Alla ricerca del pomodoro bio perfetto


Per garantire lo sviluppo dell’agricoltura biologica è necessario avere sementi selezionate appositamente per rispondere alle esigenze agronomiche specifiche di questo modo di coltivare. Ne parliamo con Mauro Iob che, in provincia di Viterbo, produce semi e partecipa a un progetto di ricerca europeo sul pomodoro

Dopo aver fatto per molti anni ogni tipo di lavoro, dal montatore di container al fotografo, Mauro Iob riesce finalmente nel 1999 a coronare il suo sogno di vivere facendo l’agricoltore. Cerca prima dove è cresciuto, a Treviso e dintorni, ma rinuncia per i prezzi troppo alti. Poi trova quel che fa al caso suo a Vetralla, in provincia di Viterbo: un terreno di due ettari a mezzo di cui un ettaro con un impianto di nocciole e il resto incolto da tempo. C’è anche la casa e dopo averla ristrutturata e sistemata, insieme alla moglie Rita comincia la sua nuova vita che, al momento, lo vede impegnato nella produzione di semi di orticole e in un progetto di ricerca europeo sul pomodoro.

Quando ha iniziato a fare biologico?

Durante gli studi di agraria, poi abbandonati, avevo avuto la fortuna di incontrare un insegnante che mi aveva introdotto all’agricoltura biologica e più ancora a quella biodinamica. Dopo ho continuato da solo a studiare per cui per me era ovvio che, una volta avuta l’azienda, avrei fatto agricoltura biologica e biodinamica. Così è stato con varie prove per capire cosa potevo produrre essendo che il mio orientamento era alla produzione orticola.
Per le sementi mi rivolgevo a una ditta italiana, l’Arcoiris, che produce semi non ibridi biologici e biodinamici. Alcune cose però non venivano bene, per esempio i fagioli. Mi è capitato di parlarne con l’azienda e mi hanno spiegato che una parte dei semi che loro commercializzavano venivano dall’estero, Francia, Germania ecc. quindi erano stati selezionati in condizioni diverse da quelle nelle quali li usavamo noi.

E’ lì che lei ha deciso di mettersi a produrre sementi?

In quel periodo l’Arcoiris ha cominciato a cercare aziende disponibili a produrre semi per loro, lo ha proposto anche a me e io ho accettato. Così nell’ettaro e mezzo di terreno che utilizzavo per l’orticoltura, che non andava tanto bene, ho cominciato a fare semi. Fra l’altro in questo modo siamo usciti dalla situazione d’incertezza della produzione e della vendita degli ortaggi, per passare a una situazione più garantita perché io già ora, all’inizio dell’anno, so quali semi dovrò produrre nel 2013, in quali quantità e quale prezzo mi sarà pagato.

Questa attività fornisce un reddito sufficiente per lei e la sua famiglia?

Da sola no, ma c’è anche il noccioleto, abbiamo alcune famiglie di api, mia moglie fa corsi di apicoltura, siamo anche una fattoria didattica e lavoriamo con le scuole elementari. Una cosa di cui sono particolarmente contento è il rapporto che abbiamo con l’Università che ci manda studenti che partecipano a incontri di formazione sulla biodinamica e con i quali spesso nasce un rapporto che dura nel tempo.

Lei partecipa a un progetto di ricerca sulle sementi biologiche…

Sì, si chiama Solibam ed è un progetto di ricerca a livello europeo finanziato dalla Comunità. E’ molto importante che anche a questo livello si sia deciso di affrontare uno dei problemi strategici che ha di fronte l’agricoltura biologica, quella di avere sementi selezionate appositamente per rispondere alle esigenze agronomiche, ma non solo, dell’agricoltura biologica e biodinamica. Ancora oggi, infatti, gran parte delle sementi utilizzate dalle aziende bio sono le stesse usate in agricoltura convenzionale però prodotte a norma del regolamento europeo per l’agricoltura biologica. Ma non può funzionare perché quei semi sono stati selezionati per essere coltivati con l’ausilio di mezzi tecnici (concimi chimici, diserbanti, pesticidi…) che producono certi risultati. Ma se non si usano quei mezzi tecnici – e in agricoltura biologica è vietato usarli – i risultati sono di gran lunga inferiori, ma non è colpa dell’agricoltura biologica, bensì dei semi che non sono adatti.

