Quando si parla di salute, in qualsiasi giornale, video, podcast o addirittura studio medico, sembra non si noti mai l’enorme elefante nella stanza, cioè l’oggetto che tutti noi abbiamo in mano da quasi 20 anni: lo smartphone. Viviamo con quest’antenna in tasca e nessuno si è mai preoccupato di redigere delle istruzioni per l’uso, o delle avvertenze, per l’oggetto che ha letteralmente modificato il nostro cervello e il nostro stile di vita.
Condividevo recentemente il concetto dell’“effetto Flynn inverso”. Negli ultimi 60 anni abbiamo notato a livello mondiale un aumento del quoziente intellettivo medio: questo è il cosiddetto effetto Flynn. Ora invece, per la prima volta, sta iniziando a diminuire. Una condizione correlata, non necessariamente la causa primaria, è l’infodemia in cui viviamo, cioè il bombardamento continuo d’informazioni che sta caricando eccessivamente il nostro intelletto.
Le persone infatti si sentono sempre più in affanno e hanno la sensazione di non riuscire a gestire tutte le attività. Questo non è legato a un maggior carico lavorativo: le statistiche dicono che il tempo dedicato al lavoro negli ultimi decenni in Occidente è diminuito, eppure ci sentiamo tutti più stressati. Da qui il sospetto che il colpevole sia proprio il cellulare. Tempo sottratto alla rigenerazione, alla riposante noia che ricarica le pile della nostra mente, alla lettura. È vero che anche guardando video brevi assorbiamo informazioni però la lettura ha la capacità di allenare il nostro cervello: tramite la parola scritta andiamo ad attivare aree della mente benefiche, a differenza del bombardamento di stimoli che riceviamo dal cellulare.
Recentemente su queste pagine abbiamo scritto come per il nostro stomaco, e per tutti gli altri organi, sia necessaria una fase di vuoto: lo stesso vale per il cervello. Invece nei momenti di pausa, quando potremmo riposare, tendiamo a inserire una sorta di stimolazione continua passiva che viene erroneamente considerata rilassamento.
Molte persone immaginano che ci siano due tempi, il tempo del lavoro e quello dello svago. Non è così: in realtà esistono tre tempi. C’è il tempo pieno, che è il tempo in cui lavoriamo in maniera focalizzata e realizziamo qualcosa di concreto, che include anche il tempo degli hobby creativi come ad esempio dipingere. C’è il tempo vuoto, che è il tempo di ricarica, in cui semplicemente riposiamo: ad esempio quando stiamo in mezzo alla natura o dialoghiamo con altre persone. E infine c’è il tempo sprecato, quello che trascorriamo generalmente con questi dispositivi digitali. È un tempo che di fatto vendiamo, senza accorgercene, ad aziende tech che fanno di tutto per “succhiarci” quanta più attenzione possibile per venderla agli inserzionisti che la utilizzano per proporre pubblicità.
Dal 2007 in poi il tempo sprecato è aumentato notevolmente. Questo terzo tempo ha ridotto il primo, quello pieno, perché siamo meno efficaci, la nostra produttività personale è calata, ma anche e soprattutto il secondo, il tempo vuoto, quello dedicato alla rigenerazione mentale, emotiva ma anche fisica. E nel momento in cui comprimiamo completamente il tempo vuoto e viviamo solo quello pieno, inteso come stress lavorativo, e il tempo sprecato, è naturale sentirsi sempre in affanno, come se corressimo sulla ruota del criceto senza arrivare da nessuna parte.
Questa è un’ottima avvertenza da scrivere dentro le scatole degli smartphone nuovi. Quali altre avvertenze scriveresti?
C’è parecchio lavoro da fare proprio sul piano della consapevolezza. Molte persone pensano di usare lo smartphone per distrarsi, per rilassarsi, per concedersi un istante di divertimento. E non si accorgono che in quel momento non stanno ricaricando le “pile” ma stanno continuando a consumarle. Confondono lo svuotamento con il rilassamento, due situazioni che, cerebralmente parlando, sono completamente diverse.
Lo capiamo subito quando ci capita di fare un weekend a contatto con la natura: il rilassamento soddisfacente è una risposta automatica del nostro sistema nervoso parasimpatico. Al contrario, dopo aver fatto una o due ore di scroll continuo di video e reels, ci sentiamo più spenti di prima, più nervosi, avvertiamo che ci manca qualcosa. È la stessa differenza che sperimentiamo quando mangiamo un pasto nutriente e quando invece consumiamo un pasto che non lo è, che è stato progettato a livello industriale per stimolare i centri del piacere.
