Dieta sana e tavolate memorabili


Accettare di raccontare il proprio mondo riguardo a cibo e dintorni dimostra una disponibilità a mettersi in gioco a tutto tondo, in modo vero, e ad affrontare argomenti sia semplici e concreti, sia complessi e profondi.

Simona Marchini, che ha un’infinita carriera di teatro, televisione e cinema alle spalle, sia come attrice sia come direttore, ci racconta la sua storia mangereccia “ruspante”, a iniziare dalle sue radici tosco umbre.

Accettare di raccontare il proprio mondo riguardo a cibo e dintorni dimostra una disponibilità a mettersi in gioco a tutto tondo, in modo vero, e ad affrontare argomenti sia semplici e concreti, sia complessi e profondi.

Simona Marchini, che ha un'infinita carriera di teatro, televisione e cinema alle spalle, sia come attrice sia come direttore, ci racconta la sua storia mangereccia "ruspante", a iniziare dalle sue radici tosco umbre.

E che può mai amare una bimba spuntata proprio nel cuore dell’Italia?

Ma pane, olio e pomodoro, naturalmente!
Qualche volta anche pane, vino rosso e zucchero, ma proprio di rado. E poi pasta, tanta: ricordo la domenica il rito delle fettuccine, rigorosamente fatte in casa, il pollo con le patate, gli immancabili crostini toscani della nonna con i fegatini e i “pici” o “strangozzi”, un tipo di pasta fatta a mano con sola acqua e farina, condita col sugo di carne. La nostra alimentazione era comunque sobria e di tradizione contadina e io mangiavo sempre e tutto con grande entusiasmo e gioia.

La lasciavano mettere le...mani in pasta o era relegata fuori dalla cucina?

Porte aperte anche per cucinare, giocando, naturalmente! Le zucchine, ad esempio: mi dicevano, ecco qui, “gioca” a svuotarle, per poi farle ripiene di tonno o di carne… e poi preparavo con la nonna le crostate e mi piaceva moltissimo. Più avanti, da adolescenti, mia mamma, la domenica, quando non c’era la cameriera, faceva cucinare me e mia sorella: quando mi sono sposata ciò mi ha permesso di avere la padronanza del “mestiere” e di imparare con facilità i piatti nuovi, perché ho avuto prima un marito calabrese e poi uno napoletano, e quindi con tradizioni culinarie molto importanti. Ho imparato a cucinare la famosa “genovese” e l’uso della sardella saltata, una salsa preparata con le sarde appena nate messe a macerare nel pepe rosso, piccantissima e deliziosa, usata per condire pasta o sui crostini.

Ne parla con passione!

Si sente che le piace cucinare Sì, molto, soprattutto per le persone a cui voglio bene: mia figlia Roberta, che a dire il vero da bambina era di gusti molto semplici e poco propensa ad assaggiare cibi nuovi, il mio nipotino, mia sorella e i suoi figli, con cui pranzo spesso, i familiari e gli amici. Cerco di cucinare in modo vario perché credo che l’importante, tanto per la salute quanto per il gusto, sia mangiare di tutto con moderazione. Anche i grassi così deprecati, che nella misura e del tipo giusto sono indispensabili. Seguo, in linea di massima, una dieta a base di legumi e pasta di kamut o riso basmati, verdure varie evitando patate e pomodori, con molto pesce e un po’ di carne bianca. Questo quando torno dalle tournée in cui, per il gran disordine, alimentare ingrasso regolarmente un po’, mi aiuta a rimettermi in sesto. Oggi è tutto talmente “avvelenato” che è davvero importante almeno mangiare bene ed è terribile continuare a sentir parlare di diete dimagranti, che sono un incubo per tutti: il cibo deve essere buono e sano, ma anche momento di gioia. Per me poi la tavola è un grande “rito” e mi spiace molto quando non si dà a questo momento la giusta importanza e non lo si cura.

