“Raddoppiare la vita utile delle insalate bio”


Dai cinque giorni degli ortaggi di IV gamma convenzionali ai dieci di quelli bio. E’ la sfida raccolta dall’Azienda agricola Filogea di Viterbo, insieme a quella di trovare una confezione biodegradabile. Ne parliamo con il titolare Daniele Colussi

Filogea è un’azienda agricola di 11,5 ettari che, alla periferia di Viterbo, coltiva con il metodo biologico insalate a foglia, per lo più in serre, tutte non riscaldate. Il suo principale cliente è una catena di supermercati biologici alla quale fornisce insalate confezionate pronte per il consumo (IV gamma). “Questo genere di prodotto – spiega il titolare, Daniele Colussi - nella grande distribuzione convenzionale ha un periodo di vita di cinque giorni (dalla raccolta-confezione al momento in cui non è più abbastanza fresca da poter essere venduta e deve essere ritirata dai banchi del punto vendita). Ma questo lasso di tempo è troppo breve per una catena distributiva ancora poco efficiente e troppo lenta com’è quella del biologico. Bisogna che il periodo di vita sia doppio, dieci giorni”. Mentre affronta questo problema cerca anche un materiale biodegradabile per confezionare le sue insalate e questo lo porta a un lungo processo di ricerca e sperimentazione. Ma andiamo con ordine.

La vocazione per le insalate – racconta Colussi - mi viene dalla mia famiglia che aveva un’azienda agricola, condotta con il metodo convenzionale, in Friuli che, quando io ho compiuto dieci anni, ha deciso di specializzarsi in quel tipo di produzione.

Quando è passato al biologico?

E’ stato un percorso lungo e non solo agricolo. Mentre lavoravo ancora con mio padre, andavo a scuola di Karatè e i miei maestri giapponesi oltre che la loro arte marziale ci insegnavano anche l’importanza di un’alimentazione sana e corretta. Mi avvicinai così alla macrobiotica, eliminai la carne dalla mia dieta, cominciai a frequentare dei corsi di agricoltura biologica e biodinamica… insomma mi allontanai progressivamente dai binari familiari che avevo seguito fino ad allora. Tra l’altro in azienda avevo io la responsabilità di decidere quali trattamenti fare e quando. A un certo punto non ce l’ho fatta più a usare i pesticidi e ho proposto a mio padre di convertire l’azienda al biologico. Ma non c’è stato niente da fare, così con un socio ho preso in affitto un terreno in Veneto e lì è cominciata, nella metà degli anni Novanta, la mia esperienza di agricoltore biologico.

Poi il trasferimento dal Nord Est a Viterbo…

Avviando la mia azienda bio in Veneto mi sono portato dietro dall’azienda di mio padre sia la specializzazione – le insalate a foglia – sia la mentalità imprenditoriale, applicando però l’agricoltura biologica. Purtroppo però la zona era poco adatta a fare ortaggi e abbiamo cominciato a cercare un’alternativa, ma senza successo. Poi nel 2005 mi trovavo a Viterbo in visita a un amico e girando per la campagna mi sono imbattuto in quella che sarebbe poi diventata la mia azienda: in una zona adatta all’orticoltura, 11,5 ettari in pianura, con un casale e un capannone. Nel 2005 ho comprato e, dopo due anni di pendolarismo e di lavori di ristrutturazione e conversione dell’azienda, nel 2007 mi sono trasferito con la mia famiglia. Lavorando sulla IV gamma ho dovuto affrontare il problema di fare un prodotto non solo sano e buono ma che rimanesse fresco e appetibile più a lungo dei prodotti convenzionali…

Dieci giorni di vita utile, anziché cinque, come nelle catene della grande distribuzione convenzionale. Un “miracolo” affidato alle tecnologie applicate nella post-raccolta?

No, anche in questo caso i risultati qualitativi, almeno in agricoltura biologica, si decidono in campagna, per noi in serra. Quel che viene dopo è importante ma se in campagna non hai lavorato bene, in post raccolta puoi fare poco o niente. Io non uso nemmeno rame e zolfo o altri prodotti consentiti in agricoltura biologica, se faccio le cose giuste e le piante stanno bene, non ho bisogno di fare trattamenti e questa è la miglior garanzia che le nostre insalate siano abbastanza robuste e in buona salute da poter durare più a lungo. Naturalmente questo significa molto lavoro e una continua attenzione a prevenire i problemi e a non rincorrerli quando si sono già manifestati.

Quali sono le “regole” principali per avere buoni risultati?

Ne cito tre. Usare un buon compost, ben maturo, meglio se “fatto in casa” e lavorare il terreno lo stretto indispensabile con lavorazioni leggere per non perdere sostanza organica. Poi le rotazioni: non posso fare sempre insalatine, il terreno si stanca, arrivano i funghi. Allora o alterniamo con altri tipi di ortaggi (ravanelli, carote ecc.) o seminiamo erbari da sovescio che poi vengono trinciati e interrati sempre con lavorazioni leggere.

E quando le insalate sono pronte?

È importante raccoglierle nelle ore giuste, per esempio per evitare il caldo – in estate raccogliamo dalle sei alle otto. In parte la raccolta è fatta a mano (per esempio la valerianella) in parte è meccanizzata (rucola, cicorino ecc.). Poi il ciclo – lavaggio, asciugatura con centrifughe e confezione - si conclude nella stessa giornata lavorativa con la spedizione verso la centrale di raccolta di Treviso.

A che punto è la vostra sperimentazione sul materiale da confezione biodegradabile?

Purtroppo la sperimentazione che abbiamo iniziato quattro anni fa è sospesa da otto mesi perché non abbiamo ancora trovato una soluzione soddisfacente. Il primo materiale che abbiamo provato aveva il difetto di non essere abbastanza trasparente per cui né il negoziante, né il consumatore potevano vedere sufficientemente bene il prodotto per valutarne la freschezza. Il secondo tentativo lo abbiamo fatto con un materiale che si appannava di umidità e il prodotto non ce la faceva ad arrivare ai dieci giorni di scadenza. L’ultimo prodotto che abbiamo provato - realizzato come gli altri usando come materia prima il mais - è già utilizzato allo stesso scopo da alcune catene della grande distribuzione. E’ trasparente e non si appanna. Il suo “difetto” è un altro: noi chiediamo che tutto quello che entra nella nostra filiera produttiva sia certificato Ogm free e il fornitore della pellicola questo non poteva garantircelo.

Dunque avete rinunciato e siete tornati a una pellicola non biodegradabile?

Ci abbiamo messo molto lavoro e molte risorse ( fra l'altro, una confezione standard in materiale biodegradabile costa 25 centesimi, mentre in plastica di centesimi ne costa 3-4) ma, sebbene con un po’ di amarezza, siamo tornati alla pellicola di plastica. Però non abbiamo rinunciato, manteniamo la nostra attenzione su questo problema e siamo in contatto con chi produce questi materiali per conoscere le novità e vedere quando possiamo riprendere la nostra sperimentazione.

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