“Abbiamo cominciato quasi per gioco”


Sono seguiti tanto lavoro e passione per mettere su un’azienda di 14 ettari coltivati prevalentemente a ortaggi di ogni tipo, a seconda della stagione. Dell’Azienda Agricola “Ambiente naturale”, a Gambara (BS), parliamo con la titolare, Mariarosa Ghiringhelli

“In questo momento abbiamo porri, insalate (canasta, gentilina e lattuga), topinambur, cavolo cappuccio, prezzemolo, rucola, carote, aglio, cipollotti e cipolle, catalogna, bieta a coste, sedano…”. La signora Maria Rosa Ghiringhelli elenca come se li stesse assaporando, gli ortaggi che, in questo momento, nella seconda metà del mese di gennaio, coltiva nei circa quattordici ettari dell’Azienda agricola “Ambiente naturale” di cui è titolare a Gambara, nella Provincia bresciana. Raccolti, puliti e incassettati a mano raggiungono ogni giorno i punti vendita della catena EcoraturaSi, gruppi d’acquisto e lo spaccio aziendale.

Abbiamo cominciato quasi per gioco nel 1991 - racconta - seminando a spaglio del radicchio in un piccolo appezzamento nell’azienda dello suocero. Lo abbiamo venduto bene ai negozi della zona, così l’anno dopo abbiamo preso un po’ più di terreno fino ad arrivare ai circa 14 ettari di oggi, in parte in proprietà in parte in affitto. Abbiamo la certificazione biologica dal 1993 e produciamo prevalentemente ortaggi di ogni tipo, a seconda delle stagioni, ma anche frutta come fragole, more, mirtilli, meloni e angurie.

Avete serre?

Sì, anche se per lo più lavoriamo a pieno campo. Le serre le utilizziamo soprattutto per anticipare o per posticipare certe colture. Oppure in annate particolari, come è stata l’ultima, in cui ha piovuto tanto che non si poteva andare nei campi  perché si affondava nel fango e in primavera le insalate le abbiamo dovute fare in serra.

Quali sono i problemi principali che dovete affrontare per produrre ortaggi biologici?

Uno è sicuramente quello delle sementi e delle piantine. In agricoltura biologica si possono usare solo quelle che, a loro volta, vengono da agricoltura biologica. Però sul mercato non c’è la disponibilità di tutte le varietà così è possibile utilizzare sementi di altra provenienza, che però non devono essere trattate con sostanze chimiche. Per poterlo fare c’è da seguire una procedura burocratica per richiedere l’autorizzazione a usare, in deroga al regolamento europeo, le sementi di cui abbiamo bisogno. Tutto questo naturalmente complica un po’ la vita. Ma questo sarebbe il meno, il problema principale è che quasi non esistono varietà di sementi selezionate appositamente per l’agricoltura biologica, pertanto quelle che usiamo in genere non sono adatte specificamente alla coltivazione biologica e sono poco produttive.
Noi, poi, dobbiamo irrigare con i pozzi non con l’acqua di scorrimento che arriva dai vasi idrovori…

Cosa sono i vasi idrovori?

In Pianura Padana si usa irrigare attraverso un sistema di canali e di fossi che portano l’acqua nei campi a scorrimento. Nella nostra zona il sistema è gestito dal Consorzio del Vaso Idrovoro di Fiesse. Il fatto è che noi non possiamo usufruire di questo sistema, da un lato perché non è adatto all’orticoltura, dall’altro perché l’acqua di scorrimento può portare con sé infestanti e residui di sostanze chimiche. E’ vero che nel fiume da cui l’acqua proviene c’è una presenza di pesci che garantisce la sua qualità. Però è anche vero che una volta c’è stata una moria e ci sarebbe arrivata acqua inquinata. Per questi motivi abbiamo costruito due pozzi e per irrigare usiamo l’acqua di falda.

Avete animali dai quali ricavare sostanza organica per il terreno?

No, li abbiamo avuti per un periodo, ma ora non li teniamo più perché non ce la facevamo a fare tutto. La sola sostanza organica di produzione aziendale è costituita dagli scarti degli ortaggi che accumuliamo in una fossa e periodicamente spargiamo sui campi. Il letame, invece, lo acquistiamo da aziende della zona che tengono gli animali su lettiera di paglia e che ci garantiscono della salute degli animali.

Lei ha accennato alle erbe infestanti. Come lo affrontate?

Con le lavorazioni del terreno e con le pacciamature. Usiamo teli di plastica nera, biodegradabili o utilizzabili più volte, tutti materiali consentiti in agricoltura biologica, che impediscono alle infestanti di attechire e di competere con le piante orticole. Per quanto efficace, però, questo sistema da solo non basta. Nei fori praticati nella plastica, per mettere nel terreno il seme o la piantina, crescono anche le infestanti, così come negli spazi fra un telo di plastica e l’altro. Allora bisogna intervenire con la zappa o addirittura estirpandole a mano. Ed è tanto lavoro.

Altre “avversità” con le quali dovete fare i conti?

Ce n’è una un po’ particolare che però non dipende dalla nostra scelta di fare agricoltura biologica. Mi riferisco alle lepri e ai cacciatori. Una parte dei nostri terreni è in una riserva di caccia. Lì le lepri prosperano e trovano molto comodo venire a mangiare i nostri ortaggi con danni anche notevoli soprattutto in certe colture come piselli e fagioli. Noi chiediamo il risarcimento ma recentemente il Comune ha detto che dobbiamo recintare i nostri campi per impedire alle lepri di entrare, altrimenti non ci risarciscono più. Ma come si fa a chiudere dei terreni dove si entra e si esce in continuazione e dove non abbiamo accesso solo noi?...

Oltre a lei chi lavora nell’azienda?

La nostra è una conduzione familiare. Fin dall’inizio ho potuto contare su mio marito che ha una formazione da perito agrario, anche se poi ha seguito un’altra strada e fa l’insegnante di educazione fisica. Poi ci sono i miei tre figli, i due che hanno finito di studiare sono entrati come coadiuvanti aziendali.

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