Il sistema biologico italiano? In ritardo e impreparato


Una riflessione critica di Paolo Carnemolla, presidente di Federbio, comparsa su Teatro Naturale, sulla capacità del settore biologico di cogliere le opportunità di un mercato in forte crescita. Per esempio: che fine ha fatto il Piano strategico nazionale sul bio?

Dal 2008 il mercato del biologico cresce a doppia cifra, in evidente e significativa contro tendenza rispetto al mercato alimentare in generale e in maniera significativamente maggiore che altri settori dell’agroalimentare di qualità. E questo vale sia per il mercato interno che per l’export, per il quale non ci sono dati ufficiali ma l’evidenzia quotidiana di “ampie praterie” per le imprese dell’agroalimentare italiano, come dimostra la straordinaria esperienza del vino biologico quasi solo vocata all’esportazione. E’ l’esordio di un articolo firmato da Paolo Carnemolla, presidente di Federbio, comparso su Teatro Naturale.
Ma fino a ora la conversione al biologico di aziende agricole e allevamenti non ha seguito - se non con assai meno intensità - questa tendenza, aumentando il divario fra richiesta di materie prime e disponibilità di provenienza nazionale e dunque richiedendo un ricorso crescente alle importazioni che, seppur anch’esse sottoposte alla normativa e sistema di certificazione UE, hanno evidenziato rischi anche gravi di frode.
Dall’inizio del 2016, finalmente, lo scenario appare in veloce mutamento anche sul versante del sistema agricolo e zootecnico nazionale. La coincidenza della crisi devastante e probabilmente definitiva dell’agricoltura convenzionale in comparti strategici quali i cereali, il latte, la carne, il riso e il pomodoro da industria, solo per citare i principali con l’avvio, in ritardo, dei nuovi PSR, sta determinando una massiccia tendenza alla conversione verso l’agricoltura biologica tanto da fare pensare che l’obiettivo di + 50% di SAU bio nazionale entro il 2020 fissato nel nuovo Piano strategico nazionale di settore possa essere facilmente raggiunto e anche superato. Del resto, se anche la SAU e il numero di allevamenti attualmente certificati bio raddoppiassero nel giro di breve, ancora non basterebbero per soddisfare la richiesta del mercato, che è cresciuta del 21% già nel primo semestre 2016.
Tutto bene, dunque, abbiamo finalmente vinto la sfida della sostenibilità anche economica con l’agricoltura convenzionale e i tanti e inutili tentativi di inventare sistemi di qualità e agricoltura sostenibile utili solo a spendere denari pubblici e mantenere con questi apparti pubblici e sindacali (vedi i sistemi qualità nazionali) ostinatamente avversi al biologico? No, per nulla. Perché la sfida sarà vinta solo se questo percorso, che finalmente avvicina il futuro dell’agricoltura e della zootecnia italiane alla crescita stabile e per ora inarrestabile di un mercato a dimensione mondiale, verrà gestito e supportato adeguatamente affinché non sia un ennesimo fallimento, forse l’ultimo, sia per le imprese che ci stanno credendo e investendo che per i cittadini che da soli stanno determinando questa svolta, con la loro domanda di ambiente, salute, etica e benessere.
Il sistema nazionale si presenta a questo appuntamento epocale decisamente in ritardo e impreparato. Gli strumenti della nuova programmazione dei fondi comunitari, sia a livello locale che nazionale, hanno fino a ora totalmente ignorato le necessità di gestione di questa fase per cui non ci sono quasi mai formazione o sistema di consulenza “accoppiati” per chi sceglie l’opzione del biologico nei PSR. E del resto nell’ambito del Piano d’azione nazionale per l’uso sostenibile dei pesticidi, così come nel nuovo sistema nazionale della consulenza, il biologico non c’è ancora, mentre si punta tutto sull’agricoltura integrata e sui sistemi di qualità nazionali sconosciuti al mercato. Nulla sulla ricerca a livello nazionale, mentre a livello regionale si procede in ordine sparso così come sulla formazione, dove l’unico obbligo vigente per i produttori biologici è quello di fare un corso per un patentino per l’utilizzo di pesticidi, diserbanti e fungicidi di sintesi, per loro quasi del tutto inutile. E poi burocrazia cresciuta e stratificata a dismisura in questi anni, che rischia di disincentivare chiunque dopo pochi minuti di litigio con un sistema informatico pubblico che non funziona, e un sistema di certificazione da riformare urgentemente perché rischia non essere in grado di gestire questa nuova situazione, anche per l’assenza ormai evidente del coordinamento e della vigilanza da parte pubblica. Non sono solo i numeri che cambiano, ma anche la tipologia di imprese, molto più professionali e impegnative e, soprattutto, in fuga da un sistema economico che le ha portate sull’orlo della chiusura.
Il Piano strategico di settore approvato dalla Conferenza Stato Regioni nella prima metà dell'anno ancora non si è trasformato in un Decreto ministeriale con scadenze precise e risorse adeguate e l’autorevolezza della delega per il settore biologico al Viceministro Olivero è messa in discussione anzitutto da questo fatto, prima ancora che dalle zone grigie che riguardano il suo staff. Anche per questo è urgente il riconoscimento di una rappresentanza interprofessionale di settore, che sostituisca un sistema di concertazione frammentato e antico e definisca regole condivise e applicate erga omnes, così come la creazione di un sistema integrato di servizi che affianchi le imprese in tutti gli ambiti della loro attività.
Ma non solo: è sempre più importante intervenire nell'ambito del sistema di certificazione nel quale manca un coordinamento da parte del ministero, come contestato anche dalla UE; gli organismi di certificazione devono essere sgravati da inutili adempimenti formali per concentrare sempre più la loro attività sui controlli in azienda.
Tutto questo considerato e per ridare efficacia e autorevolezza alla delega sul biologico chiediamo un incontro al Ministro Martina.  FederBio, come sempre, è pronta per la riforma del sistema di certificazione che sia da modello in Europa. E’ necessario ripartire dalla tracciabilità e dal coordinamento efficace fra gli attori del sistema.
Questi progetti sono nel programma di mandato del gruppo dirigente di FederBio e anche nella forma stessa e nel lavoro che già da anni la federazione svolge su tutti i fronti dell’organizzazione del settore e della tutela dell’integrità del settore. A questo intendiamo aggiungere anche un lavoro ormai urgente di qualificazione e standardizzazione dell’applicazione della normativa vigente, in tutti gli ambiti produttivi e di filiera e compresi i mezzi tecnici, e lo sviluppo di innovazioni e strumenti adeguati per il presidio efficace dell’integrità del settore. A differenza di quello che pensano molti in Italia e a Bruxelles, infatti, la garanzia della qualificazione biologica dei prodotti non è nelle soglie di residui di principi attivi non ammessi ma nella tracciabilità delle produzioni. E su questo FederBio è come sempre attiva con tutti gli attori della filiera, a cominciare dall’olio di oliva e dai cereali e granaglie riso compreso.

Di Paolo Carnemolla
pubblicato il 21 ottobre 2016 in Pensieri e Parole > Editoriali

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