Alimentazione e sicurezza
Contenitori per alimenti, sempre sicuri?


Plastica, polistirolo, carta… tanti sono i materiali usati dall’industria per rivestire un numero sempre maggiore di alimenti. Se non utilizzati nel modo corretto, però, possono rilasciare nei cibi pericolose sostanze. Ecco quello che c’è da sapere

Negli ultimi anni gli italiani hanno imparato a stare più attenti alla salute, soprattutto a tavola: la terza edizione dell’Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile, con le ricerche dell’Istituto Eumetra Monterosa, ha dimostrato che sono sempre di più le persone a favore dell’agricoltura biologica, della filiera corta e dei prodotti senza Ogm. Un ritorno alla naturalità, alla voglia di cucinare, alla scelta di ingredienti freschi e di qualità, unito alla consapevolezza che tutto ciò che mangiamo si ripercuote sul nostro benessere. Se da un lato le materie prime sono certamente importanti, c’è un altro aspetto che non gode ancora di grande considerazione: quello dei materiali che spesso le contengono. Bottiglie di plastica, recipienti, vaschette, pellicole… basta un giro al supermercato per rendersi conto che quasi tutti gli alimenti sono avvolti da un packaging più o meno ingombrante. Negli ultimi 20 anni i prodotti confezionati sono passati dal 40% all’80%. Sempre più esperti, però, ci stanno mettendo in guardia: i contenitori per cibi e bevande possono rilasciare sostanze pericolose per la salute e contaminare quello che consumiamo ogni giorno. Proprio per arginare questo rischio, i Moca (Materiali e oggetti a contatto con gli alimenti) sono regolamentati: la legislazione europea in vigore (Regolamento 1935/2004) stabilisce che essi debbano essere conformi alle Buone pratiche di fabbricazione (Gmp, Good manufacturing practices) e che non trasferiscano agli alimenti componenti in quantità tale da costituire un pericolo per la salute umana o comportare un deterioramento delle loro caratteristiche organolettiche. Per alcuni di questi materiali viene anche definito il limite di migrazione, ovvero i valori massimi accettati come tollerabili nei cibi, solitamente espressi in mg/kg (milligrammi della sostanza per chilo dell’alimento). La normativa fa riferimento a vari tipi di food packaging e utensili da cucina: materiali e oggetti attivi e intelligenti (ad esempio l’atmosfera protettiva); adesivi; ceramiche; turaccioli; gomme naturali; vetro; resine; metalli e leghe; carta e cartone; materie plastiche; inchiostri; cellulosa rigenerata; siliconi; prodotti tessili; vernici e rivestimenti; legno.

Le bottiglie e il polistirolo

Alcuni imballaggi alimentari sono soggetti a norme specifiche, proprio per i rischi legati alla salute, come la plastica. L’80% della sua produzione è destinata alle bottiglie per acqua e bevande, alle confezioni per salumi e formaggi, alle buste di insalate pronte, alla pellicola per avvolgere gli alimenti. Le materie plastiche non sono tutte uguali e ciascuna è identificata da un codice numerico. Il Pet (Polietilene tereftalato, indicato con il numero 1) è il materiale con cui sono fabbricate le bottiglie per acqua e bevande: tutto bene se non riutilizzate e se conservate lontano da fonti di calore, altrimenti il rischio è che rilascino, anche se in piccole quantità, sostanze tossiche come l’antimonio o cancerogene come acetaldeide e formaldeide. Il polistirolo, (indicato con la sigla PS o il numero 6), che fa parte delle materie plastiche, è usato spesso per i cibi da asporto. Diventa pericoloso se riscaldato: gli alimenti verrebbero contaminati con lo stirolo, un elemento chimico con caratteristiche simili agli estrogeni che interferisce con il nostro sistema ormonale.