Arriviamo dunque al cibo come nutrimento non solo del corpo e come mediatore di cultura…

Sì. Il cibo concilia, è una cosa buona, è un dono che si fa agli altri o che è stato preparato
per noi e che ci dà piacere e ci mette in una disposizione d’animo più affettuosa e conviviale. Stare insieme, ritrovarsi a condividere lo stesso piatto è importantissimo, anche per i figli ai quali vanno insegnati sia la gioia sia il rispetto del cibo. Sono convinta che almeno un pasto al giorno lo si dovrebbe consumare con la famiglia e trovo molto triste che ci siano paesi in cui il mangiare insieme non sia proprio considerato. Altro che “americanizzarci”, dovremmo “italianizzarci”: sicuramente se l’umanità capisse questo, i rapporti di ogni tipo migliorerebbero.

Un episodio legato a un pranzo, una cena memorabile…

Alcuni anni fa venne a cena da me Jerome Savary, grande attore e regista, insieme al mio
giovane produttore teatrale Marco Balsamo. Savary volle conoscermi, vedere come ero fatta, perché dovevo interpretare Frosina accanto ad Alessandro Haber nell’Avaro di Molière, con la sua regia: così venne a casa mia con la moglie, eravamo una tavolata immensa ed io ero veramente emozionata, perché era una sorta di mito del teatro europeo che veniva a cena da me per esaminarmi! Tutte le preoccupazioni sono però crollate alla prima forchettata di amatriciana e lui è stato estremamente disponibile ed affettuoso: un lampante esempio di come il piacere di mangiare sciolga le tensioni. E anche per noi attori ritrovarsi a cena dopo lo spettacolo è molto bello e alleggerisce lo stress, benché io mangi qualcosa di leggero già prima dello spettacolo.

E il cibo usato in scena?

Mi viene in mente il pollo di Tosca, quando facevo la regia nel bellissimo teatro di Livorno.
Scarpia nel secondo atto deve mangiare qualcosa e io ordinavo ogni sera un pollo, che andava tagliato a pezzetti in modo che il grande baritono Carlo Guelfi, che appunto era l’interprete, potesse mettersene dei pezzetti in bocca, realmente o per finta, dando comunque l’idea di mangiare. Alla prima però avevo delegato il compito di sminuzzare il volatile alla mia assistente di scena, una ragazzetta piuttosto vaga e distratta, ma lei non aveva capito e quando si alzò il sipario mi venne un colpo, perché il pollo troneggiava intero e fumante appena uscito dalla rosticceria, assolutamente inguardabile nella scena con Cavaradossi torturato, Tosca disperata e questo pollo sul piatto di Scarpia: veramente imbarazzante! Mi sarei ingoiata la ragazza. Guelfi poi è stato comunque bravissimo, ci ha messo davanti una bottiglia in modo da nasconderlo e ha anche sbocconcellato un po’ di pollo…

E non è difficile mangiare recitando?

Un attore deve saper fare anche questo. Quando si recita, anche se si mangia davvero devono essere bocconi molto piccoli e nel teatro puoi fingere di più, al cinema meno, ma tutto deve essere sempre molto misurato. Ricordo ad esempio nell’86 la “pasta mischiata” sul set di “Separati in casa” con Pazzaglia: interpretavamo due coniugi separati e litigiosi, ma obbligati a stare sotto lo stesso tetto e anche a mangiare insieme e dovevamo rendere la tensione e la difficoltà di dover condividere questo momento così intimo.

Immagino: tanto si mangia, e si beve, volentieri con la persona amata, quanto va letteralmente di traverso con chi non si sta bene o con chi si litiga

Certo, dividere il momento del cibo con la persona amata, sentire profumi e sapori risveglia la parte più istintiva ed emotiva, aggiunge anche erotismo e divertimento, eccome, evoca ricordi anche a distanza di molto tempo. Però non mi si deve far bere, perché mi addormento! Come successe una volta con un povero corteggiatore che mi aveva invitato al ristorante sciorinandomi i vini migliori e insistendo perché bevessi: dopo un bicchiere crollai, ma dal sonno, e mi dovette riportare a casa!

 

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