Il pioniere del biologico


Storia di vita e di agricoltura biologica ma soprattutto di una vita dedicata all’agricoltura biologica… è quella di Gino Girolomoni che si racconta in queste pagine. Uno strenuo difensore delle Terra e dei valori di cui essa è portatrice, che non l’ha mai voluta piegare a ritmi innaturali anche durante tutta la sua lunga attività di agricoltore e produttore. Un antesignano del biologico che di strada, in questo settore, ne ha fatta tanta e che ha molto da raccontare...

Isola del Piano, primi anni settanta. Gino Girolomoni, il giovanissimo sindaco, non si capacita dell’abbandono delle campagne da parte dei due terzi dei contadini. Inizia così a
organizzare conferenze in cui si parla, si informa, si discute, si cerca di capire il mondo della campagna e di diffondere i valori di cui essa è portatrice. Ma da studi e indagini emerge una realtà forse ancora più drammatica dell’abbandono della terra: il rimanente terzo dei contadini sta distruggendo quello che coltiva con l’uso sconsiderato di pesticidi e fertilizzanti chimici. Gino decide di passare al contrattacco: non ha ancora molte nozioni di agricoltura ma la sua è una famiglia di contadini e sa che non si può piegare la terra a ritmi non naturali se non a prezzi altissimi e sconosciuti per l’ambiente e la salute. E a lungo andare, al prezzo della vita di tutti. Prende al volo un’occasione: Ivo Totti, uno dei pionieri della coltura biodinamica, cessa l’attività e nel 1974 acquista da lui alcune mucche, iniziando la propria carriera di agricoltore e allevatore biologico. Restaura un vecchio cascinale diroccato, che custodiva anche un monastero del milletrecento, ci va ad abitare con altri agricoltori che sposano la sua scelta, e ne fa la sede della cooperativa Alce Nero, un’azienda che oggi con i suoi 2000 ettari di terreno, 30 soci, 40 mila quintali di grano prodotti all’anno, esporta in tutto il mondo (solo il 15% in Italia) e ospita anche un agriturismo.

Partiamo dall’inizio: eravate delle mosche bianche, come vi vedevano gli altri contadini?

Come delle mosche bianche, appunto, e se non avessi avuto quel po’ di credibilità che mi derivava dalla mia carica di sindaco, disarebbe stato ancora più difficoltoso. Il fatto è che la gente semplice riesce a capire solo i danni concreti e visibili e non riesce ad accettare che i prodotti che facilitano la crescita di bestiame e piante (negli anni settanta tanto reclamizzati), possano essere così dannosi. Dal momento che volevo ricostruire un territorio e non solo impiantare un’azienda, non potevo farlo da solo: siamo partiti quindi in un gruppo, tre agricoltori e sei giovani della zona, e abbiamo iniziato a rimettere in sesto i campi abbandonati e a coltivarli seguendo il metodo biologico e biodinamico.

Quando c’è stata l’introduzione massiccia di fertilizzanti e diserbanti?

Nella pianura padana già prima della guerra, mentre nell’entroterra, negli anni cinquanta.
All’inizio degli anni settanta si inizia però già a capire il danno che causano. Si temono tanto gli Ogm ma io ho sempre considerato una minaccia alla struttura cellulare di animali e piante già i trattamenti, per esempio quelli con i raggi gamma e i prodotti chimici che non si degradano nell’ambiente. Fondamentalmente, anche se questi prodotti danno il massimo della rendita con il minimo sforzo, il gioco dura al massimo una ventina d’anni e poi il terreno si depaupera a tal punto che non rende più. Questa mentalità non consente di vedere al di là del proprio naso e incita solo ad avere tanto, a poco prezzo, consumando tutto, anche la terra, che invece andrebbe considerata nostra madre e con la quale dovremmo vivere in armonia. Per questo la nostra cooperativa si chiama Alce Nero, lo sciamano del Dakota che ha raccontato le vicende della sua terra defraudata nel bellissimo libro “Alce Nero parla”.

Voi siete la dimostrazione, con altre quarantamila aziende bio, che si può fare agricoltura e business nel rispetto dell’ambiente e della salute. Perché siete ancora così pochi?

