“Meno carte, più controlli sul campo”


Le aziende agricole che, a livello nazionale, sono uscite dal sistema di controllo dei prodotti biologici fra il 2010 e il 2011 sono strate 744, pari al 2%. In Liguria sono state 22, pari a circa il 10%. Perché? Ne parliamo con Stefano Chellini, presidente della Cooperativa agricola Monte di Capenardo

Le aziende agricole che, a livello nazionale, sono uscite dal sistema di controllo dei prodotti biologici fra il 2010 e il 2011 sono state 744, pari al 2%. Sono invece aumentati di oltre il 40% gli importatori. In Liguria ne sono uscite 22, pari a circa il 10%. Perché? Ne parliamo con Stefano Chellini, presidente della Cooperativa agricola Monte di Capenardo, con sede a Davagna in Provincia di Genova. La cooperativa alleva bovini allo stato brado sulle montagne per la produzione di carne venduta nelle filiere corte della regione.

Intanto – esordisce Chellini - vorrei dire che il fatto che le aziende agricole bio diminuiscano e aumentino quelle di importazione, in presenza di un aumento dei consumi, non è un bel segnale perché può voler dire che non riusciamo a trasformare l’aumento della domanda interna in sviluppo del settore nelle nostre campagne.

Ma lei conosce aziende che sono uscite dal sistema di controllo?

Sì, conosco alcune aziende zootecniche che hanno fatto questa scelta. Per capire la complessità di questi problemi, però, vorrei partire dalla mia esperienza diretta.
La mia azienda è certificata ma la carne la vendo come carne convenzionale. Perché? Perché andiamo in un piccolo macello che lavora bene e di cui ci fidiamo e non ce la siamo sentita di chiedergli di applicare le regole necessarie per certificare che anche la macellazione degli animali e la lavorazione della carne avviene secondo il regolamento, come è certamente giusto che sia, per etichettare le nostre bistecche come bio.

Questo non si traduce in uno svantaggio per voi?

Possiamo farlo perché vendiamo tutta la nostra carne nell’ambito delle filiere corte liguri, abbiamo un rapporto con i nostri acquirenti che possono venire quando vogliono a vedere come vivono i nostri animali, a controllare le nostre certificazioni, a fare le loro verifiche. Abbiamo una gestione completamente trasparente. Rinunciamo alla certificazione della carne, ma non rinunciamo alla certificazione dell’allevamento. Nonostante i limiti della sua forma attuale, crediamo che la certificazione abbia ancora un senso mentre credo sarebbe sbagliato tornare a forme di autocertificazione.

Voi operate solo sul mercato locale?

Per quel che riguarda la carne sì. Fuori della Liguria vendiamo solo animali da ristallo e in questo caso si tratta di animali certificati. Se i nostri vitelli vanno, per esempio, nella filiera che fornisce la mensa di una scuola dell’Emilia Romagna, non ci può essere il rapporto di vicinato che abbiamo con i consumatori della Liguria. I genitori dei bambini di quella scuola non possono certo venire qui a vedere come lavoriamo, quindi è essenziale che questi animali siano certificati e che non si interrompa la catena delle garanzie che il sistema di controllo offre al consumatore.

Questa complessità può indurre qualche azienda a lasciare il sistema di controllo?

Da sola forse no. Ma bisogna considerare almeno altri due fattori. Un’azienda zootecnica convenzionale ha già un cumulo di incombenze burocratiche, a queste si aggiungono quelle non piccole del biologico. L’altro fattore sono i contributi. In Liguria, per esempio, quelli alla zootecnia biologica sono stati ridotti a un terzo di quelli degli anni precedenti. A quel punto chi non è proprio molto convinto del valore di fare biologico, torna al convenzionale.

Questo significa anche rinunciare ai vantaggi di un mercato, quello del biologico, che va ancora bene nonostante la crisi…

Essere certificati un vantaggio lo dà certamente in termini di migliori prezzi che compensano il costo della certificazione. Ma questo vale meno per piccole aziende per le quali la certificazione può non essere molto importante perché hanno come noi un rapporto ravvicinato con i consumatori. E comunque c’è una riduzione dei costi, per i mangimi ad esempio, c’è meno lavoro…

Quanto pesa il costo della certificazione?

Non è tanto il costo della certificazione in sé a pesare, quanto quello del carico burocratico. Le grandi aziende possono permettersi di pagare delle persone che si occupano della burocrazia, i piccoli no, quindi su di loro grava di più.

Questo non spinge i piccoli ad aggregarsi?

L’agricoltore ligure ha poca propensione alla cooperazione e nella zootecnia le esperienze cooperative sono poche. Magari qualche cooperativa si fa anche ma senza “spirito cooperativo” e così faticano a funzionare o non funzionano affatto.

Quali sono i possibili rimedi per incentivare le aziende agricole ad entrare nel sistema di controllo anziché uscirne?

Il più importante sarebbe sicuramente riformare il regolamento all’insegna della parola d’ordine meno carte, più controlli sul campo.
E’ poi necessario che si continui a riconoscere all’agricoltore biologico un ruolo sociale, che non è solo quello di produrre cibi sani senza inquinare, ma più in generale di presidio del territorio e di un suo uso più sostenibile. E’ questo a rendere necessario e giusto che continuino a esserci incentivi alla conversione al bio e a rimanere dentro il sistema di certificazione.
Infine credo che sarebbe opportuno che fosse il pubblico ad accollarsi il costo della certificazione, anche per garantire meglio la terzietà del controllore.

Abbiamo già parlato delle Marche, della Puglia e  della Sardegna 

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