Se la filiera si accorcia


Scegliere forme commerciali che mettono in relazione diretta produttori e consumatori è un fenomeno in forte crescita. Con quale impatto su ambiente, società ed economia locale? Le prime risposte di una ricerca realizzata dal Consorzio Universitario per la Ricerca Socioeconomica e per l’Ambiente insieme all’Istituto nazionale di economia agraria. Ne parliamo con Francesca Giarè dell’Inea

800 spacci aziendali, con un incremento del10% rispetto all’anno precedente; 234, con un incremento del 10% i mercatini; 891 i Gruppi d’acquisto solidale, che crescono ancora, del 3,5%, ma meno che negli anni precedenti. Questi i dati censiti da Bio Bank nel 2012 e pubblicati in Tutto Bio 2013, relativi al fenomeno che va sotto il nome di “filiera corta”. In questo caso riferiti solo alla produzione e al consumo di prodotti biologici. A tutto l’universo della produzione e del consumo di prodotti agroalimentari si riferisce invece la ricerca “Le filiere corte nella nuova dinamica città/campagna”, realizzata dal Cursa (Consorzio Universitario per la Ricerca Socioeconomica e per l’Ambiente) insieme all'Inea (Istituto nazionale di economia agraria) con il coordinamento del Prof. Davide Marino. Il progetto, finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole, aveva l'obiettivo di misurare l'impatto delle diverse forme di filiera corta su ambiente, società ed economia locale.
Ne parliamo con Francesca Giarè, ricercatrice dell’Inea.

Da dove avete ricavato le informazioni sulle quali avete lavorato?

La ricerca è iniziata a partite dalla letteratura esistente sulle varie forme che è venuta assumendo la realtà che va sotto il titolo “filiera corta”. Dati Istat sulla vendita diretta, ricerche precedenti sui Gruppi d’Acquisto Solidali, Mercati contadini ecc. Poi abbiamo preso in esame alcuni casi studio identificati in cinque città: Lecce, Roma, Pisa, Torino, Trento, dove sono stati intervistati sia agricoltori sia consumatori utilizzando un questionario che poteva essere compilato direttamente dall’intervistato on line o da noi sulla base delle risposte telefoniche. Per allargare il campo dello studio abbiamo reso pubblico il questionario e abbiamo invitato agricoltori e consumatori a rispondere on line. Complessivamente sono stati intervistati circa 1200 cittadini, 203 aziende agricole, 41 organizzatori (di Gas, mercati ecc.).

Quali forme di filiera corta avete preso in considerazione?

La vendita diretta in azienda, i mercati contadini, i Gruppi d’Acquisto Solidale (GAS), il cosiddetto Box Scheme (Cassettone).
La modalità più diffusa, e anche la più “antica”, è la vendita diretta in azienda, seguono i mercati contadini, i Gas e i cassettoni.

Con la filiera corta è possibile proporsi diversi scopi: ridurre il numero dei passaggi commerciali fra produttore e consumatore, ridurre la distanza fra luogo dove l’agricoltore produce e luogo dove il cittadino consuma, ridurre il tempo che trascorre tra la raccolta del prodotto e l’arrivo nelle case di chi lo consuma. E questi diversi aspetti non sempre coincidono. Voi quale aspetto avete privilegiato?

La nostra ricerca ha considerato soprattutto la filiera corta intesa come riduzione dei passaggi commerciali poiché uno degli obiettivi era la valutazione dell’impatto ambientale delle diverse forme che ha assunto questa forma di vendita.

Sul lato delle aziende che cosa è emerso dalla vostra ricerca?

Intanto che le aziende che scelgono questa modalità di vendita – che di solito non è esclusiva – sono in molti casi aziende multifunzionali, che insieme alla produzione svolgono anche altre attività che le mettono in contatto con il pubblico: agriturismo, fattoria didattica, a cui si aggiunge quasi subito lo spaccio aziendale per la vendita.
Gli agricoltori sono convinti della maggiore sostenibilità della filiera corta in primo luogo della vendita diretta, ma con lievi differenze anche di tutte le altre. Innanzi tutto per i minori passaggi commerciali che sono identificati anche con un percorso più corto che deve fare il prodotto per andare dal produttore al consumatore, anche se non sempre è così. E’ considerato molto positivo anche il rapporto fra produttori e consumatori soprattutto perché è vissuto come rivalutazione del ruolo sociale dell’agricoltore. I vantaggi economici di queste forme di vendita tendono a essere minimizzati dagli agricoltori che privilegiano invece quelli ambientali e sociali. Ma sicuramente ci sono e non riguardano solo i prezzi. Un altro aspetto importante è, per esempio, che la filiera corta offre la possibilità di avere una disponibilità immediata di liquidità e, di conseguenza, maggiori possibilità di sviluppo dell’azienda.

