“Niente paura dei cambiamenti”


Questo sembra essere il motto di una famiglia di agricoltori e allevatori originari delle Marche, che impararono a conoscere la Maremma Laziale perché, nella transumanza, ci portavano le pecore e lì, a un certo punto, decisero di trasferirsi. Non c’è da meravigliarsi dunque se la pronipote di questi antenati, qualche anno fa, è stata premiata con “Giovane agricoltore europeo più innovativo”. Ne parliamo con lei, Loretta de Simone, titolare dell’Azienda Agricola La Turchina a Tarquinia (Vt)

 

L’azienda agricola la Turchina si trova a Tarquinia (Vt) e la titolare, Loretta de Simone, laureata in giurisprudenza, appartiene alla Quarta generazione di una famiglia di agricoltori e allevatori originari delle Marche. I bisnonni venivano nella Maremma laziale per la transumanza estiva delle pecore e a un certo punto sia la famiglia del padre che quella della madre decisero di insediarsi qui iniziando, tra l’altro, la coltivazione di grano duro per il quale queste terre sono particolarmente vocate.

Così – racconta Loretta de Simone - i nostri genitori hanno ereditato le aziende dei nostri nonni che anche adesso sono formalmente separate ma che sono gestite come un tutt’uno da me e da mia sorella Maria Lorenza (laureata in economia e commercio) come già facevano mia madre e mio padre. Si tratta complessivamente di circa 300 ettari di cui 130 a cereali, 150 a pascoli seminati, 25 a bosco uno a ulivi.

Quando vi siete convertiti al biologico?

Il passaggio all’agricoltura biologica è avvenuto a cavallo fra 1l 1999 e il 2000 e l’hanno deciso e realizzato i nostri genitori perché non volevano più saperne di lavorare alla vecchia maniera, fra l’altro perché avevano visto loro amici che lavoravano con la frutta ammalarsi e anche se con i cereali di pesticidi se ne usano meno che nella frutticoltura, non volevano più averci a che fare.
Nel 2008 io e mia sorella, che siamo la seconda generazione di “biologici” e che nel frattempo eravamo diventate imprenditrici agricole, siamo subentrate ai nostri genitori come titolari delle aziende. Prima però, nel 2006, avevamo già deciso di chiudere la filiera, vale a dire che abbiamo smesso di portare il nostro grano sul mercato come materia prima e abbiamo cominciato a occuparci di tutto il ciclo, fino alla commercializzazione della pasta con un nostro marchio. Così abbiamo mantenuta viva la tradizione di famiglia di guardare al futuro e non spaventarci di fronte ai cambiamenti.

A questo proposito, nel 2008 lei è stata premiata come “Giovane agricoltore europeo più innovativo”, in occasione della celebrazione dei 50° compleanno del Ceja (Consiglio europeo dei giovani agricoltori)

Sì e la motivazione era complessa: c’entrava la scelta del biologico, quella di avere l’intero ciclo grano-pasta, di essere fra i primi a usare come canale di commercializzazione internet, saltando la catena distributiva, infine di avere scelto di coltivare solo vecchie varietà di cereali.

Quali sono le vecchie varietà di cereali che coltivate e perché?

Innanzi tutto il senatore Cappelli, un grano duro che era già coltivato in zona dai miei nonni che sono stati fra gli ultimi ad abbandonarlo, si sono decisi solo nel 1975, perché credevano molto nella sua alta qualità organolettica. La sua reintroduzione nella nostra azienda è stata in parte casuale. Mio padre ne ha trovato qualche sacco dimenticato in un magazzino, lo ha riconosciuto e ha voluto provare a seminarlo. Quando ha visto che funzionava e ha messo insieme abbastanza seme, l’ha messo in produzione. E risultati qualitativi sono stati immediatamente visibili, confermando la convinzione dei nonni. Innanzitutto per questo noi abbiamo continuato, anche se c’è qualche difficoltà da superare. Per esempio si tratta di un grano molto alto che se piove e tira vento tende all’allettamento. Ora, quando si falciava a mano questo non era un gran problema, ma con la mietitrebbia è un problema, eccome. D’altra parte, però, la sua altezza lo predispone a soffocare le erbe, inoltre è una pianta molto più rustica di quelle più moderne e queste caratteristiche ne fanno una varietà particolarmente adatta per l’agricoltura biologica perché rendono quasi sempre superflui anche i trattamenti che in agricoltura biologica sono consentiti. Negli ultimi anni, poi, abbiamo visto che la sua rusticità lo rende anche più capace di far fronte ai cambiamenti climatici.

Cosa coltivate oltre al senatore Cappelli e quali cereali usate per la vostra pasta?

Oltre al senatore Cappelli che con i suoi 1600 quintali è la nostra produzione principale, coltiviamo anche il farro dicocco e il farro spelta, di cui facciamo complessivamente sui 600 quintali. Poi abbiamo anche una varietà di orzo anticamente coltivata in zona e un piccolo appezzamento dove coltiviamo il farro monococco perché partecipiamo a una sperimentazione in collaborazione con un amico agronomo di Firenze per accertare se le caratteristiche del suo glutine lo rendono utilizzabile per i celiaci. Oltre ai cereali coltiviamo i ceci e gli olivi dai quali ricaviamo due tipi di olio extravergine.
Per la pasta usiamo il senatore Cappelli, il farro dicocco e il farro spelta. I cereali li maciniamo a Perugia perché è la località più vicina dove abbiamo trovato un mulino a pietra. Il pastificio invece è in Toscana dove seccano la pasta a 35 gradi e fanno veramente un buon lavoro, con un’estrema attenzione alla qualità. Pensi che qualche tempo prima della raccolta il “mastro pastaio” viene sui nostri campi e mastica un po’ di chicchi fino a farne una pallina che poi manipola per testarne la consistenza e valutare la presenza in glutine. Il farro invece lo cuociamo e lo assaggiamo noi e se non è buono lo diamo agli animali. L’anno scorso, per esempio, era stato così secco che il chicco era venuto troppo piccolo e lo abbiamo dato agli animali. Niente si spreca, perché l’azienda deve essere quanto più autosufficiente possibile e dagli animali otteniamo anche dell’ottimo concime.

Quali animali allevate?

Innanzi tutto abbiamo mantenuto la tradizione dell’allevamento ovino e abbiamo un gregge di 400 pecore di razza sarda che stanno fuori tutto l’anno e vengono in stalla solo per essere munte. Il latte non lo trasformiamo noi ma lo vendiamo e vendiamo anche gli agnelli vivi. Abbiamo anche ricominciato un piccolo allevamento brado di bovini da carne con un nucleo di Maremmane e uno di Limousine. Poi abbiamo un gruppo di asini che gradiscono molto il sottoprodotto della decorticazione del farro, che facciamo in azienda, e che pascolano nel bosco tenendolo pulito e riducendo in modo significativo il pericolo di incendi.

Ci sono altre novità all’orizzonte della vostra azienda?

Sentiamo molto il fatto di produrre cose che poi sono mangiate da altre persone. Tanto più da quando ci siamo messi a produrre noi la pasta e ci siamo fatti carico della responsabilità di tutto il ciclo. Questo mi ha portato ad appassionarmi anche alla cucina e sto facendo delle ricerche su come erano tradizionalmente usati i prodotti locali che noi oggi produciamo. Questa ricerca è finalizzata anche alla realizzazione di una scuola di cucina che vorrei fare qui in azienda con al centro questi prodotti e che dovrebbe avere come riferimento una rete di 6-7 fra aziende agricole e agriturismi nel nostro comune, con lo scopo di valorizzare il nostro territorio e il nostro lavoro.

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