Mangiate soltanto cibo vero


Dopo aver studiato gli alimenti dall’origine alla tavola, ecco la conclusione a cui è arrivato il noto giornalista scientifico Michael Pollan: meno il cibo è manipolato più risulta salutare. E in questa intervista ci spiega il perché

Sicuramente molti di voi si fanno mille domande riguardo al cibo: perché nelle etichette si leggono tanti ingredienti e sigle sconosciute? Da quali allevamenti e coltivazioni arriveranno i cibi che portiamo in tavola? Per assicurarsi la vitamina C, meglio sbucciarci un’arancia o prendersi una pastiglia di integratori? E tante altre. Michael Pollan, giornalista scientifico americano e docente universitario noto in tutto il mondo, si faceva esattamente le stesse domande, finché qualche anno fa ha deciso che era ora di dar loro una risposta. Ha smontato pezzo per pezzo le etichette risalendo le filiere fino all’origine degli ingredienti e spiegando il perché della presenza di alcuni di essi, ha analizzato le differenze tra nutrienti dei cibi e integratori e molto molto altro. Il risultato di queste ricerche si trova nei suoi tre libri, ormai dei cult: Il dilemma dell’onnivoro, In difesa del cibo e Cotto, tutti di Adelphi editore. La conclusione a cui è arrivato è di una semplicità disarmante: non mangiare nulla che la nonna non conosca!

Si usa spesso la parola “naturale” per definire un cibo.

Cosa ne pensa in proposito? La parola naturale ha perso significato nel mercato alimentare. Quando la vedo  la ignoro, dato che so quanto poco significhi. Dovrebbe voler dire cibo fatto senza ingredienti sintetici, Ogm, farmaci e altro, ma non ci sono regole che lo garantiscano ed è quindi assolutamente inutile se non fuorviante. Altro discorso sono le diciture tipo biologico o i marchi di tutela per i prodotti tipici, che fissano regole ben precise per tutta la filiera di produzione dal campo alla tavola.

Come possiamo noi consumatori assicurarci che un cibo sia davvero buono e sano?

La risposta è più semplice di quanto si possa pensare: cercate del cibo “vero”, cioè che sia stato trasformato industrialmente il meno possibile e che sia ancora riconoscibile come pianta, animale o fungo. Sicuramente non potrete dire se quell’animale sia stato allevato e cresciuto con farmaci o se quel vegetale sia stato trattato con pesticidi, ma di certo è più sicuro che mangiare qualsiasi cibo altamente trasformato, ovvero quello che a me piace chiamare “prodotto commestibile simile a cibo”.

Lei è un sostenitore dei piccoli produttori, quali sono le motivazioni di questa posizione?

Diamo sostegno a questi piccoli produttori perché rispettano la terra e quindi producono cibo più salutare con un ridotto impatto ambientale. È possibile che anche una grande fattoria sia sostenibile, ma questo è decisamente più difficile da realizzare nell’attuale sistema agricolo-industriale.

Ma è vero che i cibi geneticamente modificati riducono l’utilizzo di prodotti inquinanti?

Al contrario, le colture geneticamente modificate hanno aumentato la quantità di pesticidi usati, dal momento che la più grande coltura gm è sicuramente la soia Roundup ready, creata apposta per tollerare grandi quantità di pesticidi a base di glifosato (il roundup, appunto).

Cosa la preoccupa di più riguardo alla produzione di cibo?

Sono seriamente preoccupato per l’impatto che il sistema di produzione alimentare ha sulla salute delle persone e dell’ambiente. Questo sistema conduce allo sfruttamento della terra, al rilascio di gas serra e alla produzione di cibi trasformati. In un mondo in cui ci si occupasse davvero della salute dell’umanità ci sarebbero altre priorità. Si aumenterebbe la fertilità del terreno e si ridurrebbe l’emissione di gas serra, come prima cosa.

Come siamo arrivati a creare un’industria alimentare che produce cibi lontani dalla natura?

La colpa è del profitto. È molto più redditizio comprare prodotti agricoli economici e trasformarli il più possibile: in questo modo del grano che vale pochi centesimi diventa una scatola di cereali da cinque dollari. Qualsiasi contadino può dire quanto sia difficile fare soldi vendendo semplici piante o animali.

Che cosa ne pensa degli alimenti biologici?

La maggior produzione di cibo biologico è uno dei punti positivi del panorama agricolo: da molti anni a questa parte è cresciuta di circa il dieci per cento ogni anno e non è stata particolarmente colpita dalla recessione, cosa abbastanza incredibile. La domanda di cibo biologico è maggiore dell’offerta, e questa è un’arma a doppio taglio, perché lo rende inaccessibile a molte persone dal punto di vista economico. Ma siccome sempre più contadini si stanno convertendo al bio, col passare del tempo i prezzi dovrebbero abbassarsi.

Quali effetti spera che abbiano i suoi testi?

Spero che le persone siano invogliate a tornare in cucina o ad andarci per la prima volta. Nell’ultimo libro cerco di mostrare ai lettori quanto siano affascinanti i processi di trasformazione che si possono compiere in cucina e come qualcosa che ci sembra un lavoro faticoso e noioso in realtà sia una vera alchimia, un processo magico che ognuno di noi può padroneggiare. Suggerisco, tra l’altro, anche diversi esperimenti, tra cui fare il formaggio. Io ho provato a farlo e a invecchiarlo nella mia cantina ma ha assunto colori inquietanti, dal verde al blu. È stato molto divertente.

Ha affrontato la tematica del vegetarianesimo nel libro Il dilemma dell’onnivoro. Ma lei è vegetariano?

Io non sono vegetariano, sono ciò che viene chiamato “flexitariano”. Mangio carne una o due volte alla settimana e solo quella proveniente da piccoli produttori che lasciano vivere gli animali all’aperto e li nutrono con una dieta adeguata. Il fatto che questa carne non sia facilmente reperibile mi porta a mangiarne meno, e ciò è positivo sia per la salute del pianeta sia per la mia.

Come vede l’alimentazione nel futuro?

C’è ancora tanto da studiare. Spero che gli scienziati capiscano e scoprano molte altre cose, ma nel frattempo noi sappiamo cosa mangiare: basta scegliere cibo vero!

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