Il glifosato? Ce l’abbiamo nel sangue


Secondo una ricerca Usa l’esposizione dell’uomo all’erbicida, che avviene attraverso la dieta, è aumentata del 500% circa in 23 anni, a partire dall’introduzione delle coltivazioni Ogm negli Usa. Il 9 novembre il Gruppo di esperti dell'Unione europea dovrà decidere se rinnovare o no la licenza d’uso del glifosato nell’Europa Comunitaria

Lo spiega – si legge su “Meteo Web” - una ricerca pubblicata su ‘Jama’ , proprio nel giorno in cui l’Europarlamento ha detto sì a una Risoluzione che invita la Commissione Ue a non rinnovare l’autorizzazione all’uso del controverso diserbante, per il quale sono stati ipotizzati possibili effetti negativi sulla salute.

Nel lavoro che appare sulla rivista dell’American Medical Association , Paul J. Mills e colleghi dell’università della California di San Diego hanno analizzato i livelli di glifosato e del suo metabolita Ampa (acido aminometilfosfonico) nei campioni di urina di 100 cittadini del Sud della California, membri di una comunità che aveva partecipato allo studio prospettico Rbs sull’invecchiamento sano (Rancho Bernardo Study of Healthy Aging).

I dati – spiega Mills – hanno confrontato l’escrezione del glifosato e del suo metabolita in un arco di tempo di 23 anni a partire dal 1993, appena prima dell’avvio delle colture geneticamente modificate negli Stati Uniti” nel 1994.

“Quello che abbiamo osservato – riassume lo scienziato – è che prima dell’introduzione degli alimenti Ogm pochissime persone presentavano livelli misurabili di glifosato, mentre nel 2016 li presentava il 70% della coorte esaminata“. Più precisamente, dal periodo 1993-1996 al 2014-2016 il livello medio di glifosato nelle urine analizzate era passato da 0,203 microgrammi/litro a 0,449, e quello di Ampa da 0,168 microgrammi/litro a 0,401.

L’uso del glifosato, ingrediente attivo dell’erbicida Roundup* della Monsanto – evidenziano i ricercatori – è cresciuto di circa 15 volte dal 1994, quando sono state introdotte coltivazioni geneticamente modificate ‘Roundup Ready’, resistenti al glifosato, sempre targate Monsanto.

Storicamente il diserbante viene impiegato su soia e mais Ogm, ma viene anche spruzzato su una parte sostanziale di grano e avena coltivati negli Usa”, sottolinea Mills. “La nostra esposizione a questi prodotti chimici è aumentata significativamente nel corso degli anni – aggiunge – tuttavia la maggioranza delle persone non è consapevole di assumerli attraverso la dieta”. Ma il glifosato fa male alla salute oppure no? Gli studiosi ricordano che in luglio la sostanza è stata classificata dalla California come “cancerogeno”, pur osservando che “ci sono pochi studi sugli effetti del glifosato sull’uomo”.

D’altra parte, puntualizza Mills, “ricerche condotte sugli animali dimostrano che l’esposizione cronica agli erbicidi a base di glifosato può avere effetti negativi”. A preoccupare gli autori, in particolare, sono lavori in cui “alimentare gli animali con dosi ultra-basse di glifosato ha determinato disturbi al fegato simili alla malattia epatica non alcolica negli esseri umani“. Ecco perché, esorta Mills, “c’è urgenza di condurre studi per esaminare approfonditamente l’impatto sulla salute umana di questa crescente esposizione al glifosato attraverso il cibo”.

Proprio con questo obiettivo l’università della California di San Diego ha lanciato il programma di ricerca ‘Herbicide Awareness & Research Project’, che permette alle persone di misurare la propria esposizione al glifosato. Gli scienziati vogliono inoltre continuare a indagare sui dati dello studio Rbs, per analizzare possibili associazioni fra l’esposizione alla sostanza ed eventi clinicamente rilevanti. “Le persone – conclude Mills – hanno bisogno di una migliore informazioni sui rischi potenziali dei numerosi erbicidi spruzzati sui nostri alimenti, così da poter prendere decisioni consapevoli sull’eventuale opportunità di ridurre o eliminare l’esposizione a composti potenzialmente pericolosi”.

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