“Perché la lobby del biologico a Bruxelles combatte per difendere i pesticidi”, Federbio risponde


In un articolo pubblicato qualche giorno fa dal quotidiano Il Foglio la Federazione italiana agricoltura biologica e biodinamica riscontra "pesanti imprecisioni e scarsa chiarezza" che non poteva passare sotto silenzio. Ecco la sua risposta

Scriviamo in relazione all’articoloPerché la lobby del biologico a Bruxelles combatte per difendere i pesticidi  pubblicato il 7 giugno – si legge nella lettera di Federbio a Il Foglio - articolo in cui abbiamo riscontrato pesanti imprecisioni e scarsa chiarezza che può generare confusione nei lettori.

Luca Gambardella scrive che nel regolamento europeo che disciplina il settore non si fa alcun riferimento esplicito al divieto di usare i pesticidi.

Si tratta di un’affermazione quantomeno capziosa: se nel regolamento manca il didascalico “sono vietati i pesticidi chimici di sintesi” è però imposto con assoluta chiarezza un elenco ristretto delle uniche sostanze utilizzabili, nessuna delle quali è un pesticida chimico di sintesi, come può appurare chiunque. Com’è frequente nelle disposizioni di legge, il criterio non è quello della lista negativa (“non puoi usare queste sostanze”), ma quello altrettanto cristallino della lista positiva (“puoi usare solo queste sostanze”). Questo modo di raccontare all’opinione pubblica il regolamento è dunque del tutto fuorviante.

Venendo ai residui: nella proposta di regolamento della Commissione non è affatto indicato un “limite alle sostanze chimiche che si possono usare nel processo produttivo”: questo limite c’è già dal 1991, anno di pubblicazione del primo regolamento europeo sul biologico, ed è da allora pari a zero.

Quello che la Commissione intende introdurre (con la contrarietà della maggioranza delle autorità competenti degli Stati membri, più che di presunte “lobby del biologico”) è una soglia di residui di pesticidi tollerabile nei prodotti biologici. Sotto la soglia proposta (0,01 mg/kg) il prodotto sarebbe da considerare conforme, sopra a tale soglia no.

Giova segnalare che tale limite è già legge in Italia dal 2011: tra le amate sponde, se l’analisi rileva un pesticida sopra il limite (giova una traduzione: 0,01 mg/kg significano 1 grammo di pesticida su 100 tonnellate di prodotto), quel prodotto non può essere etichettato come biologico.

E questo nemmeno se si accerta la non intenzionalità e l’assoluta accidentalità della presenza, per la quale nessuna responsabilità sia addebitabile al produttore. Un esempio: se su del grano emerge traccia di un pesticida che sul grano non ha alcun effetto, ma lo ha sulla vite di un’azienda agricola confinante, appare evidente ai più che si tratta di un effetto di deriva di cui il produttore biologico è innocente.

Le autorità competenti della maggioranza dei Paesi europei, semplicemente, ritengono che non si possa penalizzare chi non si sia reso responsabile della violazione di alcuna norma. Per non banali considerazioni di certezza del diritto, la posizione prevalente, ovviamente quando si tratti di tracce che non comportano il minimo rischio per i consumatori, è di non danneggiare il produttore che le verifiche accertino estraneo a ogni responsabilità rispetto all’impiego di un prodotto vietato nella coltivazione biologica.

Dal 1992 l’uso dell’atrazina (il diserbante in precedenza più utilizzato dagli agricoltori convenzionali, mai entrato in un’azienda biologica) è vietato, ma la sostanza è tuttora rilevata in quasi il 10% delle acque sotterranee italiane. Nel 2003, nel corso del dibattito sulla direttiva Reach (Registration, Evaluation and Authorisation oh Chemicals) l’allora commissaria europea all’ambiente, Margot Wallstrom esibì le sue analisi del sangue, da cui emergeva la presenza di DDT (vietato in Italia dal 1969), lo stesso DDT di cui, nel “2015 European Union report on pesticide residues in food”, l’Efsa ammette sono state trovate tracce nel 10.7% dei campioni di burro (non biologico) analizzati a livello europeo. Si tratta di contaminanti ambientali, la cui presenza è, purtroppo, tecnicamente inevitabile.

Ne conseguono due considerazioni. La prima è che non si possono considerare i nipoti responsabili delle colpe dei nonni (o, volendo esser più corretti, non si possono considerare gli agricoltori biologici responsabili delle colpe dei nonni degli agricoltori convenzionali).

La seconda è che la persistenza nell’ambiente di contaminanti il cui uso è abbandonato da decenni deve far riflettere sull’urgenza  non più rinviabile di cambiar rotta, indirizzando la produzione verso un approccio sostenibile, per evitare di aggravare in modo irrimediabile le risorse ambientali.

L'agricoltura biologica non è una pratica luddista nè una proposta pensata per consumatori immaginifici, ma una soluzione concreta e praticabile alle gravi condizioni a cui un modo sconsiderato di produrre ha ridotto l'ecosistema in cui ci muoviamo. L’agricoltura, soprattutto quella biologica, si fa all’aria aperta e in campagna e per ora le superfici coltivate al biologico sono meno del 15% dell’intera superficie agricola coltivata in Italia. Per quale motivo gli agricoltori biologici dovrebbero essere puniti se chi usa in maniera sconsiderata i pesticidi di sintesi sono gli agricoltori convenzionali?

Chiediamo dunque alla redazione di fare chiarezza sul tema, attraverso la pubblicazione di questa lettera e restando comunque a disposizione per eventuali ulteriori contributi informativi da FederBio.

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