“Prima i geni: liberiamo il futuro dell’agricoltura italiana”


Con questo titolo nei giorni scorsi la Società italiana di genetica agraria ha presentato la sue dodici tesi per individuare la via italiana al nuovo miglioramento genetico. Un appello affinché l’Unione Europea non includa questi nuovi metodi, in particolar modo il genome editing, fra gli OGM. L’adesione del CREA

Dodici tesi per individuare la via italiana al nuovo miglioramento genetico e, di conseguenza, alla nuova agricoltura. Dodici tesi – si legge nel comunicato stampa del Crea - che costituiscono l’appello della ricerca italiana affinché l’Unione Europea non includa i nuovi metodi di miglioramento genetico, in particolar modo il genome editing, fra gli OGM. Di questo si è discusso qualche giorno fa a Roma, alla presentazione dell’appello “Prima i geni: liberiamo il futuro dell’agricoltura”, elaborato dalla SIGA (Società italiana di genetica agraria) e sottoscritto dal CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria).

L’aggiornamento delle tecniche di miglioramento genetico è particolarmente necessario per il futuro della nostra agricoltura: se desideriamo una maggiore sostenibilità dei sistemi colturali dobbiamo integrare i valori della tradizione con quelli dell’innovazione per la competitività delle nostre imprese agricole. Tra le tecniche innovative di miglioramento genetico, il genome editing rappresenta indubbiamente quella più efficace in termini di risultati conseguibili e di tempi per l’ottenimento di nuove varietà. Grazie alla precisione di tale tecnologia innovativa viene modificato esclusivamente il tratto di DNA da migliorare, riproducendo quanto avviene attraverso le mutazioni o l’incrocio (processi che sono alla base della struttura genetica delle moderne varietà coltivate di tutte le specie agrarie), ma in maniera rapida e selettiva. Questa prospettiva sembra particolarmente adatta alla nostra agricoltura, perché consente di mantenere, la varietà e la tipicità dei nostri prodotti, modificando solo quei caratteri responsabili ad esempio della resistenza agli stress ambientali, alle malattie e ai parassiti. Inoltre, questa tecnica  è anche molto più rapida rispetto alle altre, e consentirà di trovare soluzioni a vecchi e nuovi problemi che rappresentano i fattori limitanti per lo sviluppo delle principali filiere del made in Italy.

L’Italia, anche attraverso le competenze dei ricercatori del CREA, ha contribuito a decifrare il genoma di molte specie agrarie di interesse strategico per il nostro Paese (vite, pesco, agrumi, pomodoro, frumento, carciofo, melenzana, ecc..). Oggi queste informazioni rappresentano un patrimonio irrinunciabile, non solo per comprendere i meccanismi molecolari alla base dell’espressione di caratteri rilevanti in agricoltura, come la produttività e la qualità, la resistenza a stress biotici o abiotici, ma anche per l’applicazione sistematica ai programmi di miglioramento genetico. Con questa consapevolezza e le accresciute competenze, il CREA sta investendo nello sviluppo di programmi di miglioramento genetico che prevedono anche l’utilizzo di questa innovativa tecnologia.

«Il genome editing – ha spiegato Salvatore Parlato, Presidente del CREA – rappresenta una delle nuove frontiere della ricerca scientifica, che modificherà la nostra agricoltura, rendendola capace di produrre più cibo, utilizzando meno acqua e fertilizzanti, consentendoci, inoltre, di valorizzare il patrimonio di agrobiodiversità di cui l’Italia è straordinariamente ricca. Intervenendo direttamente su alcuni caratteri, come la resistenza a stress ambientali e patogeni, sarà possibile migliorare la produttività delle colture e la qualità dei prodotti, ottenendo varietà di pregio dall’elevato valore economico».

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