Convertire al biologico i terreni destinati finora alla tabacchicoltura


La proposta di Anne Marjatta Heliste, presidente dell’Aiab Umbria (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) in un intervento nel quale si critica la gestione dei premi all’agricoltura della Regione Umbria, ma anche l’intenzione annunciata da Aboca di spostare altrove le sue colture di erbe officinali biologiche

 “Una seria politica, fino ad oggi mai attuata, dovrebbe consistere nel sostegno alla conversione delle produzioni e dei terreni coltivati a tabacco, innanzitutto verso l’agricoltura biologica”. Questa la dichiarazione – ripresa da Il tam tam - di Anne Marjatta Heliste, presidente regionale di Aiab (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) che sottolinea il contributo che una tale inversione di rotta potrebbe dare al contrasto dell’inquinamento per tutelare meglio la salute dell’ambiente e delle persone.
In effetti nella sigaretta non c’è solo la nicotina che fa male, ma anche tutti i componenti chimici accumulati durante la coltivazione e la trasformazione. Negli Stati Uniti le vendite delle sigarette bio sono in costante aumento e forse questo sarebbe possibile anche in Europa, se solo ci fosse più offerta di tabacco biologico.
Sarebbe inoltre auspicabile la creazione di un prodotto regionale (o almeno italiano), un segnale fortissimo anche contro l’accordo TTIP (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, in inglese Transatlantic Trade and Investment Partnership) che si spera fortemente non sia firmato per non dare alle multinazionali a garanzia del loro profitto, un potere quasi illimitato sulla sovranità alimentare e sull’ambiente, in spregio all’accorto appena siglato a Parigi da COP 21.
Il fatto è che con questa politica stiamo sostenendo le multinazionali come Philip Morris e Japan, che grazie agli aiuti dell’Unione Europea a sostegno dei tabacchicoltori, ottengono un prodotto a costi molto inferiori a quelli di mercato e di produzione. Invece i cittadini pagano ben due volte: prima gli aiuti e poi anche tutti costi sulla salute ambientale e delle persone.
In passato il reddito dei tabacchicoltori proveniva per il 20% dalla vendita del prodotto e per ben l’80% dagli aiuti UE, pur essendo il tipo di coltivazione tra i più inquinanti. Da qualche tempo, con i nuovi regolamenti molti tabacchicoltori hanno fatto degli sforzi per cercare delle soluzioni con minore impatto ambientale. Durante gli ultimi 15 anni le politiche dell’UE sono cambiate, e questi aiuti stanno diminuendo, ma la Regione Umbria è riuscita sempre a trovare soldi aggiuntivi per questo comparto: se non era più possibile avere gli aiuti diretti (PAC) sono state utilizzate le risorse del Piano di Sviluppo Rurale. Per esempio nel periodo di programmazione 2003-2014 al tabacco era stato assegnato un contributo FEASR di oltre 130 milioni di euro, su un totale di 353,6 milioni, pari al 36% delle risorse per una conversione mai attuata.
Nonostante gli indirizzi europei siano chiari, la Regione intende proseguire sempre su questa strada, per sostenere i tabacchicoltori che dicono di non farcela, perché le multinazionali pagano poco il prodotto. E’ evidente che l’approccio con cui si affronta il problema è totalmente sbagliato.
Poi ci sono i danni per gli altri comparti: il turismo, le coltivazioni biologiche e altri che vogliono qualificare le loro produzioni.
“Non siamo certo favorevoli a portare queste produzioni fuori Europa – continua la presidente di Aiab Umbria – traslocando anche i problemi ambientali, soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove il “landgrabbing”, cioè l’accaparramento delle terre dalla parte di multinazionali, è un gravissimo problema perché questi paesi devono avere il diritto a produrre sulle loro terre il cibo per i loro popoli, e sottrarsi da quei falsi aiuti che in realtà sono sfruttamento delle loro risorse.
“Ugualmente – conclude la Heliste – ci troviamo in disaccordo con la scelta di Aboca di dislocare le produzioni, perché il problema è far rispettare le regole che oggi impongono alle Regioni di dare contributi solo ai modelli sostenibili di agricoltura, non arrendersi o sfruttare l’occasione per mettere in pratica scelte già maturate da tempo”.

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