L’abito da sposa diventa etico


Gli ingredienti sono filati biologici certificati e tessuti a mano secondo l’antica arte calabrese delle “maistre”. La proposta è firmata da Cangiari (Cambiare, in calabrese) il brand etico e sociale del Consorzio cooperativo Goel

Francesca è una giovane tessitrice calabrese, una di quelle che si è guadagnata l’appellativo di “maistra”. Aveva quindici anni quando ha cominciato ad affiancare un’anziana tessitrice del suo paese, Zangarona in provincia di Lamezia Terme, cominciando con pazienza a imparare l’arte antica della tessitura a mano. Oggi è una delle dieci donne a dar vita ai tessuti artigianali con i quali prendono forma le collezioni d’alta moda Cangiari (Cambiare, in calabrese). Tessuti che, da poco, sono stati utilizzati per la prima wedding collection “La sposa etica”, lanciata dal brand etico e sociale del consorzio cooperativo Goel. A raccontare la storia è un articolo su wisesociety.it
LA SPOSA ETICA – «La proposta Cangiari per l’abito da sposa etico– spiega il presidente del consorzio Goel , Vincenzo Linarello – è rivolta a una donna raffinata che vuole vivere un momento importante per la sua vita in piena coerenza con i suoi valori. Una donna per cui la bellezza esteriore non può prescindere da quella interiore e dai valori che rappresenta». Questo significa che Cangiari anche per i propri abiti da sposa utilizza tessuti artigianali, fatti con i telai a mano della Calabria. «Si parte da filati biologici certificati, la cui produzione rispetta l’ambiente e il benessere di chi li indossa – sottolinea Linarello -. Il tutto è proveniente da una filiera etica e sociale, nata da un percorso di sviluppo e di riscatto del proprio territorio». Cangiari, in effetti, è a oggi, l’unico brand etico d’alta moda alla cui base c’è una filiera no profit di cooperative sociali, tessuti biologici certificati Icea-Gots e manifattura artigianale. La collezione dedicata alla Sposa Etica è nata dalla collaborazione fortuita nata con l’atelier “Le spose di Milano”, il cui show room si trova di fronte a quello milanese di Cangiari, «un bene – precisa il presidente di Goel – sequestrato alla ‘ndragheta che ci è stato assegnato in uso dall’autorità giudiziaria. A poche ore dalla presentazione della nostra collezione a Milano Moda Donna ci siamo resi conti che avevamo terminato i manichini e li abbiamo chiesti in prestito a “Le spose di Milano”».
I PERCHÉ DELLA SCELTA ETICA – «Non bisogna comprare l’abito da sposa solo perché è etico: la prima domanda da farsi è perché quest’abito è così bello e così fatto bene?», continua Linarello conscio che il prezzo di un abito da sposa siffatto (e di qualunque altro capo d’alta moda Cangiari) non è per tutti. «Dall’ultima collezione alta moda donna abbiamo deciso di non farci più condizionare dal prezzo – spiega -. Il telaio a mano è un segno distintivo della nostra manifattura, per tessere un metro di stoffa di 70 centimetri di larghezza servono da tre a sei ore, il lavoro delle nostre artigiane è retribuito con paghe sindacali occidentali, tutte le rifiniture sono sartoriali. I nostri prezzi sono assimilabili a quelli di altre collezioni d’alta moda, ma il nostro margine è inferiore rispetto a chi produce all’estero con una meccanizzazione spinta».
 IL FUTURO DELL’ARTIGIANALITÀ ETICA – Non è nell’abbassamento dei prezzi il futuro dell’artigianalità etica, indipendentemente che questa venga utilizzata per gli abiti da sposa o per la produzione di cibo biologico. «Il nostro mondo avrà un futuro se consumeremo meno e meglio», riflette Linarello. «Se invece di tenere nell’armadio dieci capi di abbigliamento made in China o Bangladesh, ne riponessimo di meno ma prodotti eticamente e di qualità garantita – conclude -, la sostenibilità sarebbe garantita e non ci sarebbero casi come il crollo del Rana Plaza».

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