Contro l’acne più che divieti serve una dieta sana (ultima parte)


Insulina sotto accusa

Oltre a quanto detto nel post di ieri, va aggiunto un ulteriore dato a sfavore del latte e cioè la sua capacità di stimolare la secrezione dell’insulina. Un’ipotesi corroborata da un noto lavoro dell’Università svedese di Lund pubblicato nel 2004. Tra le varie evidenze, in questo lavoro è emerso che alcune proteine, come quelle del latte, svolgerebbero un’azione insulinotropica, ossia sarebbero in grado di stimolare il rilascio dell’insulina. In effetti, non bisogna trascurare il fatto che l’insulina trasporta all’interno delle cellule non solo gli zuccheri ma anche gli acidi grassi e gli aminoacidi derivati dalla digestione e che servono a dare vita alle nuove strutture cellulari. La capacità di stimolare la secrezione dell’insulina è misurata dal cosiddetto indice insulinico, che in genere va di pari passo con l’indice glicemico (Ig): più aumenta la glicemia e più insulina, difatti, viene prodotta. Tuttavia, fanno eccezione i pasti abbondanti di proteine animali e grassi (Ig basso ma indice insulinico alto) e gli alimenti molto dolci e ricchi di grassi (prodotti di pasticceria, dolci, merendine) che aumentano l'insulina in modo sproporzionato rispetto al loro indice glicemico (indice insulinico più alto dell’Ig).

Tutti d’accordo sulla glicemia

Per chi non lo ricordasse, l’indice glicemico è il rapporto tra le risposte glicemiche causate da alimenti isoglucidici e uno zucchero di riferimento, il glucosio, che ha valore 100.  In altre parole, l’indice glicemico fornisce un’indicazione su come il tipo di amido o di zucchero presenti in ciò che si mangia influenzi l’andamento della glicemia e della secrezione insulinica. Indicazione che è di tipo qualitativo e non quantitativo  e che perciò rimane identica, a prescindere dalle quantità che si assumono. Per conoscere più precisamente l’impatto sulla glicemia dei pasti effettivamente consumati, è stata introdotta una nuova misurazione, il Carico glicemico, che equivale all’Ig moltiplicato per i carboidrati disponibili nelle porzioni di alimenti e diviso per cento. Tutta queste premessa era necessaria per comprendere meglio i risultati – praticamente sovrapponibili - ai quali sono pervenute due recenti review dedicate alla letteratura sul rapporto tra acne e dieta. Nella prima, pubblicata sulla rivista dell’Accademia americana di dermatologia, i ricercatori dell’Università di New York auspicano che i dermatologi non continuino più a ignorare le associazioni tra alimentazione e acne. Questo perché esistono prove convincenti che una dieta caratterizzata da pasti con un Carico glicemico elevato (come i dolci, ad esempio) possa esacerbare l’acne. Una relazione, seppure considerata meno importante, è stata trovata con il latte e derivati (dato confermato già dallo studio del 2005, già ricordato), mentre, sempre secondo la stessa review, resta da chiarire il ruolo di altre sostanze introdotte con l’alimentazione e considerate benefiche per il trattamento all’acne - non solo attraverso la dieta ma anche sotto forma di integratori alimentari o trattamenti topici - come gli acidi grassi omega 3, lo zinco, gli antiossidanti, la vitamina A e la fibra alimentare. I ricercatori, tuttavia, riconoscono che il loro lavoro è stato limitato dalla mancanza di studi controllati randomizzati e si augurano che la ricerca esplori maggiormente gli effetti sull’acne esercitati dall’alimentazione. Concludo con l’ultima review pubblicata lo scorso anno dall’Università del Kentucky nella quale sono state nuovamente confermate le associazioni tra peggioramento dell’acne e pasti con un Carico glicemico elevato, con latte e latticini e con gli alimenti a base di zuccheri raffinati. Anche i ricercatori nelle conclusioni auspicano futuri studi che possano accertare in modo definitivo un rapporto tra modifica della dieta e intensità e durata delle manifestazioni acneiche.

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