Prosecco e pesticidi


Tutte le nuove coltivazioni intensive e i reimpianti - che prevedano trattamenti con sostanze chimiche - dovranno essere ad almeno 50 metri da ogni eventuale confine con una zona residenziale. Questa la norma voluta dal Comune di Pieve di Soligo contro la quale hanno ricorso alcuni produttori di Prosecco, sostenuti da Confagricoltura, Cia e Coldiretti

Il Prosecco, con le sue bollicine e i fatturati da miracolo economico. Con il «marchio» turistico Proseccoshire evocato da idilliache immagini di vigneti verdeggianti e con la candidatura delle colline di Conegliano e Valdobbiadene a Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. Ma anche con la battaglia per la salute condotta dai comitati dei cittadini contro i trattamenti intensivi e i pesticidi. C’è anche tutto questo nella querelle fresca di ricorso che porterà Pieve di Soligo sotto la lente dei giudici del Tribunale Amministrativo Regionale.

La «Variante numero 12»

Confagricoltura, Coldiretti Treviso e Confederazione italiana agricoltori, a nome di quattro produttori della zona – scrive Il Corriere del Veneto - hanno infatti presentato un ricorso contro la «Variante numero 12» adottata dal Comune di Pieve di Soligo nel piano degli interventi e minacciano di chiedere il risarcimento dei danni. Una variante con la quale l’amministrazione di Stefano Soldan ha declinato la progettazione urbanistica anche ai terreni agricoli, stabilendo una serie di nuove regole che, ancor prima di essere approvate, hanno suscitato la reazione dei produttori. A non piacere ai viticoltori è la norma che prevede che tutte le nuove coltivazioni intensive e i reimpianti - che prevedano trattamenti con sostanze chimiche - potranno sorgere solo in zona agricola e dovranno essere ad almeno 50 metri da ogni eventuale confine con una zona residenziale. Distanza che scende a 30 metri in presenza di siepi di mitigazione e a 25 nel caso di coltivazioni biologiche o biodinamiche. Ma i viticoltori non ci stanno. Quattro quelli rappresentati dalle associazioni di categoria che, affidandosi allo studio Barel e Malvestio, hanno deciso di ricorrere al Tar per chiedere l’annullamento della delibera con la quale, nel giugno scorso, il consiglio comunale ha adottato la «Variante 12»: «Questa norma limita la capacità di fare impresa degli agricoltori – spiega Lodovico Giustiniani, presidente di Confagricoltura Veneto -. Per un viticoltore la terra è la propria fabbrica, il proprio strumento produttivo. Questa norma è lesiva, perché usa un approccio pianificatorio urbanistico per risolvere una questione ambientale. E cioè i divieti di impianto o reimpianto su vasta scala, per fronteggiare supposti pericoli, che riguardano le modalità di coltivazione».

Gli agricoltori

Secondo gli agricoltori, la variante «sottrae illegittimamente alla normale attività, di un’area fortemente vocata, ampie fasce di territorio agricolo». I produttori censurano l’approccio dell’amministrazione comunale: «Si vuole risolvere così il problema dell’utilizzo dei fitofarmaci in prossimità di aree sensibili, che andrebbe risolto con gli strumenti previsti dalla normativa specifica e con i controlli, ma non vietando tout court l’agricoltura tipica in vaste aree di territorio, espropriando i proprietari di un loro diritto o comprimendolo, con gravissimi danni per i singoli e per l’assetto socioeconomico del territorio». A giudizio delle associazioni di categoria, i quattro viticoltori che stanno cercando di opporsi «perderanno non solo la possibilità di reimpiantare le coltivazioni attuali, ma non potranno utilizzare i 2 mila metri quadrati di diritti e autorizzazioni a vigneto in loro possesso, i cui termini di utilizzo scadranno nel 2020».

 

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