Cos’è una “BioFattoria sociale”?


Quando le attività agricole sono usate per promuovere l’inserimento sociale e lavorativo di persone svantaggiate e a rischio di emarginazione, si parla di “agricoltura sociale”. Una realtà che si è evoluta negli ultimi anni ma di cui non si conosce con esattezza la dimensione. Qualcosa di più si sa di quelli che fanno anche agricoltura biologica. Ne parliamo con Anna Ciaperoni responsabile per l’agricoltura sociale nell’Aiab

Una relazione che accompagna il censimento delle Biofattorie sociali, realizzato dall’Aiab (Associazione italiana per l’agricoltura biologica) descrive così le attività che si possono svolgere in una Fattoria sociale: “percorsi di riabilitazione e cura per persone con disabilità psico-fisica attraverso attività terapeutiche o di co-terapia (ortoterapia, pet-therapy, onoterapia), le cosiddette “terapie verdi”, svolte in collaborazione con i servizi socio-sanitari del territorio;  formazione e inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati; attività  “rigenerative”, didattiche e di accoglienza per persone con particolari esigenze (anziani, minori e giovani in difficoltà o a rischio di devianza, rifugiati, ecc)”. Ma si tratta di luoghi di cura e di formazione, o di luoghi nei quali si produce cibo? Ne parliamo con Anna Ciaperoni per l’agricoltura sociale nell’ Aiab.

Cos’è dunque una Fattoria sociale?

Può essere un’Azienda agricola privata, una Cooperativa sociale o un Comunità. Quello che hanno in comune queste diverse figure giuridiche è di avere un’attività agricola propria e di utilizzare questa attività e il contesto rurale in cui si svolge per promuovere l’inserimento sociale e lavorativo di persone svantaggiate e a rischio di emarginazione. Una differenza importante è, invece, quella fra queste realtà che svolgono una vera e propria attività produttiva con uno sbocco nel mercato e quelle che utilizzano le attività agricole solo a scopi terapeutici”.

Aiab ha fatto un censimento di queste Fattorie?

Sì, ma non generale. Abbiamo censito solo le Fattorie sociali biologiche e certificate, con un’attività produttiva finalizzata al mercato. In questo modo abbiamo registrato 221 Fattorie sociali, più del doppio delle 107 che avevamo già censito nel 2007. Come detto parliamo solo di quelle biologiche che però, anche se manca un censimento generale, penso di poter dire siano ormai la maggioranza fra le aziende private. Un’altra cosa che è cambiata negli ultimi anni è che sebbene prevalgano ancora le Cooperative sociali e le Comunità, c’è una crescente incidenza delle Aziende private Link a una scheda o a tutta la relazione.

Le aziende biologiche hanno una vocazione particolare per questo tipo di attività?

Direi che, a parte il contesto lavorativo che è molto meno rischioso che in un’azienda convenzionale che usa sostanze chimiche pericolose, ci sono altre caratteristiche dell’agricoltura biologica che la “predispongono” maggiormente a diventare una Fattoria sociale. Per esempio la maggiore presenza, accanto alle motivazioni economiche, di motivazioni ideali e sociali in chi ha scelto un’agricoltura più rispettosa dell’ambiente e della salute dei cittadini. C’è anche una maggiore attenzione alla diversificazione delle attività, alla ricerca di una multifunzionalità che consenta di integrare il reddito più specificamente agricolo. Infine credo conti anche il fatto che, come provano anche studi internazionali, l’agricoltura biologica richiede maggiori competenze di quelle richieste dall’agricoltura chimica, ciò si traduce anche in una maggiore domanda di formazione. Ne consegue che chi è coinvolto anche solo temporaneamente in questo lavoro può acquisire conoscenze, fare esperienze ricche di contenuto e non limitarsi ad attività banali e ripetitive.

Che cosa fanno le persone che vengono accolte nelle aziende?

Naturalmente, dipende da persona a persona, dalla gravità dei problemi che ha ecc. Detto questo, una delle attività principali è l’orticoltura dove c’è una maggiore necessità di forza lavoro e ci sono una molteplicità di mansioni fra le quali scegliere quelle più adatte ai singoli casi. Un discorso analogo vale per la gestione dei animali, soprattutto, ma non solo, piccoli (galline, oche, conigli ecc.). La cosa interessante è poi che molte aziende coinvolte fanno anche prima trasformazione e utilizzano varie forme di vendita diretta (spaccio aziendale, mercati locali, Gruppi d’acquisto ecc.) così le persone che sono accolte in azienda possono partecipare a tutto il ciclo dalla lavorazione dai campi, alla trasformazione, alla vendita. Questo è molto importante perché così queste persone sentono di partecipare a un processo vero, reale, non a una finzione, si sentono utili e hanno la possibilità di allargare i loro contatti sociali anche con persone esterne all’azienda.

Perché un’azienda che produce per il mercato e per avere un reddito, s’imbarca in un’impresa di questo genere?

Posso dare una risposta solo sulla base delle realtà che ho conosciuto girando per il mio lavoro. Secondo me contano quelle stesse motivazioni etiche e sociali che accennavo prima a proposito della scelta di fare agricoltura biologica, con in più la volontà di valorizzare in termini di utilità sociale la propria attività, volendo andare oltre il produrre alimenti sani e amici dell’ambiente. Fare la Fattoria sociale, poi, impone di acquisire nuove competenze, per esempio nell’avere a che fare con istituzioni come le Asl e i Comuni, e anche nel rapportarsi a persone con problemi con disabilità psichiche o fisiche. Spinge a uscire dall’isolamento e a collegarsi maggiormente ai bisogni del territorio. In qualche modo la Fattoria sociale s’inscrive nella logica della diversificazione delle attività e della multifunzionalità, ma la parte economica, che naturalmente c’è, non è la più importante. Contano di più la crescita di reputazione che ne consegue e la gratificazione dei risultati che si ottengono.

Ci sono dati sull’efficacia dal punto di vista terapeutico e dell’inclusione sociale della partecipazione alle attività delle Fattorie sociali?

No, finora ci si può basare solo sulle impressioni degli operatori. Il ministero della Salute e il ministero delle Politiche agricole e Forestali hanno avviato una raccolta dati su questo, a testimonianza di una crescita dell’interesse delle istituzioni nei confronti di queste esperienze. Un interesse manifestato dalle università, dalle Regioni, che in numerosi casi hanno approvato leggi sull’agricoltura sociale, fino al parlamento che era arrivato a elaborare un testo di legge finalizzato a dare un sostegno alle aziende impegnate in questa attività. Il suo iter naturalmente si è interrotto a causa dello scioglimento delle Camere. Anche l’Unione europea, attraverso il suo Comitato economico e sociale, che però non ha alcun potere decisionale, ha adottato una risoluzione che sollecita interventi a sostegno dell’agricoltura sociale che include diversi aspetti fra i quali quello di moduli formativi per le aziende che decidono di agricoltura sociale.

I risultati integrali del censimento delle Biofattorie sociali realizzato dall'Aiab si possono leggere nel capitolo 14 di Bioreport 2011 curato dall' Inea

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