Attenzione agli ftalati…

A proposito di interferenti endocrini, tra i più pericolosi e diffusi ci sono gli ftalati, presenti soprattutto negli imballaggi in Pvc (Polivinilcloruro, indicato con il numero 3) come alcuni tipi di pellicola per alimenti o buste per formaggi. Questi composti sono stati oggetto di una ricerca condotta dal professor Giorgio Bonaga, titolare della cattedra di Additivi e Residui negli alimenti presso il Dipartimento di Chimica dell’Università di Bologna: molto persistenti nell’ambiente, pericolosi per la salute, hanno la caratteristica di essere liposolubili, ovvero migrare facilmente nei cibi contenenti grassi. I formaggi stagionati corrono più di altri cibi il rischio di assorbire ftalati, e per questo motivo il fulcro della ricerca è stata la contaminazione dei prodotti lattiero-caseari. Sono state analizzate sei filiere di produzione, dalla mungitura al confezionamento, di parmigiano reggiano, grana padano e provolone: in due casi, gli ftalati si sono rivelati presenti oltre i limiti previsti dalla normativa, anche più del doppio. Tra gli effetti dell’esposizione agli ftalati ci sono disturbi dello sviluppo neuronale, deficit di attenzione e iperattività, difficoltà di apprendimento, asma e disturbi respiratori, tumori, più tutti quelli causati a organi e sistemi sensibili all’attività ormonale, come cervello, sistema neuroendocrino, tiroide, sistema cardiovascolare, ghiandole mammarie, organi riproduttivi. L’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) nel 2004 ha fissato la dose giornaliera tollerabile per alcuni ftalati in 0,5 mg/kg, ma, come sostiene il professor Bonaga, l’aumento all’esposizione dovuto alla crescente diffusione della plastica rende necessario l’aggiornamento delle limitazioni nell’impiego di questi composti, almeno per quanto riguarda i contenitori per alimenti.

Effetti negativi su comportamento e fertilità

Quando troviamo un materiale utilizzato per imballare alimenti con il codice 7, che significa generalmente “altro”, spesso si ha a che fare con sostanze come formaldeide o bisfenolo A; la prima si può trovare nei piatti infrangibili per bambini, in melammina, e viene rilasciata se la temperatura supera i 70 °C. Il bisfenolo A è sempre un interferente endocrino, con effetti negativi sullo sviluppo neurocomportamentale e riproduttivo, più disturbi cardiovascolari, diabete, obesità e patologie al fegato negli adulti. La principale fonte di contaminazione è proprio il packaging alimentare: lo troviamo, ad esempio, nelle stoviglie di plastica usa e getta, nelle bottiglie per il latte, in alcune bevande e nelle resine che rivestono le lattine, come quelle del tonno o dei pelati.

Gli inconvenienti della carta riciclata

Anche la carta, quando di riciclo, visto che potrebbe contenere carta plastificata, può presentare bisfenolo A. La cellulosa vergine non ha rischi, ma quella rigenerata porta con sé possibili contaminanti dalla sua vita precedente. La legge italiana prevede diverse caratteristiche per carta e cartone adatti al contatto con gli alimenti: per quelli secchi, il contenitore deve essere composto almeno al 60% da cellulosa, vergine o di riciclo, mentre per quelli umidi e grassi, che possono favorire la migrazione di sostanze, è richiesto un minimo di 75% di cellulosa rigorosamente vergine (ad esempio, il cartone della pizza o le confezioni usate nei fast food). Per il bisfenolo A, l’Efsa ha fissato, sempre nel 2004, una dose giornaliera tollerabile di 0,6 mg/kg.

Silicone, no alle alte temperature

Un materiale di uso relativamente recente è, invece, il silicone. Ha molte qualità: è economico, pratico, flessibile, naturalmente antiaderente, viene utilizzato per stampi, teglie e mestoli. È una gomma sintetica composta da silicio e ossigeno; non sembra avere controindicazioni, anche se il silicio fonde a 220 °C e a temperature molto elevate potrebbe rilasciare vapori tossici.

Come usare gli imballaggi alimentari

Sette regole per impiegare ciascun materiale nel modo corretto ed evitare così spiacevoli contaminazioni

  1. Le bottiglie di plastica non devono essere riutilizzate, soprattutto con bevande calde; quindi, se proprio non sapete dove conservare il brodo, almeno aspettate che si raffreddi.
  2. Il polistirolo viene usato per i cibi d’asporto per le sue capacità termiche, ma non va riscaldato. Perciò, se dovete utilizzare il forno o il microonde, prima cambiate contenitore.
  3. Stesso discorso per piatti e utensili in melammina: evitate di usarli per friggere e riscaldare i cibi, e lavateli in lavastoviglie solo a basse temperature.
  4. Quando acquistate la pellicola per alimenti, cercate la dicitura “senza Pvc”. Esistono infatti pellicole realizzate in Pet (polietilentereftalato) che non rilasciano ftalati.
  5. Il Bpa (Bisfenolo A) nelle lattine è un rischio solo se si gratta la loro superfice interna. Per limitare il rischio, però, quando potete, preferite cibi confezionati nel vetro.
  6. Per sapere se il cartone della pizza è in cellulosa vergine, strappate il primo strato: dentro deve essere bianco, non marrone né grigio. E, comunque, una volta a casa, trasferite la pizza in un piatto.
  7. Stampi e teglie in silicone? Sì, a patto di cuocere sotto i 220 °C.

 

 

 

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