C’è chi risponderebbe “Non è vero, io mi rilasso molto ‘scrollando’ per ore seduto sul divano”…
Questo è esattamente il punto: manca un elemento di consapevolezza, perché molte persone non sanno ascoltare le proprie emozioni e vivono in una sorta di trans continuo. Il lavoro su cui mi sto concentrando è spiegare che questi dispositivi non sono dispositivi neutri. Una risposta tipica che ricevo è “Dipende da come li usi!”. No, non dipende da come li usi. Perché nel momento in cui ci sono centinaia di ingegneri esperti in neuroscienze, psicologi ed esperti del funzionamento della mente umana che lavorano nelle aziende del big tech e hanno come compito principale capire quali sono le nostre vulnerabilità psicologiche in modo da tenerci “agganciati”, non stiamo utilizzando un dispositivo neutro. Siamo continuamente portati, ingannati, influenzati quando usiamo questi strumenti. Personalmente ho introdotto il concetto di tecniche di difesa personale digitale. Dobbiamo iniziare a sviluppare delle strategie, fare educazione a livello sociale, anche a scuola.
A partire dal 2020 si è finalmente iniziato a parlare di più di salute mentale. Qualsiasi bravo terapeuta però sa che lo stile di vita gioca un ruolo essenziale per il nostro benessere. Non possiamo quindi ridurre la salute mentale a delle sedute dallo psicologo. Dobbiamo prenderci cura a 360° del nostro sonno, della nostra dieta, della nostra attività sportiva e naturalmente dell'utilizzo dei nostri dispositivi digitali.
Sono d’accordo, però è come togliere la “dose” quotidiana a un tossicodipendente. Come si può fare?
Lo abbiamo già fatto. Prendiamo ad esempio le sigarette: quando eravamo ragazzi non esistevano avvertenze sul pacchetto e neanche divieti. C’è un libro uscito recentemente, La generazione ansiosa di Jonathan Haidt, un sociologo americano che spiega come gli smartphone e le tecnologie digitali in generale siano la causa principale dell’epidemia di ansia e depressione che sta colpendo in particolare la generazione Z (nati tra il ’97 e il 2012). Nel libro troviamo delle indicazioni molto precise su come intervenire, ad esempio cellulari vietati fino a una determinata età, scuole libere dagli smartphone in modo da avere almeno 5–6 ore al giorno di vera socializzazione ed educazione. Questa crescente ansia e depressione viene decisamente imputata alla diffusione di massa degli smartphone e non solo al fatto che stiamo vivendo un periodo turbolento: a parte l’epoca d’oro degli anni '80-90, ricordiamoci che la storia umana è sempre stata percorsa da calamità, guerre e tragedie.
Con una differenza: oggi attraverso gli smartphone abbiamo un accesso istantaneo e facilitato alla tragedia, tutti i giorni, anche a episodi terribili che accadono dall’altra parte del mondo che una volta non sarebbero mai passati sotto i nostri occhi.
È vero. Ma in questo esatto istante, mentre stiamo parlando, stanno succedendo sì una miriade di tragedie ma anche una miriade di cose meravigliose, di alberi che stanno crescendo, di progetti scientifici che si stanno sviluppando. Però noi esseri umani abbiamo un bias negativo, per cui siamo molto colpiti dalla news negativa e tendiamo a trascurare quella positiva. Su questo hanno un ruolo molto importante anche i giornali che, a partire dal 2020, hanno impostato un giornalismo di breaking news negative incessanti.
E nonostante questo martellamento in negativo e la successiva depressione rimaniamo comunque attaccati a subire queste insistenti informazioni veloci. La dopamina quindi viene rilasciata non solo da stimoli positivi ma anche negativi?
Io vedo un parallelo molto forte con il cibo. Mangiare continuamente cibi ultra-processati e pieni di zuccheri non ci fa bene però lo facciamo lo stesso: nella nostra storia evolutiva abbiamo imparato a desiderare cibi molto calorici per poter affrontare di seguito probabili periodi di carestia. Oggi abbiamo ancora questo sistema nervoso vecchio di duecentomila anni ma viviamo in una società che ci dà accesso a risorse alimentari illimitate. La nostra impostazione biologica non è cambiata, non accelera con lo stesso ritmo con cui accelera la tecnologia. La stessa cosa succede con lo smartphone. La nostra mente, come dicevo, ha un bias della negatività, ovvero una propensione a porre maggiore attenzione agli eventi negativi; questo durante la nostra evoluzione ci ha permesso di sopravvivere mantenendo alta la soglia di attenzione nei confronti dei pericoli.