Lei ha accennato al prezzo: di solito si dice che la filiera corta, saltando le intermediazioni, avvantaggia sia il produttore sia il consumatore. Dalla vostra ricerca su questa cosa emerge?

Le situazioni di mercato sono molto diverse e noi non disponevamo di dati economici che ci consentissero una risposta unica e generalizzata. La percezione dei produttori è però che la filiera corta offra loro la possibilità di spuntare prezzi migliori. Ma la stessa percezione l’hanno anche i consumatori. Questa percezione corrisponde alla realtà? Sarebbe certamente interessante saperne di più su questo aspetto. Attualmente, in collaborazione con Aiab, è in corso un supplemento di ricerca sulla filiera corta nelle aziende biologiche che prenderà in esame anche la questione dei prezzi.

Quante sono state le aziende biologiche coinvolte nella ricerca?

Oltre il 40% sia come numero sia come estensione aziendale complessiva.

Da questo dato si può dedurre qualcosa sulla diffusione della filiera corta nelle aziende biologiche rispetto a quelle convenzionali

No, perché le aziende che abbiamo intervistato non sono state scelte con l’obiettivo di costituire un campione statisticamente significativo confrontabile con i dati generali dell’agricoltura italiana. Ciò non toglie che la nostra ricerca, come altre che abbiamo trovato nella letteratura sull’argomento, ha messo in evidenza nel mondo dell’agricoltura biologica una maggiore “vocazione” per l’uso della filiera corta, in particolare nelle sue forme più moderne, come i Gas e il Box Scheme, ma anche in quelle più tradizionali della vendita in azienda e dei mercati contadini. Questo potrebbe essere legato alla maggiore propensione delle aziende biologiche a relazionarsi al territorio nel quale vivono e a costruire “reti”. Anche questo sarà oggetto del supplemento d’indagine cui ho accennato.

Per quanto riguarda i consumatori cosa è emerso dalla ricerca?

A scegliere questa forma di acquisto sono per lo più persone relativamente giovani (40-45 anni) con figli, dunque nella maggioranza dei casi l’acquisto è destinato a nuclei familiari e non a single. Vendita diretta, mercati contadini, Gas, cassettoni questo l’ordine di preferenza del canale filiera corta. Quanto al titolo di studio, fra quelli che usano vendita diretta e mercati contadini i laureati sono il 45%, mentre sono il 57% fra quelli che usano i GAS o i “cassettoni”. Si tratta di consumatori “fidelizzati”, infatti, circa la metà delle persone coinvolte nella ricerca “frequenta” da oltre due anni la filiera corta e il 66%% fa la spesa in questo modo almeno una volta la settimana comprando soprattutto ortofrutta fresca (87%).

Quali sono le motivazioni che spingono le persone a fare questa scelta?

Fra quelle presenti nel questionario a ottenere il punteggio più elevato è stata “prodotto più sano”. Era possibile attribuire un punteggio da 1 a 10 e ha ottenuto la media di 9,3. Le altre motivazioni, che hanno ottenuto tutte un punteggio medio superiore a otto, sono, nell’ordine: “fiducia nel prodotto”, “comodità di distribuzione”, “risparmio”, indicato come il meno importante. Un punteggio superiore a 9 ha ottenuto anche la valutazione della sostenibilità ambientale, economica e sociale di questa forma di vendita.

Dunque, sta cambiando qualcosa nel rapporto città-campagna?

L’esame dei risultati della ricerca non è finito, ma certamente la filiera corta ha messo in moto qualcosa e ha contribuito al riavvicinamento di questi due mondi. Qualcosa che non ha a che fare solo con i parametri economici ma con le persone che partecipano direttamente a questi processi. Si tratta, quasi sempre, sia fra i produttori sia tra i consumatori, di persone motivate e convinte, al punto, talvolta, di non vedere i limiti e i difetti che possono emergere. Come quello dei trasporti sia urbani che extraurbani sui quali si sta riflettendo alla ricerca di alternative più sostenibili. A Milano, per esempio, si sta sperimentando la consegna dei “cassettoni” utilizzando mezzi a pedali, anziché a motore.

I risultati della ricerca sono stati discussi in un convegno. Le slide delle presentazioni si possono scaricare QUI

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