Perché innanzitutto l’industria farmaceutica e chimica è potentissima e paga la pubblicità sui media e quindi agli occhi di tutti hanno ragione loro. E poi perché non si fa abbastanza divulgazione sui danni dei prodotti di sintesi e sui vantaggi del biologico. Io sono stato uno dei pochi che ha fatto informazione: dagli anni ‘70 ho fatto più di trecento incontri aperti a tutti, con la consapevolezza che era necessario coinvolgere il maggior numero di persone possibile. Proprio per essere più comprensibile ho abbandonato il biodinamico, in cui credo fermamente, per il biologico, perché è più facile da diffondere e accettare, tanto che le aziende biodinamiche sono rimaste quattrocento, mentre noi siamo di ventati più di quarantamila. E poi c’erano leggi assurde, come la 580 del 1967, che non consentiva di chiamare “pasta” quella integrale, perché troppo ricca di fibre, ritenute, figuriamoci, dannose, con tutto quel che si sa ora sui danni da carenza di queste sostanze... e che è stata abrogata solo alla fine degli anni novanta.
Noi siamo sempre stati assolti perché appunto non chiamavamo pasta il nostro prodotto. Un altro problema è quello della biodiversità, che si va perdendo, e quello dei trattamenti che comunque modificano il Dna dei vegetali. Tutto ciò influisce anche sulle allergie che si vanno moltiplicando. Noi cerchiamo di mantenere la biodiversità, addirittura abbiamo fatto germogliare un antico grano dei faraoni, simile al kamut, che si chiama Graziella Ra.

Questa differenza fra prodotti biologici e industriali è dimostrata scientificamente?

Certo: se si guardano le cellule di un grano trattato e quelle di un grano biologico ingrandite diecimila volte si vede immediatamente la differenza: la forma del primo è irregolare e rovinata, quella del secondo è intatta.

Quali sono le difficoltà più grosse che incontra oggi l’agricoltura biologica?

Sicuramente l’indifferenza delle istituzioni. Prendiamo, per esempio, l’Austria: grazie a un programma dello Stato, il 17% del territorio agricolo è diventato biologico e in tutti i negozi si trova latte bio che costa solo il 15% in più di quello industriale. Da noi invece vengono fatte Leggi e delibere che in teoria dovrebbero promuovere il biologico, lo introducono nelle mense delle scuole, ma poi fanno gli appalti a minor prezzo, che è il punto più grave. Questo comporta infatti che soprattutto le grandi aziende, che producono solo una parte di bio, acquistano a prezzi bassissimi nei Paesi del Terzo mondo, disinteressandosi completamente delle loro condizioni di vita. Sarebbe invece indispensabile non consentire la coesistenza di prodotti bio e industriali da parte della stessa Azienda e operare gli acquisti nel Terzo mondo solo nel circuito del mercato equo e solidale perché se no si sfrutta la gente e non si fa decollare il biologico in Italia. Altro errore è stato poi permettere la presenza di un residuo dello 0,9% di Ogm negli alimenti senza doverlo dichiarare. Sia la convivenza di biologico e convenzionale, sia il residuo sono passati anche con Prodi al Governo e Alemanno come ministro, che pure era armato all’inizio delle migliori intenzioni: problemi in par condicio, come si vede…

Il biologico insomma non è né di destra né di sinistra….

Esattamente, e bisogna puntare più sulle persone che sui partiti. Per esempio, sostenere chi sostiene il principio di precauzione, che comporta autorizzare un prodotto solo quando è dimostrato che non nuoce e non come accade oggi che si ammette un prodotto se non è provato che nuoce …sembra un cavillo, ma è esattamente il contrario!

Spesso gli illeciti di Aziende bio vengono sbandierati sui media ma poi non se ne sa più nulla della loro fondatezza...

Sì, come nel rapporto dei Nas del 2004, su 1900 controlli ce ne sono stati solo il 3% irregolari, più che altro per l’etichettatura, mentre nei prodotti convenzionali hanno riscontrato il 30% di irregolarità. Il bio viene considerato un privilegio per pochi, impensabile da mettere in pratica su grossi quantitativi per risolvere il problema della fame nel mondo… Quanto sia infondata questa teoria risulta dalle tonnellate di eccedenze dei prodotti agricoli europei che vengono poi distrutti e non certo dati ai Paesi del Terzo mondo. Paesi che andrebbero comunque aiutati a produrre in loco con metodi biologici e che fanno benissimo a rifiutare sementi Ogm, che li legherebbero poi alle multinazionali che ne detengono i brevetti.

Cosa vuoi dirci per concludere?

Che il biologico è una cosa seria e deve essere diffuso e valorizzato dalle istituzioni spiegando che non è riservato a quattro “matti ricchi che mangiano solo erba”, come purtroppo capita ancora. Ho l’impressione che ci tengano isolati e che non troviamo l’interlocutore politico giusto proprio perché comporta un cambiamento radicale di vita, che però è indispensabile per salvare la terra e la gente…
Speriamo che lo capiscano in tempo…

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here