A tavola con... Paolo Cognetti
Storie di cibo e di montagna

Foto di Stefano Torrione

Paolo Cognetti, noto scrittore italiano, ci racconta le sue due grandi passioni, il cibo e la montagna, e come questa lo abbia indirizzato verso una scelta vegetariana
Foto di Stefano Torrione

Paolo Cognetti è uno dei nostri giovani scrittori più conosciuti e apprezzati che dal 2015 ha deciso di seguire una dieta vegetariana. Chiacchieriamo con lui di cibo, di montagna e dei suoi romanzi…

Perché il cibo ti sta molto a cuore?

Intanto perché per me cucinare è sempre stata una grande passione. Metto molta attenzione nella scelta dei prodotti e ho anche lavorato per due anni in un ristorante di montagna in Val d’Aosta. E poi perché dal novembre 2015, quando sono andato in Nepal, ho deciso di diventare vegetariano.

Raccontaci le motivazioni della tua scelta vegetariana

Avevo intrapreso un trekking piuttosto impegnativo sull’Annapurna, adattandomi alla cucina locale, che praticamente consisteva nel dhal bhat un piatto composto da riso, lenticchie e verdure al curry. Dopo due settimane di quella dieta mi sono reso conto di quanto mi sentissi bene, pur dovendo appunto sostenere un notevole sforzo fisico, e ho cominciato a pensare di continuarla anche a trekking finito. Decisivo è poi stato un cartello posto all’imbocco della valle dell’Annapurna su cui era scritto che da quel momento si entrava nella valle sacra dedicata alla dea della fertilità nella quale era vietato uccidere e mangiare gli animali. Una frase che mi ha colpito molto, così, varcando quella soglia, ho sentito che rinunciare alla carne era una forma di rispetto verso la montagna, luogo al quale sono molto legato.

Come ha reagito il tuo corpo all’assenza di carne?

Chi pratica come me un’attività fisica abbastanza intensa e regolare impara ad avere una particolare attenzione ai messaggi che il proprio corpo manda. Senza carne e latticini mi sentivo forte ma anche leggero e mi rendevo conto di poter camminare molte ore senza stancarmi.

Cosa ti porti da mangiare quando vai in montagna?

Io sono stato iniziato alla montagna da un padre severo e non si sgarrava dalla regola del panino consumato alla fine della salita. Così era e poche storie. In Nepal, durante quel trekking di molti giorni, ho invece imparato a fare degli spuntini lungo il percorso, ascoltando i bisogni del corpo, e questo mi dà energia e non mi appesantisce. Non mancano mai la frutta secca e i semi come mandorle e noci durante il cammino, ma alla fine in genere c’è il panino col formaggio e il vino solo alla sera! Ho poi preso l’abitudine di far colazione, soprattutto prima del cammino, mentre prima bevevo solo un caffè.

Che reazioni hai notato da parte dei carnivori quando dici che sei vegetariano?

Spesso di irritazione, perché si sentono accusati per il fatto di mangiare carne e ti rispondono male o con frasi ironiche. Ma inizia a risultarmi inaccettabile che persone colte e progressiste, con cui condivido valori di fondo, non si facciano domande sulla provenienza dei cibi che poi finiscono sulle loro tavole e che tutta la questione del maltrattamento degli animali e della natura sia così sottovalutato.

Che rapporto hai con la fatica fisica?

Un rapporto che con l’età è migliorato, capendone il senso, mentre da ragazzino la salita era proprio una tortura e dopo un po’ non ne potevo più. Crescendo ho imparato a sentire sulla mia pelle che la fatica del percorso è poi ripagata con un grande benessere psicofisico, tanto che quest’attività è diventata per me una sorta di dipendenza: quando non riesco ad andare in montagna per un po’ di tempo soffro e mi butto in palestra, anche se non è proprio la stessa cosa!

Parlaci dei documentari che hai girato a New York inerenti al cibo

Dopo una serie di documentari di viaggio ho scritto Tutte le mie preghiere guardano verso ovest, un’esplorazione di New York attraverso il cibo. Non potendomi permettere i grandi ristoranti mi sono orientato sul cibo di strada e in particolare ho voluto indagare le anime e le storie di New York attraverso il cibo degli emigranti, che erano soprattutto ebrei, italiani, afroamericani e portoricani, scoprendo come il cibo rappresenti il legame con le origini, pur con tutte le inevitabili contaminazioni. È stato bello scoprire, ad esempio, come le cassette di legno contenenti generi alimentari, che all’epoca di Roosevelt erano consegnate alle famiglie indigenti, venissero riempite dagli italiani di terra e riciclati in piccoli orti casalinghi: le case dei nostri connazionali erano contraddistinte da pianticelle di basilico e altri odori, quasi una bandiera! e nei loro piccoli giardini spesso piantavano delle piante di fico, che ancora adesso ricordano le dimore degli italiani. New York è piena di storie così.

Il cibo entra nei tuoi romanzi?

Sì, con varie sfaccettature. La protagonista del mio libro Sofia si veste sempre di nero è una ragazza anoressica che passa da una relazione e da una casa all’altra: le persone che le stanno vicino cercano di farla mangiare e il rapporto tra loro passa spesso attraverso il cibo. È una situazione in cui mi ritrovo perché, anche per me, cucinare è un gesto di accoglienza e di cura degli altri e mi piace molto invitare gli amici a pranzo, ma anche cucinare per la mia fidanzata, farle trovare delle cose buone.

Il piatto che cucini più volentieri?

I risotti, che essendo di famiglia veneta ho imparato da mia mamma e che mi danno molta soddisfazione.

Con cosa ci lasci?

Con una riflessione: io cerco di non lasciare traccia sui percorsi che faccio in montagna e credo che questo dovrebbe essere un comandamento anche riguardo al modo in cui attraversiamo la nostra vita rispettando il prossimo e la natura.

 

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