In cosa consiste la sua partecipazione a questa ricerca?

Uno dei progetti Solibam riguarda il pomodoro da mensa, dura quattro anni ed è portato avanti in quattro paesi europei inclusa l’Italia. In Italia a vincere il bando è stata la ditta sementiera per la quale lavoro che, a sua volta ha proposto, a me e a un’altra azienda di fare la sperimentazione sui nostri terreni con la consulenza dei tecnici dell’Aiab che è Unità Operativa italiana coinvolta nel progetto insieme alla Scuola Superiore Sant'Anna, la Facoltà di Agraria delle Università di Pisa e Perugia, e Arcoiris. Il primo anno ci sono stati dati i semi di Cuore di Bue e di Costoluto – complessivamente 35 semi di varietà diverse fra le quali anche alcune antiche e molto rare che io ho seminato in gruppi di 7 piante per ciascuna varietà per un totale di 245 piante. Il lavoro consisteva nel seguire la vita della pianta fino alla raccolta per valutare per ciascuna varietà la resistenza alle malattie, la produttività e il sapore. Alla fine del primo anno fra tutti i paesi partecipanti sono stati selezionati 4 semi di altrettante varietà.
Il secondo anno in Francia hanno incrociato le quattro varietà selezionate e ne hanno ricavato una varietà nuova con una combinazione delle caratteristiche delle varietà d’origine. Negli altri paesi coinvolti, invece, s’è continuato a coltivare le 4 varietà emerse dalla prima selezione. Io, per esempio, ho coltivato mille piante di una di queste varietà, il Cuore di bue costoluto e i semi che ne ho ricavato alla fine sono andati in una banca del seme alla quale si potrà sempre attingere.

In pratica da trentacinque varietà ne avete ricavata una…

In un certo senso sì. Fra le 35 varietà che avevamo in partenza abbiamo scelto le quattro che avevano le caratteristiche migliori per l’uso in agricoltura biologica e incrociandole abbiamo ricavato la nuova varietà da sperimentare nelle fasi successive.

Che ruolo hanno in tutto questo le varietà antiche cui ha accennato prima?

Queste varietà possono essere portatrici di caratteristiche importanti perché spesso sono state selezionate a livello locale dagli stessi contadini, quindi possono avere capacità di adattamento particolare. Però difficilmente saranno utilizzabili da sole perché a volte sono troppe vecchie e sono cambiate le condizioni di coltivazione, oppure sono “stanche”, indebolite dall’essere sempre state incrociate fra di loro. Per questo, come si fa nel progetto Solibam, è meglio usarle insieme ad altre.

Quali sono i prossimi passi della ricerca?

Quest’anno, che è il terzo, tutte le aziende coinvolte coltiveranno sia la nuova varietà, sia quelle dal cui incrocio è stata ricavato. Resistenza alle malattie, produttività e gusto saranno valutati e confrontati insieme per le cinque varietà. Sarà una sorta di esame finale, anche se la parola fine in queste ricerche, in realtà, non si mette mai.
La novità, rispetto agli anni precedenti, è che la valutazione non sarà più fatta solo dai tecnici ma con un metodo che si chiama “selezione partecipativa” e che vedrà la partecipazione sia degli agricoltori che hanno preso parte alla sperimentazione sia di altri agricoltori potenziali destinatari finali e diffusori dei semi. Con la guida e la supervisione dei tecnici, dall’aspetto delle piante valuteremo la resistenza alle malattie, dalle pesate dei frutti per piante valuteremo la produttività e assaggiandoli valuteremo il gusto.

E il quarto anno?

Dipende dai risultati che si otterranno quest’anno, ma, se tutto va bene, dovrebbe essere l’inizio della produzione del seme per il mercato bio.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome