Salvare la Romagnola!


Perché ha senso trovare,salvaguardare e utilizzare nella produzione biologica vecchie razze di animali? E come si fa? Ne parliamo con Roberto Bucci, titolare di un’azienda frutticola biologica in Romagna, ma anche impegnato con passione nella valorizzazione di una razza locale di gallina ovaiola

“Sono agrotecnico e continuo la tradizione di famiglia. Ho coltivato assieme a mio padre il podere “Casante” dove i Bucci arrivarono come mezzadri nel 1881. Il podere è situato nella pianura faentina, di piccole dimensioni è coltivato quasi esclusivamente a frutteto, con un discreto assortimento di vecchie e nuove varietà di frutti (pesche, susine, albicocche, ciliegie, kiwi, cachi, uva, pere, mele, fichi). Da sempre sensibile alle problematiche ambientali, ho convertito tutta l’azienda al biologico fin dal 1992 con certificazione AIAB (ora ICEA), subito dopo l’uscita del regolamento comunitario”. Si presenta così Roberto Bucci titolare dell’azienda.

Ma cosa c’entra con tutto questo il lavoro che lei sta facendo sulle galline di razza romagnola?

Noi abbiamo sempre avuto un piccolo gruppo di galline ovaiole per il consumo familiare ma, quando ho cominciato a lavorare parecchio con la vendita diretta e i mercatini settimanali a Bologna e Faenza, le persone mi chiedevano se, oltre alla frutta, avevo anche uova. Così ho cominciato ad ampliare il mio allevamento…

Lei però non si è limitato ad aumentare la produzione di uova…

No, infatti, per farlo ho utilizzato una razza di gallina che avevamo da più di trent’anni, nel dialetto locale la chiamiamo “Casalè”, ma appartiene alla razza della “gallina romagnola”. Ho cominciato a leggere delle cose, mi sono appassionato e ho aderito al progetto Allevatori Custodi dell'Osservatorio Agroambientale di Forlì/Cesena che ha per scopo recuperare, selezionare e mettere in produzione vecchie razze locali di animali da produzione.

Perché cercare vecchie razze locali di galline, quando ci sono razze “moderne” con ottime performance produttive?

E’ vero, le moderne razze di galline ovaiole arrivano a fare quasi un uovo al giorno ma ciò è stato possibile selezionando in modo molto spinto i caratteri della produttività a discapito di altri caratteri, per esempio la resistenza alle malattie. Soprattutto però si sono adottati metodi di allevamento in gabbie dove le galline stanno stipate in piccolissimi spazi per tutta la loro vita.

E allora?

Questi metodi di allevamento in agricoltura biologica non sono consentiti. Una delle regole principali dell’allevamento di ovaiole in agricoltura biologica, infatti, è che gli animali non possono essere tenuti in gabbia e debbono avere libero accesso a spazi all’aperto dove muoversi, razzolare e integrare la loro alimentazione con quello che trovano sul terreno.

Per fare questo non vanno bene le galline ora allevate in gabbia?

No, noi abbiamo bisogno di animali più rustici, capaci di vivere all’aperto, che non richiedano un uso preventivo di farmaci, come avviene negli allevamenti intensivi convenzionali. Questo anche a costo di una produttività minore. Rispetto alle 350 uova l’anno di un allevamento convenzionale, io faccio fatica ad arrivare a 150. Anche in biologico si può fare meglio, ma non conosco ancora realtà in cui si sia riusciti ad andare oltre le 250 uova l’anno.

Come si fa a rimettere in produzione vecchie razze locali?

Oggi è quasi impossibile trovare vecchie razze locali che abbiano ancora tutti i caratteri originari di quando erano usate comunemente nelle aziende. Tutte sono più o meno “inquinate” geneticamente, vale a dire che, attraverso incroci con altre razze hanno acquisito caratteri diversi da quelli originari. E si tratta di caratteri riguardanti sia l’aspetto esteriore sia la produttività o la resistenza alle condizioni avverse. Il primo passo da fare, pertanto, è di riportare gli animali a riavere tutti i caratteri genetici originari. E questo si fa attraverso un lungo lavoro d’incrocio e selezione che io sto facendo da otto anni utilizzando sia un gruppo di galline provenienti dal ceppo originario del mio pollaio, sia un gruppo di galline che mi sono state affidate dall’Osservatorio Agroambientale di Forlì/Cesena.    |

Questo è il primo passo, qual è il successivo?

Una volta riusciti a riprodurre animali che hanno le caratteristiche genetiche che consentono di riconoscerli come “gallina romagnola”, la selezione deve essere continuata per cercare fra questi animali quelli che sono portatori di caratteristiche genetiche che li rendono più adatti all’allevamento biologico e per migliorare la produttività possibile in quelle condizioni.

Negli allevamenti convenzionali i maschi delle galline ovaiole sono considerati scarti e per lo più soppressi alla nascita. Cosa succede nel suo allevamento?

La soppressione dei maschi dipende dal fatto che avendo puntato tutto sul carattere “fare più uova possibile” i maschi non sono adatti a diventare polli da carne perché ne fanno meno ed è di qualità scadente.  Nel mio allevamento le cose funzionano come in una vecchia azienda tradizionale: gli animali sono meno “spinti” verso la produzione di uova pertanto, i polli danno risultati in termini di qualità e quantità inferiori a quelli del pollo selezionato per la carne, ma accettabili. Quindi io li faccio crescere.

Questo succede sempre negli allevamenti biologici?

Non lo so. Quel che so è che nel mio allevamento io posso farlo perché, anche per le sue piccole dimensioni, mi occupo ancora direttamente della riproduzione degli animali. Per chi invece ricorre all’acquisto di pulcini da aziende specializzate, questa via non penso sia  percorribile.

2 COMMENTI

  1. Mi chiedevo se ha iscritto i suoi polli romagnoli al libro genealogico tenuto presso l’associazione allevatori di Forlì. Questo anche per sapere se sia possibile acquistare una o due sue galline romagnole. Buongiorno e grazie.

    • Buongiorno Lino, ecco la risposta del nostro autore Franco Travaglini:
      “Non sono io l’allevatore di galline romagnole ma solo quello che ha intervistato il protagonista della storia raccontata sull’Informabio, il signor Roberto Bucci titolare del Podere “Casante”. Non so niente di più di quello che c’è scritto nell’intervista dove si cita il progetto “Allevatori custodi dell’Osservatorio Agroambientale di Folì/Cesena” che insieme allo stesso Roberto Bucci possono rispondere alle sue domande. Il suo numero al tempo dell’intervista era 0546 636168″.

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