Si può rinunciare all’uso del rame in agricoltura biologica?


Un progetto finanziato dal Ministero dell’agricoltura, con sei partner coordinati dal Crea (Consiglio ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economa agraria) si occupa di dare una risposta a questo interrogativo. Obiettivo: ottimizzare i trattamenti sulla base di modelli previsionali e individuare molecole alternative naturali

 

L'agricoltura biologica senza rame è la sfida delle sfide per la comunità scientifica chiamata a raccolta per risolvere il difficile rebus. Si chiama Altr.RameinBio il progetto, coordinato dal Crea, Consiglio ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economa agraria, nato per trovare nuove strategie per limitare o eliminare totalmente il metallo pesante largamente utilizzato nella difesa delle colture bio per combattere funghi e batteri. Ne riferisce un ampio articolo su Pianeta PSR. Tra i principali nemici da combattere ci sono la peronospora della vite, responsabile di gravissimi danni alle produzioni viticole segnalata in Europa per la prima volta nel 1878, la Phytophthora infestans della patata e del pomodoro, la ticchiolatura del melo. 

Un lavoro di equipe partito un anno fa da sei partner (l'Università della Tuscia di Viterbo, il Centro di Laimburg di Bolzano, la Fondazione Edmund Mach di San Michele all'Adige e la Fondazione italiana per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica  - Firab - il Crea Ing, l'Unità ricerca ingegneria agraria e il Crea Pav, Centro di ricerca per la patologia vegetale), che hanno concentrato la ricerca sulle colture per le quali l'uso del rame risulta indispensabile. I risultati che scaturiranno da questa ricerca andranno a supportare la politica italiana ed europea in vista del dibattito sull'uso del rame nell'agricoltura biologica, per il quale l'Unione Europea aveva già fissato, con il Regolamento Ce n.473/ 2002, un limite massimo di impiego. 

 

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