La facile allegria della saggezza


Christian De Sica è un grande comico ma anche un attore che sa rivestire con impareggiabile bravura ruoli importanti e drammatici. Il segreto? Pane, amore e allegria… e mai prendersi troppo sul serio

Ognuno ha la sua scena primaria. Christian De Sica era un ragazzino quando partecipava alle cene di suo padre Vittorio con altri grandi attori e così, già da allora, iniziò ad avvicinarsi al mondo cinematografico, restandone affascinato. Serate passate a mangiare, “non mancava mai nulla, dall’antipasto al dolce”, e a ridere. Perché “una sana risata fa sempre bene”. Sarà per questo che quella sua scena primaria continua sempre a replicarla: una pellicola dietro l’altra, la voglia di stare con gli amici e l’allegria, il calore della famiglia e il piacere della buona tavola “anche se ho la tendenza a ingrassare e quindi cerco di controllarmi”.

Nel film "Il figlio più piccolo", Pupi Avati in scena la fa uscire dal carcere d’estate con un panettone in mano. Una metafora perfida o un voler sottolineare che lei… è quello dei cinepanettoni?

Quella scena è davvero carina, anche quando poi regala il panettone alla sua ex compagna che l’aveva aspettato fedele, nonostante lui stesse per sposare un’altra. Credo che Avati abbia voluto semplicemente enfatizzare lo stato mentale di questo personaggio, Luciano Baietti, amorale per vocazione e mascalzone di professione, che alla fine riesce a provocare la pietas dello spettatore. Per una volta non sono stato quello dei “panettoni” e sono felicissimo di questa esperienza ma, nonostante le critiche, non rinnego nulla delle commedie nazional-popolari che mi hanno reso famoso. Recitare nei cosiddetti film di Natale è molto più difficile perché serve una vis comica: gli attori comici sono i più bravi, in quanto riescono a interpretare anche i ruoli drammatici.

Pupi Avati e suo padre: un confronto

Girare con lui è stata una lezione. Avevo già recitato con Pupi in una sua commedia corale del 1976 che si chiamava Bordella. All’epoca lui aveva tanto entusiasmo giovanile e la barba e i capelli lunghi che gli davano l’aspetto di un rivoluzionario, mentre io pesavo cento chili. In seguito le nostre strade si sono separate, lui è diventato un grande autore e io ho fatto il comico, ma quando mi ha cercato per offrirmi di recitare da protagonista in questo film ho capito subito che si trattava di un vero e proprio regalo. Devo confessare che mi ha ricordato mio padre Vittorio De Sica per l’ingenuità, la timidezza e la formidabile capacità di dirigere i suoi attori. Come mio padre, inoltre, ha un orecchio strepitoso, mai nessun regista m’aveva beccato e invece lui: “Sei falso, falso, stai recitando!” gridava durante le riprese. E poi con Pupi si respirava l’unione vera, perché il film è di tutti. D’estate apparecchiavamo sotto gli alberi di Cinecittà e mangiavamo tutti insieme. In nessun altro set succede, sono tutti rintanati nelle roulotte, nei camerini.

È una responsabilità portare un cognome così importante?

Ovvio che sì. Mio padre era un genio e non si rendeva conto di esserlo. Girava “Ladri di biciclette” ritenendo che fosse normale. Però avrei voluto più tempo per stare con lui. Ho un ricordo ricorrente, lui che parte, io che lo rincorro alla stazione, riesco ad abbracciarlo, ma poi resto là sul marciapiedi, piccolo piccolo. E penso di non averlo abbracciato abbastanza.

Cosa è cambiato rispetto ai tempi di suo padre?

Io sono nato in una casa frequentata da attori, sceneggiatori, scrittori. Era una specie di ristorante, dove tutte le sere arrivavano decine e decine di persone. Un porto di mare. Parlavano di cinema, spettacoli, nuovi progetti. A noi, invece, manca questo rapporto tra artisti. Non abbiamo né una casa, né un locale dove stare insieme, chiacchierare a tavola, socializzare. Credo che per far bene questo mestiere occorra fare comunità ma, nel nostro ambiente, ormai si è persa l’abitudine di frequentarsi ed ho nostalgia per quel tipo di amicizia speciale.

Che cosa è, per lei, il piacere della buona tavola?

Il cibo, il mangiare bene in compagnia, sono i grandi piaceri della vita. Si dice che quando si magia non si parla e, invece, è esattamente il contrario. Intorno alla tavola si socializza ancora di più, anche se si ingrassa. Mi basta pensare a una fotografia che ho ritrovato per caso: mio padre, mia madre e noi figli che salutiamo nella scaletta di un aereo su cui stiamo salendo. Abbiamo dei sederoni! Però si vede quanto eravamo felici, profondamente contenti.

La sua vita è stata un ottovolante sulla bilancia, ingrassando e dimagrendo…

È stato mio padre a rovinarmi, era un uomo d’altri tempi. Si cenava tutti insieme e, dall’antipasto al dolce, non mancava mai niente. Anzi, se per caso una volta il dessert non c’era, lui lo reclamava con insistenza: “E la torta dov’è?”. C’è stato un periodo in cui pesavo 105 chili. Oggi ne peso 72 ma devo stare sempre attento e fare un sacco di rinunce. Facendo l’attore devo essere sempre in forma, così faccio palestra, passeggiate in salita e cerco di non strafare mai.

Qual è il suo più grande peccato di gola?

Ne ho più di uno. Mi piacciono i tramezzini, gli snack vari, le patatine, i supplì, insomma le “varie schifezze”, compreso l’ovetto di cioccolato. Adoro i gelati e sono capace di mangiarne quattro di seguito anche quando i gusti non sono i miei preferiti, mi fanno impazzire i dolci. Tra tutti il Mont Blanc è il mio preferito, o meglio è il mio “tallone d’Achille”.

Quanto conta per lei la natura e il vivere nel verde?

Sarà che sto invecchiando ma non amo più la frenesia della città. Io e mia moglie Silvia non abitiamo più stabilmente a Roma. Avevamo bisogno di silenzio, tranquillità e così abbiamo scelto un borgo nella bella campagna Toscana. Qui la vita è diversa. Vado a pescare con gli amici, mi diletto ai fornelli, faccio il papà a tempo pieno quando i figli vengono a trovarci. Il valore della famiglia per me è importante e qui ho ancora più complicità con Silvia.

Se potesse andare a cena con un personaggio del passato chi sceglierebbe?

Non ho dubbi, andrei con Frank Sinatra, perché è il simbolo della mia generazione, del sogno che diventa realtà. Era soprannominato The Voice, La Voce, ed è un mito per me che faccio anche musica. A proposito, ho al mio attivo un disco: “Christian Swing”, dove reinterpreto vecchie canzoni, e cantare il jazz per me è una sorta di liberazione da ogni problema.

Suo padre ha girato Pane, amore e fantasia. Quali sono oggi gli ingredienti per vivere bene?

Io farei “pane, amore e allegria” e dentro metterei un mix d’ingredienti: la salute prima di tutto, il rispetto per gli altri e soprattutto non prendersi mai sul serio. Il tutto condito con sane risate che non guastano mai. Non fanno male a tavola, e non danneggiano neppure nel film più serio.

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