Mangiate anche con la testa


Una frase che ben sintetizza il pensiero della grande scrittrice Dacia Maraini nei confronti del cibo: rispetto, capacità critica e gratitudine sono le tre parole d’ordine da seguire, nell’alimentazione come nella vita

Dai pasti sontuosi dei ricchi siciliani descritti nel suo celebre romanzo Marianna Ucria al ricordo della fame patita nel campo di concentramento in Giappone: “Per anni ho nascosto il pane, quando mi avanzava, come i cani. Mettevo in fondo ai cassetti le zollette di zucchero che poi trovavo sfarinate e coperte di formiche. I bocconi di marzapane, avvolti nella carta, li seppellivo sotto gli alberi, con l’idea di andarli a prendere nei momenti di fame”. Sono i due estremi di come sa parlare di cibo una delle nostre più amate e conosciute signore della letteratura, Dacia Maraini, impegnata anche socialmente su tanti fronti.

Qual è il suo rapporto con il cibo quando viaggia?

Per me quando si viaggia ci si muove col corpo, con la mente, il gusto e anche l’olfatto. Insomma: pretendere di trovare gli odori e i sapori di casa propria in tutti gli angoli del mondo, è una forma di negazione del viaggio. Per conoscere un Paese straniero, bisogna mangiare quello che mangia chi ci abita.

Com’era dacia da bambina a tavola?

Noi figlie di un antropologo in Giappone non potevamo che mangiare giapponese, vestirci giapponese e vivere come loro, salvo poi, in alcuni momenti, far prevalere il ricordo dell’Italia. Cercavamo un’armonia fra i due Paesi e devo dire che, grazie a due genitori molto disponibili e intelligenti, ci riuscivamo quasi sempre.

Un ricordo legato al cibo quando è finita la sua prigionia in Giappone

Beh, dopo due anni di fame, è stato come capitare nel paese della cuccagna. Anche troppo per le nostre pance che si erano prosciugate. Infatti, mio padre urlava: non mangiate! Il pericolo era grave per i nostri stomaci abituati al digiuno totale, si poteva morire. Eppure la tentazione era tanta di fronte a tutto quel ben di Dio che gli alleati ci hanno buttato giù dall’aereo. I bidoni si sono rotti sulle rocce e ricordo ancora l’impressione che mi fece vedere i fiumi di latte condensato che colavano fra i sassi, la cioccolata appesa ai rami, la polvere di piselli che volava per aria.

A quali pagine dei suoi libri in cui parla di cibo è particolarmente affezionata?

Le pagine di Maria Ucrìa sono costate molte ore di documentazione, ma devo dire che mi hanno fatto venire l’acquolina in bocca. Il Settecento siciliano era molto raffinato nella scelta dei cibi, nel modo di cucinarli e ovviamente anche di presentarli a tavola. Si parlava di maccheroni “di zitu”, triglie rosate, lepri all’agro, cinghiali al cioccolato, tacchini ripieni di ricotta, saraghi affogati, porcelli alla fiamma, riso dolce, conserva di scorzonera, cassate e molto altro ancora, un vero onore all’abbondanza e alla ricercatezza nell’abbinare sapori e aromi. Immergermi in quelle atmosfere è stato davvero un viaggio fantastico.

E lei che tipo di cuoca è?

A me piace cucinare, soprattutto quando ci sono ospiti, come succede nella mia casa di montagna. Sono per una cucina semplice, non troppo elaborata, anche se amo le spezie e le uso molto: salvia, timo, rosmarino, finocchietto, peperoncino, zenzero, menta. Ma preferisco sempre la cottura a vapore o al forno piuttosto che il fritto. Mi piacciono soprattutto i primi, le paste al pomodoro e basilico, con le melanzane, oppure al burro e limone, alle zucchine, alla bottarga. E il riso, semplice, bollito condito con l’uovo crudo, oppure con gli asparagi o con i carciofi. Anche perché non mangio carne. La mia è una solidarietà verso i mammiferi. E anche una protesta contro gli allevamenti intensivi che trovo indegni dell’essere umano. Metodi nazisti che mi fanno orrore. Non sono una fanatica e rispetto chi mangia carne, anche in casa mia, ma non sopporto il pensiero di quei polli di batteria, ingrassati a forza e riempiti di antibiotici. Per non parlare dei vitelli che crescono con la testa fra due sbarre.

Frugalità e varietà sono due parole che condivide parlando di cibo?

Io mangio poco, non amo i dolci, sono in generale sobria nel nutrirmi. Amo la verdura, le insalate, la frutta. Ho un debole per il pane. Mi piace quello integrale, quello fatto con diversi cereali. Spesso in valigia, oltre ai libri, porto il pane, quando lo trovo buono e croccante in qualche Paese in cui sto viaggiando.

Cosa ne pensa dello spreco alimentare?

Per me che sono stata in un campo di concentramento, questo spreco è uno strazio. Non riesco a gettare il cibo, cerco di riutilizzare più che posso gli avanzi in cucina e destinare i resti ad animali o altre attività. Il pane secco lo porto ai cani, l’umido cerco di farlo compostare. Se penso a quante persone vivrebbero abbondantemente dei nostri avanzi, vorrei gridare agli Italiani: non sprecate! Date a chi ha meno, date agli animali, riutilizzate gli avanzi, siate parchi senza essere tirchi. I rifiuti già ci stanno seppellendo.

Un pensiero conclusivo per i nostri lettori

Non mangiate senza pensare. Cercate di usare l’immaginazione. Cosa c’è dietro a una bistecca? Chiedetevelo, informatevi. Sottraetevi al gioco massacrante delle grandi industrie che inducono in voi dei bisogni non necessari. Interrogate il vostro corpo per capire bene ciò di cui avete necessità e non correte dietro alle pubblicità, anche quando appaiono brillanti e seducenti.

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