Chi non ricerca…


Di cosa ha più bisogno, dal punto di vista della sperimentazione, l’agricoltura biologica in Italia per esprimere tutte le sue potenzialità? Lo abbiamo chiesto a Cristina Micheloni, responsabile del Comitato scientifico dell’Aiab

Il tema della ricerca per l’agricoltura è sempre più ricorrente e importante, tanto più lo è per il suo settore più giovane e innovativo, l’agricoltura biologica. Ma di cosa ha più bisogno, dal punto di vista della ricerca e della sperimentazione l’agricoltura biologica in Italia per esprimere tutte le sue potenzialità? Lo abbiamo chiesto a Cristina Micheloni, responsabile del Comitato scientifico dell’Aiab  (Associazione italiana per l’agricoltura biologica)

Le necessità sono tante e sono molto legate alle diverse situazioni territoriali e naturalmente alle diverse colture. Però, dovendo indicare i grandi filoni più importanti ne proporrei tre. La ricerca e la sperimentazione di materiale genetico (semi, razze animali, microrganismi) più adatte alle condizioni in cui opera e ai metodi che impiega l’agricoltura biologica. Le ditte sementiere, per esempio, anche quelle che producono per il biologico, offrono sementi che vanno abbastanza bene ovunque perché debbono vendere dappertutto. Non gli si può chiedere se non che facciano il meglio possibile questo lavoro. Lo stesso discorso vale per le aziende vivaistiche. Allora se si vuole qualcosa di diverso, occorre che siano anche gli agricoltori a riprendere un ruolo nella ricerca di sementi particolarmente adatte a un certa zona, che maturano al momento giusto, che hanno minori esigenze nutrizionali, che sono in grado di resistere meglio alle avversità ecc. In questo modo ci potrebbe essere un incremento enorme della biodiversità agricola, con tutti i vantaggi che comporta dal punto di vista agronomico, ma non solo. In questo modo, tra l’altro, si realizzerebbe una diversificazione qualitativa dei prodotti molto più grande di quella odierna. Nei cereali, per esempio, o negli ortaggi, ma anche negli animali e persino nei microrganismi che presiedono alle fermentazioni – come nel pane, nel vino, nel formaggio ecc. – e che possono dar luogo a sapori diversi.

E per quanto riguarda la zootecnia?

Anche lì c’è un enorme problema di trovare razze più adatte ai metodi della zootecnia biologica, un lavoro molto più complesso e che richiede tempi più lunghi che nelle produzioni vegetali ma c’è anche un grande bisogno di definire e sperimentare i metodi stessi della zootecnia biologica. Moltissimo c’è da fare, per esempio, per quanto riguarda il benessere degli animali, un aspetto che è spesso menzionato ma dove però i passi in avanti, se ci sono, sono piccoli e lenti. Ma anche in questo campo occorre che siano anche gli agricoltori in prima persona a riprendere un ruolo.
Per l’agricoltura biologica poi sarebbe molto importante rimettere insieme zootecnia e produzioni vegetali, ma questo oggi non è proponibile al livello della singola azienda come poteva essere in passato e come può essere oggi in alcune aziende esemplari condotte con il metodo biodinamico. Oggi bisogna inventare sistemi nuovi. La riunificazione fra produzioni vegetali e zootecnia, infatti, può essere progettata e realizzata solo costruendo reti di aziende che operano in un territorio più vasto, una vallata, piuttosto che una comunità montana o due o tre comuni…

Cos’è e cosa fa la “Rete aziende sperimentali Aiab”?

La rete è costituita da una settantina di aziende, una trentina delle quali coinvolte in modo più stabile. Queste aziende negli ultimi sette anni, pur rimanendo normalissime aziende che producono per il mercato, si sono impegnate nel prendere parte a progetti sperimentali in collaborazione con alcune Università, con il comitato Scientifico dell’Aiab e con la partecipazione di chi fa, nei vari campi, assistenza tecnica e che, oltretutto, può svolgere un ruolo importantissimo nel portare l’esperienza in altri posti.
Certo, non è la stessa cosa che fare sperimentazione in aziende che fanno solo quello e non producono per il mercato. Lì si possono fare certe prove coltivando parcelle in modi diversi per realizzare confronti che in un’azienda che lavora per vendere spesso non si riescono a fare. Bisogna, insomma, accontentarsi di un po’ meno rigore scientifico a vantaggio di un coinvolgimento più ampio degli agricoltori. Certo non si tratta di un lavoro a breve termine, se ci lavoriamo bene i prossimi dieci anni qualche cosa ne verrà fuori, a maggior ragione bisogna cominciare, anche se non sempre le condizioni sono ottimali, perché se non si comincia mai…

Su cosa stanno lavorando le aziende della Rete Aiab?

I lavori più importanti nei quali siamo impegnati riguardano le varietà vegetali. Le aziende della rete sono coinvolte in diversi progetti – a volte europei, a volte italiani, a volte locali – che riguardano i cereali (frumento duro e tenero, orzo, ecc.) e alcuni ortaggi come il pomodoro e la cipolla. Nella zootecnia tutto è più complicato, lungo e costoso. Sul benessere animale ci sono delle belle esperienze ma non ci sono sperimentazioni che possano portare a risultati riproducibili. Noi vorremmo lavorare in particolare sui monogastrici, come suini e avicoli, che sono un po’ trascurati anche dalla ricerca convenzionale.
Sulla questione della riunificazione di produzioni vegetali e zootecniche come Aiab abbiamo presentato all’Unione europea un progetto per sperimentare dei sistemi agrosilvopastorali composti da diverse aziende su un determinato territorio. Purtroppo non è stato approvato.
Ci sono poi altri filoni un po’ più specialistici come la rete di aziende che sta lavorando sui sistemi di vinificazione, per ridurre o eliminare l’uso della solforosa, ma non solo.
Una cosa su cui varrebbe la pena di lavorare è fare si che quello di cui siamo tutti convinti – l’agricoltura biologica e più sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale – sia sostenuto da argomenti più concreti e fondati. Per farlo occorre mettere a punto degli indicatori di sostenibilità – per esempio sull’energia, sull’acqua, sulla biodiversità, sull’assorbimento di CO2 - da utilizzare a livello sperimentale nelle aziende della rete.

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