La vita mangiata con le mani


Non è che racconti a riguardo granché o ne dia la ricetta, non si sa nemmeno se siano di carne o di verdura, ma quelle polpettine in agrodolce della sua adorata mamma, Alessandro Haber te le fa sentire in bocca e ti fa venire voglia di precipitarti al primo ristorante che trovi fuori dal teatro Ciak di Milano appena finirà lo spettacolo.

A chiedere, anzi, a supplicare: delle polpette, per favore. E se non sono in agrodolce, pazienza!

Non è che racconti a riguardo granché o ne dia la ricetta, non si sa nemmeno se siano di carne o di verdura, ma quelle polpettine in agrodolce della sua adorata mamma, Alessandro Haber te le fa sentire in bocca e ti fa venire voglia di precipitarti al primo ristorante che trovi fuori dal teatro Ciak di Milano appena finirà lo spettacolo. A chiedere, anzi, a supplicare: delle polpette, per favore. E se non sono in agrodolce, pazienza!

Partiamo proprio da li, Alessandro, da te bambino,dalla tua mamma e da quel che ti cucinava…

Ah, la mia mamma! Come mi spiace che non sia riuscita a vedermi in scena anche
come cantante… se n’è andata prima, e mi manca molto. Lei era bolognese, ma visto che mio padre era un rumeno ebreo che le vicissitudini della vita avevano portato in giro per il mondo, aveva mescolato nella sua cucina profumi e sapori di varie culture e paesi. Era una grande cuoca già di suo, ma prima l’incontro con la mia bravissima nonna rumena, di origine austroungarica, e poi i viaggi, l’avevano trasformata in una vera artista in fatto di cucina multietnica. Non c’erano molti soldi, ma si mangiava bene e della mia infanzia ho un ricordo vivo di sapori e profumi. Ricordo i knodel, le polpettine di ogni tipo, piccanti e non, le innumerevoli fantastiche torte, dalla sacher a quella di mele. E i sabres, i fichi d’india che mangiavo in Israele – ho vissuto a Tel Aviv da uno a nove anni - dove passavano a venderli sui carretti, o quel pane favoloso a forma di otto e certe strepitose frittelle, una sorta di bomboloni, che avevano un sapore... buonissimi!

Sì, sì, ti credo sulla parola, magistrale interpretazione, hai reso benissimo l’idea…Si capisce che sei cresciuto con un rapporto godereccio col cibo…

Sì, e se devo trovare una pecca nella mia educazione alimentare, sta nel fatto che mangiavamo sempre di corsa, cinque, dieci minuti ed era tutto spazzolato. Venti minuti, al massimo, durante le feste: al pranzo di Natale, antipasto, tacchino, tortellini, dolci…
Avevo un cugino lentissimo a mangiare, cosa che per lui era una sofferenza, e io una volta finito il mio, passavo al suo piatto, sollevandolo da un peso… Comunque quella di passare in rassegna i piatti degli altri è una cosa che adoro: quando andiamo al ristorante spero sempre che si prenda tutti menù differenti, in modo da assaggiare di tutto, e patteggio prima: io ti do questo, tu mi dai quell’altro, ma sono generoso: io vivrei di assaggini.

E ai fornelli come te la cavi?

Non sono un granché e ammiro molto chi è capace, ma se proprio devo, perché sono solo, mi arrangio e mi diverto, con fantasia e comunque sempre con l’accortezza di sciorinarmi davanti tanti sapori e consistenze differenti: insalate di tutti i tipi, tonno, caciotta, mozzarella, cipolla, pomodoro e pane… o il classico panino con la mortadella, con la rosetta calda…

Ma un godurioso come te come fa a non ingrassare?

In realtà ingrasso, e per quanto possa sembrare in contrasto con quel che ti ho detto, sono sempre a dieta, cerco di mangiare regolarmente: carboidrati a pranzo e proteine a cena. Inoltre, un paio di volta all’anno mi richiudo in quei centri di “revisione” in cui ti tengono a stecchetto, perdo quattro, cinque chili e mi disintossico. E lì sono una vera SS, non sgarro di una virgola. Però, per il resto, non resisto alle tentazioni. Se mi capita di passare davanti a una gastronomia o a una pasticceria la supero, torno indietro, cerco di resistere, e poi mi fiondo dentro, mi compro la squisitezza tentatrice e me la gusto senza sensi di colpa. Anche perché so che, quando devo, sono capace di stare a dieta, perché mi piace essere in forma e sentirmi bene, e non vedermi la pancetta.

Parliamo di cibo e teatro…

Fumo molto, e purtroppo mi capita di non riuscire a percepire bene i sapori: allora me li “recito”, me li immagino, cercando di ricordare come fossero. In quanto alla finzione scenica, ho diversi ricordi, ma si mangiava davvero, altro che far finta. Ad esempio nel film “Sotto il segno dello scorpione” dei fratelli Taviani abbiamo girato una scena in cui un gruppo di dispersi, dopo giorni di girovagare, mangiava del pollo. Soldi ce n’erano pochi e abbiamo girato non so quante volte la scena, mangiando sempre gli stessi polli, anche ormai un po’ andati a male. Adoro il pollo, ma non l’ho mangiato più per mesi.
Oppure la scena del pranzo di Natale di “Parenti serpenti”: non finivamo più di mangiare e anche se cercavi di camuffare, quando la ripresa era puntata su di te ti toccava continuare a ingurgitare.

Un altro ricordo di teatro?

Arlecchino. La sua atavica fame: ricordo che una volta, con la regia di Nanni Garella, nel 1995 a Bologna, ho fatto dei numeri con una mollichina di pane, che era l’unico cibo a mia disposizione e intorno alla quale girava tutta la scena: quella mollichina era il cosmo, era la vita, era la condizione sociale; me la gustavo, l’annusavo, la masticavo, la dividevo, ci giocavo, me la godevo, la perdevo, disperandomi, addirittura mi ci strozzavo…

Cibo e rapporti umani: quanto sono collegati per te?

Ne sono convintissimo: cibo e rapporti umani sono estremamente legati. E lo verifico ogni giorno. Mi piace condividere il momento del pranzo con gli altri, cibo e vino, tutti insieme. E poi per me il cibo è molto sensuale, è una vera e propria arma di seduzione: cucinando insieme e mangiando poi quel che si è preparato si conosce chi si ha di fronte. E già se una donna non beve vino, mmmh, avanzo dei sospetti! Il cibo è godimento, e penso che se una donna gode del cibo è assai probabile che sia capace di godere anche delle gioie del sesso. Anche mangiare con le mani, sentire le consistenze in mezzo alle dita, toccarlo è una cosa che adoro e che aumenta il piacere del cibo e anche la sua sensualità.

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