Oggi viviamo in un’epoca che, al di là di tutte le guerre, è una delle più pacifiche e prospere ma nessuno lo dice, tranne i dati e le statistiche tecniche. Ma noi siamo molto più attratti dai rischi, dai pericoli, perché è così che siamo stati progettati a livello biologico. Ciò che crea maggior coinvolgimento e maggior tempo speso sulla piattaforma è ciò che provoca reazioni emotive forti, e le reazioni emotive forti non sono la gentilezza, l’amore o la compassione, ma la rabbia, la frustrazione, l’indignazione.
Gli algoritmi che governano le piattaforme social non conoscono la natura umana, semplicemente hanno notato che certi messaggi generano tante visualizzazioni e quindi li propongono in modo massiccio. E le grandi aziende tech hanno approfittato di questa situazione per poter proporre al maggior numero di persone dei contenuti inserzionistici, fregandosene dell’impatto a livello sociale di questo tipo di messaggi. Ciò che mi fa più arrabbiare è che è stata una scelta fatta a tavolino. Cambiando l’algoritmo potremmo cambiare il sentimento sociale per creare maggiore speranza, maggiore positività, ma non si vuole.
Tornando all’obesità informativa, è come il grasso superfluo: ci portiamo dietro tutto il giorno informazioni inutili.
Ci sono dei cibi che continuiamo a mangiare perché non ci saziano, non ci danno quella soddisfazione o quei micronutrienti che ci sono necessari. E così accumuliamo chili superflui. Lo stesso vale per le informazioni. Siamo bombardati da informazioni a cui non corrisponde una conoscenza reale. E questo crea quell’effetto di carico cognitivo, di infodemia, in cui riceviamo nozioni ma nulla ci rimane realmente “attaccato” e non promuove la conoscenza.
Il senso di affanno, stanchezza cronica, nebbia mentale spesso viene ricondotto allo stress lavorativo e ad altre tematiche. Io sospetto invece ci sia un forte legame con quest’obesità informativa. Se facciamo dei piccoli detox digitali di una o due settimane ci rendiamo conto che il mondo intorno a noi riprende colore. Più ci auto bersagliamo con questi contenuti che vanno a stimolare il nostro sistema dopaminergico, più cresce il desiderio di contenuti sempre più stimolanti. È un po’ come avviene con il cibo. Iniziamo a mangiare cibi dolci e poi abbiamo bisogno di qualcosa di sempre più dolce. Nel momento in cui rieduchiamo il nostro palato o la nostra mente a dei contenuti più profondi, più lenti come la lettura o anche l’osservazione del mondo reale, più ritroviamo piacere anche nelle cose semplici. Quando invece siamo stimolati continuamente da video frenetici, il mondo attorno a noi diventa grigio perché è molto meno stimolante, è più noioso. Quando arriverà una diffusione in massa della realtà virtuale o comunque della realtà mixata, per il mondo reale sarà difficile competere. Il problema è che permettendo a questa stimolazione continua di resettare in maniera negativa le nostre soglie di piacere, poi non troviamo piacere in nulla.
Mi ha fatto sorridere la frase “per il mondo reale sarà difficile competere”. Se dobbiamo dirci la verità, la realtà vincerà sempre a mani basse, perché fare le esperienze anziché viverle attraverso uno smartphone restituisce vera energia, perché il nostro corpo è ancora quello di 2000 anni fa e noi siamo qui per fare esperienze con il corpo. La realtà vince sempre su tutto: però, è vero, bisogna viverla non attraverso uno schermo.
Faccio questo esempio. Sta per iniziare il weekend: possiamo andare in montagna o stare sul divano e goderci la nuova stagione della nostra serie preferita. La seconda è una scelta facile, stimolazione di basso livello, però ci dà piacere. Dall’altra parte ci dobbiamo svegliare alle cinque per andare in montagna a trascorrere giornate di neve e freddo, cercare dove sono gli scarponi... Quando lo facciamo e dopo averlo fatto siamo pienamente felici, però c’è quell’attrito iniziale, quella fatica. La stessa fatica per cui se dobbiamo scegliere tra un reel e un libro, magari scegliamo il reel perché è facile, immediato. Leggere un libro ci dà la sensazione di aver investito bene il nostro tempo, ci sentiamo rigenerati. Però dobbiamo competere con il fatto che all’inizio della nostra evoluzione l’obiettivo principale era risparmiare energie, perché acquisirne di nuove era molto difficile, rischioso. Quindi noi siamo rimasti lì, vogliamo le cose facili, anche a nostro discapito, a discapito della nostra felicità.
