Verso una conversione ecologica globale dell’agricoltura?


Nonostante il suo formidabile sviluppo che dura da parecchi anni, anche l’agricoltura biologica ha davanti a se diversi ostacoli per continuare su questa strada e ancora meglio. Ne parliamo con Gianluca Brunori, dell’Università di Pisa

“Come accelerare la conversione ecologica, visto che le soluzioni per un futuro sostenibile esistono?”. Questo è l’interrogativo al centro dell’ultima edizione della Fiera delle utopie concrete che si svolge da giovedì 3 a sabato 5 novembre ed è dedicata a “Agricoltura, cibo & clima.
L’agricoltura biologica è, quanto meno, il punto da cui partire per costruire un’alternativa globale al modo in cui attualmente si produce il nostro cibo e ai problemi ambientali, non ultimo i cambiamenti climatici, che crea. Ma anche l’agricoltura biologica, sebbene si stia sviluppando in tutto il mondo, ha bisogno che siano rimossi gli ostacoli che le impediscono di allungare ancora di più il passo.
Di quali siano questi ostacoli parliamo con Gianluca Brunori, docente del Dipartimento di Scienze agrarie Alimentari e Agroambientali dell’Università di Pisa, che interverrà al convegno d’apertura della Fiera.

Ostacoli alla conversione ecologica dell’agricoltura? L’ostacolo principale è l’inerzia degli interessi consolidati che sono la conseguenza di decenni di prevalenza assoluta del paradigma della modernizzazione con tutta l’attenzione dedicata ai volumi di produzione, alla chimica, ai mezzi tecnici, alle macchine ecc. e nessuna alla sostenibilità, alla salute del suolo, alla biodiversità. Un’inerzia che dura da decenni e rende difficile anche solo immaginare l’avvio di una fase di transizione dell’agricoltura nel suo insieme in senso ecologico.

Questo quadro generale come si riflette sullo sviluppo dell’agricoltura biologica?
L’agricoltura è integrazione fra tre elementi: produzione, ricerca, assistenza tecnica. Questo vale naturalmente anche per quella biologica. Tanto più che, trattandosi di un metodo innovativo, chi produce biologico ha bisogno di più ricerca e più assistenza tecnica. Purtroppo i fondi per la ricerca e la formazione sono scarsissimi in generale, figuriamoci per l’agroecologia e per l’agricoltura biologica. Di conseguenza, ci si riduce a fare solo progetti di breve periodo.

Più del 50% dei produttori bio italiani non ha chiesto la certificazione per vendere come bio i propri prodotti…
Accanto alla carenza di ricerca e di assistenza tecnica, c’è un terzo ostacolo da rimuovere per facilitare lo sviluppo del biologico ed è il tasto dolentissimo dell’organizzazione delle filiere e dell’accesso al mercato, che contribuiscono a far si che, per carenze organizzative, quote significative di prodotti bio sono commercializzate come convenzionali.

Gli organismi di controllo stanno registrando un aumento delle aziende agricole che chiedono di avviare la conversione e di entrare nel sistema di controllo e certificazione del biologico previsto dal Regolamento europeo…
Un fatto certamente positivo. Però se anche i PSR attualmente danno un po’ più di risorse all’agricoltura biologica, facilitando l’arrivo di nuove aziende, il problema è che questi agricoltori hanno strumenti e conoscenze limitate e, senza un’adeguata assistenza tecnica, rischiano di non farcela e di tornare indietro. Per evitare questo ci vuole un forte impegno nella ricerca, nella diffusione della conoscenza (assistenza tecnica), nella costruzione di filiere che ottimizzino le produzioni e facilitino l’accesso ai mercati.

Il Piano strategico nazionale per l’agricoltura biologica contribuirà a rimuovere questi ostacoli?
I contenuti del piano sono buoni e condivisibili. Il limite principale è però che si tratta di un piano di settore, quello del biologico certificato, che nel migliore dei casi produrrà una sua ulteriore crescita. Ma, sarà sufficiente questo per andare oltre, nella direzione di una conversione globale dell’agricoltura alla sostenibilità? Per estendere a tutta l’agricoltura i principi della gestione della salute del suolo, della chiusura dei cicli (per esempio in zootecnia, includendo la produzione degli alimenti per gli animali e la gestione delle loro deiezioni), della promozione della biodiversità, a partire dal livello aziendale? Infine, sarà sufficiente ad avviare una fase di transizione che veda un progressivo spostamento di risorse dalle forme dell’agricoltura convenzionale a quelle dell’agricoltura sostenibile?
 

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