Quale futuro per il vino bio?


A tre anni dall’entrata in vigore del Regolamento sulla vinificazione un convegno, promosso da Federbio durante Vinitaly-VinitalyBio, apre il confronto sui contenuti di una possibile revisione

A tre anni dall'approvazione del regolamento europeo sulla produzione dei vini biologici (Reg. UE 203/2012) nell’ambito di Vinitaly e VinitalyBio si è svolto, promosso dalla Federazione italiana agricoltura biologica e biodinamica (Federbio), il convegno: "La revisione della normativa sul vino biologico. Il comparto si confronta" che, nel quadro della più generale proposta di modifica del regolamento orizzontale sull'agricoltura biologica (Reg. CE 834/2007), aveva lo scopo di avviare un percorso di ampia consultazione tra tutti gli attori del comparto vitivinicolo italiano e porre le basi per alleanze e sinergie con le organizzazioni di altri Paesi europei.
Ne è venuto fuori – riferisce un articolo su Teatro Naturale http://www.teatronaturale.it/strettamente-tecnico/mondo-enoico/20841-confronto-serrato-e-acceso-sul-futuro-del-vino-biologico.htm
- un dibattito acceso ed appassionante, dove ciascuna parte ha spiegato alla platea il proprio punto di vista, facendo emergere divergenze tangibili ma non incolmabili.
Giacomo Mocciaro del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha presentato la proposta di revisione in discussione a Bruxelles, con le modifiche riguardanti in particolare l’eliminazione o il mantenimento di alcune pratiche enologiche per la produzione di mosti concentrati, il cui utilizzo è di grande importanza per la produzione di vini in Italia. In particolare Mocciaro ha posto l’accento sulla necessità di un monitoraggio accorto degli standard qualitativi evitando eccessivi abbassamenti e sull’armonizzazione di controlli standardizzati per tutti.
È importante mettersi d’accordo e chiarire quali pratiche enologiche servono e quali no, poiché “senza la parte enologica – ha commentato Mauro Braidot di Upbio (Unione Nazionale Produttori Biologici e Biodinamici) - non possiamo ottenere il vino; è quindi opportuno salvaguardare quelle pratiche, come quella del mosto concentrato, che sono di grande rilevanza in particolar modo per la produzione nelle regioni a forte tradizione vitivinicola del nord Italia”.
“E’ invece necessario – ha continuato Braidot - lavorare per ridurre i coadiuvanti al fine di marcare ulteriormente la differenza tra vino bio e vino tradizionale anche in cantina”. Tra i coadiuvanti chiaramente anche i solfiti, uno dei pomi della discordia, per i quali i produttori italiani vorrebbero ridurre le quantità ammesse, essendo in effetti troppo prossime a quelle dei vini convenzionali (100 mg/l per i rossi bio e 150mg/l e per i bianchi/rosé; contro i 150 mg/l e 200 mg/l rispettivamente per i convenzionali).
Negli altri interventi, Marco Serventi dell’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biodinamica ha messo in evidenza gli aspetti socio-culturali e tradizionali dell’agricoltura e viticoltura storiche, esponendoci l’approccio sul vino dei biodinamici, molto più restrittivo e critico ad esempio sull’uso dei solfiti aggiunti e su quello dei lieviti selezionati o su pratiche come l’elettrodialisi per la stabilizzazione tartarica.
Più tiepido invece l’approccio di Marcello Lunelli, consigliere Uiv (Unione Italiana Vini), che ha evidenziato l’importanza di approfondire parallelamente sia un discorso puramente tecnico, sia uno di natura macroeconomica. È opportuno quindi partire da un confronto aperto, una comunicazione e una diffusione delle buone pratiche efficace, cercando di mettere tutte le aziende nelle condizioni e nelle possibilità di produrre vino bio. Comunicare e mediare dunque, sono queste le keywords che emergono dal contributo del consigliere, ma anche controllare: bisognerebbe cioè inserire nel Regolamento una parte sui controlli, specifica sul vino, che ad oggi manca,”pescando” semplicemente da altre normative sull’agroalimentare.
In coda agli interventi degli oratori, si è dato spazio alle domande del pubblico presente in sala; fra questi alcuni tecnici ed agronomi hanno espresso il loro timore che la normativa si pieghi troppo ad interessi economici anziché perseguire finalità etiche e di equilibrio con l’ambiente.
Il percorso sarà lungo e in salita - conclude l’articolo di Teatro Naturale -  per trovare una sintesi ed intravedere spiragli di luce occorrerà muoversi su un comune denominatore che si può sintetizzare con la seguente domanda di partenza: “Che cosa vogliamo dal vino bio?”

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