Far sì che piante e animali esprimano il talento che è proprio di ciascuna specie


Questo è per Martino Bargero, titolare della Cascina Moneta in provincia di Como, il principio essenziale dell’agricoltura biologica. Vediamo come lo applica al suo allevamento di galline ovaiole, ma anche nei suoi sei ettari di ortaggi

Cascina Moneta - circa 8 ettari di cui 5 coltivati a ortaggi e 5000 galline ovaiole - è a Carbonate, in Provincia di Como, 35 Km a nord di Milano, all'interno del Parco Regionale "Parco Pineta di Appiano Gentile-Tradate". Dal 1984, ben prima del Regolamento europeo, l’azienda è coltivata con il metodo biologico, ma ancora prima, dal 1960, era coltivata con il metodo biodinamico dal padre dell’attuale titolare, Martino Bargero, medico antroposofo, seguace delle teorie di Rudolf Steiner. In genere, succede il contrario: si parte con il biologico, poi si passa al biodinamico. Come mai questa inversione?

Per fare agricoltura biodinamica – risponde Martino Bargero – bisogna essere antroposofici convinti, crederci. Nella struttura essenziale i due metodi – quello biologico e quello biodinamico – sono uguali, salvo il fatto che l’approccio antroposofico include alcuni elementi che sono considerati molto importanti e che hanno a che fare con la spiritualità, il mondo astrale, ecc. Siccome queste idee non mi appartengono non ho potuto seguire la strada di mio padre.

Qual è per lei il significato essenziale dell’agricoltura biologica?

Per me è il metodo agricolo che più di tutti consente all’agricoltore di far sì che piante e animali esprimano al meglio il talento che è proprio di ciascuna specie. Per esempio la gallina ha il talento di fare uova buone, non glielo insegna l’allevatore. Quello che debbo fare io è garantire agli animali, in cattività, le condizioni che, in natura, consentono loro di fare uova buone.

Come si fa?

La prima cosa è che abbiano libero accesso tutto l’anno a spazi all’aperto dove possono pascolare. Libero accesso significa che sono loro a decidere quando andare fuori e quanto starci. Tenendo contò però che, essendo nate in condizioni di cattività, le galline debbono imparare a farlo.

In che senso debbono imparare a farlo?

Non si può pensare di prendere una pollastrella che ha vissuto i primi tre mesi e oltre al chiuso e aspettarsi che si comporti adeguatamente nel decidere se e quando uscire o rientrare. Per questo, a differenza di come avviene di solito negli allevamenti, noi non cominciamo il ciclo produttivo acquistando le pollastrelle di 17 settimane che dopo altre tre cominciano a deporre. Noi partiamo da pulcini che arrivano da noi che hanno un giorno di vita. In questo modo è molto più facile far fare all’animale tutte le esperienze, le prove e gli errori attraverso i quali acquisisce dei comportamenti corretti nel vivere all’aperto, compreso alimentarsi al pascolo. Inoltre, seguendo le galline da quando sono ancora molto giovani abbiamo anche noi la possibilità di imparare dall’osservazione dei loro comportamenti e adattare meglio alle loro esigenze anche le strutture dei pollai (nidi, mangiatoie, posatoi).

Cos’altro serve per fare un buon uovo?

Quello di cui ho parlato finora è la cosa essenziale, per questo trovo sia assurdo che qualcuno dica che è sufficiente che le galline all’aperto solo il 30% dell’anno!  Poi naturalmente contribuisce la scelta di razze più rustiche, la qualità dell’alimentazione, la prevenzione delle malattie e la loro cura prevalentemente con prodotti omeopatici e fitoterapici. Con tutto questo noi facciamo sì che la gallina esprima nel miglior modo il suo talento di fare uova buone. Dopo però, dal momento in cui ha deposto, dipende tutto solo da noi.

In che senso?

Noi lavoriamo con due prodotti – le uova e gli ortaggi – per i quali la freschezza è un requisito essenziale, perché in entrambi perdono qualità molto in fretta. In funzione di questo noi abbiamo scelto la rete commerciale da utilizzare. Innanzi tutto non passiamo da distributori ma gestiamo tutto noi, direttamente. Da un lato abbiamo il vantaggio della vicinanza di Milano con un buon numero di punti vendita bio cui, per quanto riguarda le uova, cerchiamo di garantire una consegna al giorno. Dall’altro utilizziamo tutte le forme possibili di filiera corta: dallo spaccio aziendale ai Gas, dalle ordinazione on line con consegna a domicilio ai mercati.

Il discorso dei “talenti” vale anche per gli ortaggi?

Certamente e in questo caso il modo migliore attraverso il quale l’orticoltore consente agli ortaggi di esprimere i loro talenti è piantare le diverse varietà nei terreni che sono più “vocati” a farli crescere, come composizione, ma anche come situazione ambientale. Mantenere poi la qualità del terreno è compito dell’orticoltore e noi abbiamo il vantaggio di usare solo sostanza organica proveniente dal nostro allevamento di ovaiole. Viceversa i residui colturali dell’orticoltura li diamo alle galline. Così il cerchio si chiude.

Come affrontate in questo caso il problema della freschezza?

In primo luogo dobbiamo programmare la produzione in base alle previsioni di vendita a un mercato che, seppure molto vicino e senza intermediari, comunque ha sempre degli elementi d’imprevedibilità. Questo in generale, nella gestione quotidiana noi raccoglie gli ortaggi solo quando sono già venduti, in pratica su ordinazione, usando pochissimo il frigorifero e, come ho già detto a proposito delle uova, puntando a fare consegne ogni giorno.

E i costi?

Per la produzione di uova, stando all’aperto le galline consumano più energia, di conseguenza c’è una riduzione della produttività fra l’8 e il 10%. Nonostante questo non ci sono grandi problemi, anche perché la gestione ordinaria è garantita da una sola persona. Per l’orticoltura il discorso è diverso. Lì lavorano gli altri otto dipendenti. Sono tutti in regola e con una paga minima di 16 euro l’ora in un mercato del lavoro agricolo in cui il nero non è certo raro e dove si arriva a dare tre euro l’ora di paga. D’altra parte come si spiegherebbe altrimenti che certi supermercati vendono tutti gli ortaggi a 99 centesimi al chilo? Vuol dire che l’azienda agricola non ci ha ricavato più di 10 centesimi al chilo. Ecco perché un’attività orticola di piccole dimensioni come la nostra può stare in piedi solo perché abbiamo scelto tutte le forme di commercializzazione diretta che ci consentono di fare un prezzo remunerativo per noi e conveniente anche per i consumatori.

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