L’importanza di avere semi selezionati appositamente per l’agricoltura biologica


Oggi non esiste, o quasi, miglioramento genetico per l’agricoltura biologica, vale a dire finalizzato alla produzione di semi per il biologico. Di qui alcuni punti deboli di questo sistema di produzione. Una possibile strada per superare questo stato di cose è il miglioramento genetico evolutivo e partecipativo proposto da Salvatore Ceccarelli

Non dobbiamo dimenticare – scrive il genetista Salvatore Ceccarelli in un articolo pubblicato da Altra pagina - che il cibo deriva dai semi e che quindi la causa primaria dei problemi di salute che affliggono oggi il mondo debba essere cercata nel modo in cui essi sono prodotti. E poiché i semi, che producono il cibo che ha sulla nostra salute tutti gli effetti già descritti, sono prodotti da quella tecnica che si chiama miglioramento genetico, per cambiare le cose bisogna ripensare a come si opera il miglioramento genetico, in modo da passare dal “coltivare uniformità” al “coltivare diversità”.
Oggi gran parte del miglioramento genetico “istituzionale” ha come obiettivo l’agricoltura industriale (la sola che, secondo alcuni, sarà in grado di sfamare il mondo, ma che oggi produce solo il 30% del cibo al mondo) e quindi si basa sulla selezione, nei centri di ricerca, di varietà uniformi e capaci di produrre il massimo, ma con il supporto di concimazioni e pesticidi. Non esiste, o lo è in misura modestissima, miglioramento genetico per l’agricoltura biologica. Quindi uno dei motivi della differenza di produzione tra agricoltura convenzionale e agricoltura biologica è che in quest’ultima, mancando varietà a essa adatte, sono coltivate le stesse varietà selezionate per l’agricoltura convenzionale, che, trovandosi in una situazione completamente diversa da quella per la quale sono state selezionate, producono di meno.
Questa situazione si può superare in modo rapido ed economico con il miglioramento genetico evolutivo. Esso consiste nel creare popolazioni e mescolanze di semi ottenuti incrociando tra loro diverse varietà, lasciandole evolvere e utilizzandole come coltura, oppure effettuando la selezione delle piante migliori. Questo offre la possibilità di adattare la coltura non solo al cambiamento climatico di lungo periodo, ma anche alle variazioni climatiche annuali, controllando contemporaneamente infestanti, malattie e insetti senza ricorrere a pesticidi. Grazie agli incroci naturali che avvengono sempre al loro interno, queste popolazioni evolvono continuamente (per questo si chiamano “evolutive”); i contadini hanno la possibilità di adattare le colture al particolare modo in cui ciascuno di essi pratica l’agricoltura biologica.
L’uso di popolazioni, sia nei cereali che in alcune specie orticole, si sta diffondendo in Italia grazie a Rete Semi Rurali con varie attività in Sicilia, Basilicata, Molise, Puglia, Abruzzo, Marche, Toscana, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia e Piemonte. Un’attività simile è condotta in Sardegna da “Domus Amigas” (Csa). In Emilia Romagna progetti regionali che sperimentano sui miscugli sono in corso presso l’Università di Bologna e presso la società Open Fields (Progetto BIO2). Studi sui miscugli in orzo sono attualmente in corso presso le università di Perugia, Bologna e Firenze.

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