammollo e la cottura.
Lupini, un cibo per poveri
Il legame dei lupini con la Città Eterna è profondo: a Roma, quando sono in salamoia, vengono ancora oggi chiamati “fusaie”. Facili da coltivare e conservare, soprattutto nella loro forma essiccata, i lupini vantano un alto contenuto proteico e sono facilmente digeribili. L’abbondanza dei raccolti li ha resi un alimento economico e accessibile, ideale per le fasce più umili della popolazione, dai contadini ai soldati impegnati in lunghe campagne belliche. In passato venivano consumati sia nelle zuppe, con altri legumi e cereali, sia al naturale, come una sorta di snack.
Letteratura e leggende sui lupini
Le virtù dei lupini attraversano i secoli. Il libro Historia Plantarum della fine del 1300 scrive: “La farina di lupini, se impiastricciata, arresta le macchie scure, i lividi maligni, le pustole del corpo. Lessata molto bene con acqua piovana schiarisce la pelle”.
Nel 1600, nel Regno di Napoli, si diffuse una leggenda con protagonista la Sacra Famiglia: in viaggio per salvare Gesù dal massacro di Erode, i fuggitivi si infilarono in un campo di lupini ma rischiarono di essere scoperti a causa dei rumori creati dai baccelli secchi. La Madonna allora maledisse la pianta, dando il sapore amaro ai semi.
Carica di lupini era la nave Provvidenza, il cui naufragio segnò il destino della sfortunata famiglia de I Malavoglia, il più noto romanzo dello scrittore siciliano Giovanni Verga.




