Turista per caso, goloso per natura


Patrizio Roversi, che insieme a Susy Blady ci ha mostrato, girando per il mondo, i risvolti meno noti dei Paesi in cui ha viaggiato, si è ora buttato nel mare dei sapori, identificando nel cibo il miglior testimone della cultura

Li abbiamo visti scorrazzare per tutto il globo terracqueo, Patrizio e la sua partner Susy, e andare a curiosare fra genti di ogni dove. Ne hanno combinate di tutti i colori, turisti per caso e per cibo, velisti per caso, nomadi, si sono messi in mille situazioni e ci hanno presentato il mondo con levità e ironia. Ma anche seduti alle loro scrivanie nel centro di Bologna sono dei vulcani in continua eruzione, sempre con l’obiettivo di mostrare “qualcosa d’altro”. È nel quartier generale bolognese che siamo andati a fare quattro chiacchiere con Patrizio Roversi.

Che rapporto hai col cibo?

Un rapporto purtroppo un po’ complesso e schizofrenico, sicuramente a causa di quello che mi è stato tramandato e che si trova nei miei geni. Vengo da una famiglia che rappresenta una sintesi perfetta di due estremi: padre godereccio e golosissimo, madre impegnatissima nel lavoro e il cui ultimo dei pensieri era l’alimentazione, per cui già a sei anni avevo imparato a cucinare il riso bollito per sopravvivere ma mangiare non mi dava nessun piacere. Avendo però dei geni tramandati dal padre buongustaio, crescendo si è accesa in me una vera passione per il cibo che mi porta spesso, purtroppo, a esagerare.

Cucini? E riesci a goderti quel che mangi?

Diciamo che ho imparato i “fondamentali” della cucina, grazie al mio amico Martino Ragusa (psichiatra e gastronomo), e ho anche partecipato con successo alla trasmissione Chef per un giorno, cucinando ricette mie e soprattutto sue. In quanto a godermi il cibo, mia figlia dice che quando mangio sembro un tricheco affamato: so benissimo che dovrei mangiare lentamente e di meno e dimagrire, ma non ci riesco, e di fronte a certe cose non resisto proprio. In ogni caso, sapere qualcosa di cucina e di ingredienti mi è servito molto nella trasmissione Turisti per caso. Per me conoscere un Paese significa innanzitutto conoscerne sapori e profumi: quando arrivo in un luogo nuovo, assaggio subito i piatti e osservo come i locali fanno la spesa. Da questi elementi si capisce tutto: i ruoli sociali, la geografia, la storia, l’influenza degli altri popoli e anche il clima.

Qual è la cultura gastronomica che ti affascina di più?

Dopo la nostra cucina, quella che apprezzo di più, seppur così differente, è la giapponese. Per me sarebbe psicoterapeutico anche l’elemento artistico di questa tradizione culinaria, perché i loro piatti, che sono delle vere opere d’arte in senso estetico, non potrei divorarli ma centellinerei il tutto estasiato. E come tutti sanno, mangiare lentamente è il primo passo per una buona salute. In Giappone, nelle case dei ricchi ci sono tre cucine: una “alta” per le verdure, una “media” per i pesci e gli animali con due zampe e una “bassa” per gli animali a quattro zampe. Altro Paese con una cucina strepitosa è il Vietnam: la sua raffinatezza mi ha stimolato a capirne le ragioni e ho poi scoperto che la classe dei Mandarini cinesi, la più alta, veniva proprio dal Vietnam, un esempio emblematico di quanto la cucina sia espressione di cultura.

Qualche riflessione su cibo, povertà e ricchezza…

Intanto vorrei dire che la cucina povera ha avuto la sua rivincita su quella ricca perché è stata riconosciuta come la più sana. Passando invece all’argomento della cattiva distribuzione del cibo e della fame nel mondo, devo dire che la vera fame l’ho vista solo nelle città. Credo che l’inurbamento sia il cancro dell’umanità, insieme alla burocrazia: le situazioni che mi hanno colpito di più le ho viste nei sobborghi delle grandi città, soprattutto in India e in Sudamerica.
Questa è la dimostrazione che la terra sarebbe in grado di fornire a tutti coloro che la lavorano un sostentamento e che il problema è legato alla relazione tra economia agricola dei Paesi ricchi e quella dei Paesi in via di sviluppo. La situazione è complessa e uno dei punti più contraddittori è proprio la scelta che bisogna fare tra il sostegno all’agricoltura dei Paesi del terzo mondo e la difesa della nostra agricoltura che riuscirà a sopravvivere, secondo gli esperti, solo se verrà inserita in progetti che non solo forniscano prodotti ma anche turismo e salvaguardia del territorio che altrimenti si degraderebbe. In quanto ai Paesi in via di sviluppo, si dovrebbero interrompere certi circuiti che li obbligano a colture intensive utili solo all’economia dei Paesi ricchi, mentre bisognerebbe incentivare sempre di più il circuito del commercio equo e solidale.

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