Quindi il nostro cervello antico ci dice che cambiare implica troppa fatica.
Questa è un’obiezione che spesso mi viene fatta: “Cambiare è difficile!”. Ma tutte le cose belle sono difficili! Fatemi un esempio di una cosa bella che avete creato nella vita in modo facile. Tutto quello che ci rende più felici, qualsiasi realizzazione, che sia una gara sportiva, che si tratti di creare una bella famiglia, una carriera di successo, non è facile. Io non capisco perché ricerchiamo ossessivamente questa facilità. Il facile non è necessariamente bello.
Questi concetti dovrebbero essere basilari, parte di una conoscenza da scuola primaria, invece ne parliamo come se dovessimo ancora acquisirli.
Un altro concetto in cui credo molto è quello della responsabilità radicale. Responsabilità radicale significa che dobbiamo assumerci la piena responsabilità della nostra vita, il 100%, non il 99%, non il 98% ma il 100%. Assumersi la piena responsabilità non significa assumersi la colpa: ci sono delle cose che possono esserci accadute che non sono riconducibili a nostre scelte. Il concetto di assumersi la piena responsabilità significa invece avere l’abilità di rispondere a qualsiasi cosa che ci capita nella vita.
C’è un libro bellissimo intitolato Lo psicologo nei lager di Viktor Frankl, uno psicologo austriaco catturato durante la seconda guerra mondiale che trascorre un periodo importante nei lager nazisti e lì comprende la differenza tra le persone che si arrendono a livello mentale, e vengono in qualche modo distrutte e poi muoiono, e quelle che invece riescono a sopravvivere. Ciò che li distingue è la capacità di dare un significato agli accadimenti della vita, quindi l’abilità di rispondere a ciò che ci succede. Questo è un concetto che mi piace moltissimo. Il problema è che magari noi nasciamo come persone molto reattive, positive, poi viviamo una vita davanti a un cellulare, e questo distrugge il nostro potenziale.
C’è quindi sempre più bisogno di istruzioni e difese per non perdere le nostre capacità cognitive.
Sì, ed è proprio quello che sto cercando di fare. Spesso si parla del 99% e dell’1% della popolazione in termini di separazione di ricchezze, nel senso che l’1% detiene la metà dei patrimoni del mondo. In realtà quello che io vedo nel futuro è che ci sarà l’1% di persone consapevoli della propria salute, del proprio tempo, della propria attenzione e un 99% della popolazione che mangerà il cibo più “stimolante”, completamente rimbambita dai social, intelligenza artificiale o realtà virtuali, incapace di mettere attenzione nella propria vita... Quello che stiamo cercando di fare con il progetto EfficaceMente è divulgare quanto più possibile questi temi.
Divulgare consapevolezza è un concetto che abbiamo in comune. Cucina Naturale aiuta i suoi lettori a nutrirsi secondo natura, raccogliendo informazioni scientifiche e realmente testate su salute e alimentazione, coinvolgendo clinici e nutrizionisti. Probabilmente la lettura di una rivista di ricette e salute è un’ottima forma di nutrizione mentale rispetto a uno scrolling di TikTok: un oggetto che non ti bombarda ma scegli tu come fruire, in un momento di pausa, un vero rilassamento connesso all’apprendimento piacevole.
Sono d’accordo, è un po’ il rapporto tra ciò che è passivo e ciò che è attivo. Ciò che è passivo è comodo e ti smorza, ciò che è attivo rafforza i nostri muscoli, rafforza le nostre capacità e quindi nel lungo termine, ma anche nel medio termine, ci fa sentire più capaci, più competenti, più felici. Ciò che è passivo ci fa sentire bene, nell’immediato, ed è un bene però che pian piano ci atrofizza, atrofizza i nostri muscoli, le nostre capacità, quindi è qualcosa che ci riduce.
Grazie per la bella chiacchierata Andrea.
Aggiungo che le chiacchiere sono belle, ma sono i risultati a fare la differenza.
Andrea Giuliodori
AUTORE E IMPRENDITORE
Andrea Giuliodori è laureato in ingegneria, è nato e cresciuto sulle colline marchigiane e oggi vive e lavora a Londra. Ha fondato EfficaceMente, progetto editoriale che si occupa di temi legati alla crescita personale: aiuta a migliorare la gestione del tempo, l’organizzazione e l’efficacia personale e professionale.




